Come la Coppa dei Campioni nacque settant’anni fa su L’Équipe 

 

Un refuso nel pezzo e un riquadro nella pagina del sollevamento pesi

Tutto accade nei saloni dell’Hotel Ambassador di Parigi, quando L’Équipe aveva cambiato nome da poco più di otto anni, dicembre 1954. Quando si chiamava L’Auto aveva fatto partire il Tour de France, con la nuova testata i francesi si fecero venire un’altra idea: la Coppa dei Campioni, nei primi giorni di aprile del 1955, settant’anni fa. Stamattina la prima pagina del giornale ricorda l’anniversario, altre sei all’interno ripercorrono il clima euforico di quei giorni. 

Vincent Duluc scrive che esistono due modi complementari di raccontare l genesi di questa storia. Ce n’è uno classico che fa risalire la prima scintilla degli eventi a una partita amichevole tra Wolverhampton e Honved Budapest del 13 dicembre 1954. Un altro mette in luce la visione filosofica di Jacques Goddet, il gran capo di L’Équipe, il quale già dal 1947 sosteneva che «servire lo sport significa servire la nostra causa». Hanot faceva colazione nella sua camera d’albergo inglese il giorno dopo la famosa amichevole e lesse sul Daily Mail un articolo di David Wynne-Morgan che assegnava al Wolverhampton il titolo di campione del mondo. Hanot chiamò il giornale, chiese di farsi passare gli stenografi e dettò un pezzo. Aveva la fama di dare a braccio, era così abituato che certe volte parlando diceva “virgola” nel mezzo di una frase.

L’AMICHEVOLE

Agli stenografi raccontò la fine della tournée per l’Honved, la squadra che era mezza Nazionale ungherese del tempo: Puskas, Kocsis, Grosics, Lorant, Budai, Czibor, Bozsik, “sono cotti” disse e scrisse, facendo notare che si era giocato di sera, nel primo stadio inglese dotato di illuminazione artificiale e in diretta tv sulla BBC. Hanot annunciò nel pezzo la sua idea, “ma senza rulli di tamburi”, ricorda stamattina Duluc, semplicemente come conclusione di un ragionamento. Contraddisse il Daily Mail, sottolineando che il Wolverhampton avrebbe dovuto giocare una seconda partita fuori casa prima di sentirsi campione e aggiunse cinque righe finali: “L’idea di un campionato del mondo, o almeno di un campionato europeo per club, più grande e moins épisodique que la route de l’Europe centrale, più originale di un campionato europeo per squadre nazionali, varrebbe la pena di essere lanciata. Ci avventuriamo”.

Route fu un un errore di battitura. Hanot aveva dettato coupe. La Champions di oggi esiste nonostante un refuso a pagina 10 di L’Équipe del 15 dicembre 1954.

Il giorno dopo, in fondo a pagina 6, Jacques De Ryswick, responsabile della sezione calcio del giornale, scese nei dettagli per presentare il progetto maturato dentro le stanze de L’Équipe. Il sottotitolo del suo articolo riassume quasi tutto: “Una squadra per ogni paese, partite in casa e in trasferta a metà settimana e di sera, sponsorizzazioni da parte della televisione”. Gli argomenti di De Ryswick erano chiari e profetici. Le tv stavano guadagnando potere, gli stadi cominciavano a essere illuminati artificialmente, il trasporto aereo stava diventando per le masse. Tutti erano alla ricerca di nuove entrate. “Perché non subito, dalla prossima stagione? La vita del calcio internazionale esige di adattarsi senza indugio al ritmo di questa epoca e al suo progresso”. 

Jacques Ferron aveva all’epoca 34 anni e scrisse a mano il primo regolamento. Sarebbe diventato il direttore di France Football, commentatore di calcio fino al suo ritiro nel 1985,  all’indomani dell’Heysel che lo segnò nell’intimo. Lascerà in eredità alla UEFA i suoi sei fogli di carta gialla, scritti con una grafia regolare e fitta. L’UEFA li ha persi, dice Duluc. 

CHI PRESE PARTE ALL’INCONTRO DECISIVO

Il quotidiano riunì i dirigenti del calcio europeo in Boulevard Haussmann. La notizia principale sul giornale era un’altra: la partita Francia-Svezia. Sabato 2 aprile un riquadro annunciava il giorno 1 della prossima Coppa dei Campioni. L’edizione di lunedì 4 aprile, al centro della prima pagina, titolava molto semplicemente: “Coupe d’Europe des clubs: OK!”. All’interno, nella stessa pagina dedicata al sollevamento pesi, si leggeva che era fatta, che la Coppa Europa per Club era “nata nella gioia”. Jacques Goddet scrisse: “È una cosa molto toccante assistere alla nascita di un bambino che si è concepito e al quale sono stati dati sedici padri”. Negli anni ’80, Goddet avrebbe scritto una lettera a Gérard Ernault, allora capo della redazione del calcio al giornale, dicendo eeeh sono molto ‘ispiaciuto di “non aver letto il mio nome scritto da uno dei tuoi colleghi in un pezzo in cui parla della storia della Coppe dei Campioni. Rende omaggio a Gabriel Hanot e Jacques Ferran, ma si è dimenticato di me”. 

All’Ambassador furono convocati quindici club europei, tra cui il Chelsea, che però si fece da parte in estate. Il Real Madrid era rappresentato da Santiago Bernabéu e Raimundo Saporta, il calcio ungherese da Gusztav Sebes, allenatore dell’Ungheria, ex operaio alla Renault di Billancourt. Jacques Goddet aprì la seduta, ringraziò i club e lasciò che fosse l’editore a guidare la riunione. Il vicepreisdente del gruppo Ernest Bédrignans era accompagnato dall’amministratore  Robert Thominet, da Jacques Ferran e Jacques De Ryswick. Gabriel Hanot non era presente. Ferran avrebbe poi detto: «Ha inventato e diffuso l’idea, l’ha sostenuta finché c’è stato bisogno di lui. Ma quando sono iniziate le trattative finali, non lo vedemmo più, non lo sentimmo più».  

I club accettarono i principi stabiliti da L’Équipe e la finale 1956 a Parigi. Fu deciso di nominare Ernest Bédrignans presidente del comitato esecutivo, ma l’ingresso dell’UEFA nell’organizzazione avrebbe smantellato di fatto la struttura iniziale e il dirigente avrebbe addirittura perso il suo posto nel Gruppo nel giugno 1956. Il 4 aprile, su L’Équipe, in un riquadro piccolo piccolo in fondo alla pagina si leggeva che “le scottanti notizie di fine stagione non ci hanno permesso di dare alla Coppa dei Campioni tutta l’importanza che questa creazione avrebbe meritato”. 

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LA SCRITTA SULLA COPPA

Un mese prima, all’inizio di marzo, alla vigilia del suo primo congresso a Vienna, il comitato esecutivo della UEFA aveva accettato di ricevere Hanot e Ferran, ma aveva risposto che non poteva impegnarsi. Così L’Équipe aveva deciso di mettersi in proprio. Jacques Goddet fece scolpire il primo trofeo, la famosa Coppa con le orecchie grandi, solo che le orecchie grandi all’inizio erano piccole. “Ben presto – scrive Duluc – tutti capirono che i club non avrebbero potuto organizzare autonomamente la competizione, altri avrebbero voluto partecipare negli anni successivi, neanche L’Équipe avrebbe potuto farlo. L’8 maggio, a Londra, su pressione del quotidiano, la FIFA chiese alla UEFA di assumersi la responsabilità, ma proibì che la parola Europa comparisse nel titolo della nuova competizione, riservandola alle sole squadre nazionali. Questo è il motivo per cui, ancora oggi, sulla coppa si legge in francese: Coupe des clubs champions européens

Il 21 maggio, a Parigi, la UEFA accettò finalmente il ruolo di organizzatrice e adottò il trofeo offerto da L’Équipe. Il 14 giugno del 1956 il Real Madrid ricevette la Coppa nella sede del giornale in Faubourg Montmartre, ventiquattr’ore dopo aver battuto in finale il Reims. Jacques Goddet disse a Santiago Bernabéu: «Prenditi cura di lei, è una figlia illegittima». 

artefici

Chi era Gabriel Hanot

Ha inventato la Coppa dei Campioni, ha inventato il Pallone d’Oro, ha portato il professionismo nel calcio francese e il diploma da allenatore, è stato selezionatore della Nazionale francese da giornalista, Gabriel Hanot è stato una delle figure più importanti nella storia del calcio, “e quasi nessuno lo sa” scrive con rammarico Vincent Duluc stamattina in un secondo pezzo dedicato alla rievocazione. Il museo di un uomo “il cui ricordo sta lentamente svanendo” si trova al piano inferiore di un ristorante dall’arredamento classico, la Pizzeria du Château, in una piccola strada di Tallard, venti minuti a sud di Gap. Al piano superiore ci sono i tavoli e il forno. Il proprietario è Gaël Hanot, il nipote, che da diversi anni si impegna a tenere viva la memoria e l’eredità del nonno. 

«Molti giornali stranieri gli danno il posto che merita – dice – non capisco perché la federazione e la UEFA lo nascondano. Ho saputo che nel seminterrato di Nyon c’è una sua statua». 

Fotografie, ritagli di giornale, alcuni documenti. Gaël ha conservato tutto in una piccola scatola di latta, comprese medaglie e una spilla da cravatta in oro del Real Madrid con la Coppa dei Campioni disegnata in rilievo. Eppure dice che non esiste un libro su di lui, non esiste un documentario, Arras non gli ha intitolato una strada, «neppure il vialetto di centro commerciale», ma uno stadio sì, esiste uno stadio Hanot nel villaggio dell’Alsazia dove il giornalista morì nel 1968, a Wangenbourg-Engenthal: aveva vissuto là con la seconda moglie, in uno chalet con vista sugli abeti.

In origine il trofeo portava il suo nome, un po’ come la Coppa del mondo che si chiamava Coppa Rimet. È una delle tracce perdute di questa storia. «Combatto da 34 anni – dice il nipote – ma non succede niente. Se guardi il suo lavoro e guardi cos’è il calcio oggi, si tratta di un uomo dimenticato». 

IL CARATTERE

Eppure ci sono state poche vite come quella di Gabriel Hanot nel calcio, scrive L’Équipe, poche influenze altrettanto forti, pochi uomini così visionari. Una delle foto più famose lo ritrae durante la cerimonia di consegna del primo Pallone d’Oro della storia a Stanley Matthews [18 dicembre 1956] presso il municipio di Blackpool. Non sorrideva perché non aveva quest’abitudine, era un uomo austero e modesto. Nemmeno gli strinse la mano. Pare che abbia detto a Matthews: «È anti igienico e inutile». Un ex nazionale, il suo amico Raymond Dubly, 31 presenze nei Bleus dal 1913 al 1925, avrebbe raccontato alla sua morte che «viveva come un asceta in ogni senso della parola. Era duro con se stesso e con i suoi amici. Non gli piaceva la mediocrità». 

Anche la storia della famiglia Hanot è affascinante. Gabriel aveva perso presto suo padre, sua madre era un’insegnante e si mise a lavorare come sarta a Tourcoing per crescere lui e suo fratello Marius, nato un anno prima [1888]. Marius sarebbe diventato amico del poeta, romanziere e giornalista Blaise Cendrars, si impegnò nell’estrema sinistra e fu segretario generale del Soviet Supremo prima di essere arrestato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato, assolto poi nel febbraio del 1921. Daniel, padre di Gaël, uno dei figli di Gabriel Hanot, non ha mai visto suo zio. Lo stesso padre di Gaël sperimentò l’intransigenza di Gabriel al ritorno dall’Indocina dove si era arruolato contro il volere della famiglia e da dove era tornato con una gamba amputata all’età di 24 anni, dopo essere stato inizialmente dichiarato morto. Quando chiede di poter tornare a vivere con i genitori, per un po’, prima di trovare una sistemazione, Hanot glielo negò: «Ti avevo detto di non andarci». 

Gabriel Hanot era stato calciatore, terzino sinistro dell’US Tourcoing, nazionale a 18 anni, due anni universitario a Münster. Le sue 12 presenze tra il 1908 e il 1919, il più delle volte da difensore centrale, avrebbero potuto essere più numerose, ma in mezzo ci fu la guerra, Hanot partì per il servizio militare nel 1912 e fu congedato nel 1919, “la cosa – dice Duluc – non deve aver giovato al suo umorismo e alla sua leggerezza” [Eh no, in effetti, linea di massima no]

LA BIOGRAFIA

Era stato in fanteria, era stato fatto prigioniero tre volte e tre volte era riuscito a scappare. Suo nipote dice di avere delle pagine scritte di suo pugno durante quel periodo, pagine nelle quali racconta della paura di essere scoperto, del dolore di aver abbandonato i suoi amici nel campo di Frederichfeld travestendosi da spazzacamino con una canna fumaria sulla schiena, usando la sua perfetta conoscenza della lingua tedesca. Avrebbe chiuso la carriera da calciatore perché nel luglio 1919 si ruppe un ginocchio in un atterraggio con l’aereo. 

Diventò giornalista prima per La Vie au Grand Air, poi per Miroir des Sports e L’Intransigeant, passando poi a L’Équipe e France Football che condividevano la stessa redazione. “Era un incredibile esempio di mescolanza di generi – ricostruisce Duluc – con una assoluta onestà intellettuale. I visionari devono imparare a essere pazienti”. 

Sarebbe diventato assistente allenatore e poi selezionatore della Nazionale durante la carriera da giornalista, di fatto il vero cittì dei Bleus. Un conflitto di interessi che risolse davvero con un conflitto, non con un matrimonio. Dopo una disfatta della Francia contro la Spagna [1-5], Hanot chiese le dimissioni di Hanot su L’Équipe scrivendo un articolo non firmato: “Uno di noi pensa che sia necessario nominare un nuovo consigliere tecnico, il vecchio non ha ottenuto un rendimento accettabile dai giocatori scelti”. 

La sera della prima finale della sua Coppa dei Campioni, mentre c’era gente che continuava ad affollarsi intorno a lui per congratularsi, Hanot la respingeva dicendo di non avere tempo per le cerimonie: «Posso fare il mio lavoro?». Doveva dettare il pezzo agli stenografi del giornale, per celebrare il calciatore che aveva incarnato in campo la sua idea: “Alfredo Di Stefano, il calciatore più forte del mondo, è come la provvidenza: si trova è ovunque e in nessun luogo”. 

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