CALCIO ITALIANO
Pensavo fosse festa, invece era un calesse
I bambini e le bambine a spasso nel quartiere avevano quasi senza eccezioni una magliettina azzurra, mano nella mano con mamma e papà, sabato mattina, e anche ieri, tra la targa scolorita del vecchio asilo e la vecchia scuola elementare alle Baracche, il campetto giù alla chiesa che non esiste più, le margherite cresciute con i soldi dei commercianti nei giardinetti dai quali un tempo bisognava stare lontani [“attenti alle siringhe a terra”]. Il vento forte faceva sbattere contro i palazzi gli striscioni colorati, di plastica o di stoffa, stesi da una parte all’altra come i fili dei panni che si vedono in tutti i film su Napoli. I panni a Napoli non si asciugano mai.
Così, tornando a casa dall’unica signora napoletana che non sa niente dello scudetto, questa festa vista da vicino pareva più leggera e vera che a leggerla descritta, da lontano. A un balcone sulla vecchia merceria Annamaria, in mezzo a tanto azzurro, una mano ha steso finanche la bandiera arcobaleno della pace. A vedere in strada tanti piccoli felici con niente, con una bandierina in mano e una trombetta, veniva da pensare per contrasto ai molti che stanno vivendo a vario titolo la città in festa come un disagio, un disturbo, un fastidio. I professionisti della negatività.
Le bacheche dei social ne sono piene. Arriva di rimbalzo da Napoli l’eco di questo continuo lamento, una continua polemica su ogni genere di stronzate – e chi vuole la pizza, e chi non la vuole, la sfogliata vera è riccia oppure è frolla, Mare Fuori non va bene, Elena Ferrante è snob, Gomorra è il male, e ci sono troppi turisti, e troppe friggitorie, e troppi set, c’è sempre qualcosa che non va. Un mucchio di parole, di opinioni innamorate di sé, una rincorsa a scovare l’inciviltà pure in un sorriso per un cartone altezza d’uomo messo in una piazza, oppure in un marciapiede colorato d’azzurro, non Palazzo Reale o la facciata di San Francesco di Paola, un marciapiede. Una specie di ghetto in cui far sentire colpevoli i felici.
È il terreno in cui è fiorita la malapianta vista ieri sera al San Paolo. Intorno a una squadra con 19 punti di vantaggio dopo trentatré anni senza scudetto, con i quarti di finale di Coppa dei Campioni mai raggiunti prima, una forma di artigianato locale si è costruita i problemi in casa. Il sindaco ha montato il palco in Piazza Plebiscito e pensa di organizzare la festa a numero chiuso. Uno stato permanente di accuse tra tifosi di una stessa squadra mette di fronte chi rinfaccia qualcosa a qualcun altro, tu in agosto eri contro, tu dicevi quest’altro, tu contestavi, io ero tra i giusti, io sono più tifoso di te, tu sei meno napoletano di me. Fino al triste spettacolo dato da un gruppo di ultrà che da anni ha incupito il clima al San Paolo intorno al Napoli, anche cromaticamente, una macchia di nero, giunti a mostrare che cosa stavano aspettando da mesi. La serata giusta per alluccare.
C’è un presidente che li tiene a distanza, li ha isolati e ne sconta il prezzo dell’intimidazione. De Laurentiis ripete appena può il nome della Thatcher contro i violenti che si picchiano negli autogrill o con i colleghi venuti da Francoforte. Nel modello Thatcher sono finiti il bando ai tamburi dentro lo stadio e soprattutto il rialzo ai prezzi dei biglietti. Non si può non apprezzare il suo sforzo di non cedere ai ricatti, ma il suo errore nella lettura della scena è credere che i costi alti o altissimi non siano alla portata della capacità di spesa delle forze oscure presenti in città, quando invece tagliano fuori dallo stadio solo i frequentatori a basso reddito.
Un conto sono i violenti, un altro lo strato popolare della città, su cui affondano ogni tanto le sue uscite più urticanti.
Il punto non è il silenzio, né la protesta civile all’esterno dello stadio o il cosiddetto sciopero del tifo. Il punto è che ieri sera le testimonianze a Radio Kiss Kiss di ragazzi e di famiglie che scappavano dalla Curva B, raccontavano di ultrà in rissa tra loro e minacciosi verso chi voleva cantare. Pensavo fosse festa, invece era un calesse. È successo nel giorno in cui da Cesena arriva una notizia inquietante. Una molotov lanciata contro un balcone, dove un napoletano fuori sede aveva appeso una bandiera.
Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: “L’ambiente deve dare una mano. Ieri il Maradona ha sprecato più energie a insultare De Laurentiis che a incitare i giocatori in difficoltà. Si è sentito anche un coro indecente: «Andate a lavorare!». Si può insultare questo Napoli dopo la stagione che ha fatto?”
Francesco De Luca, il Mattino: “In Curva B vi sono stati scontri tra gruppi ultrà perché c’era chi voleva il silenzio e chi spingeva per contestare De Laurentiis. I cori contro il presidente che sta portando il terzo scudetto a Napoli con Spalletti e i suoi uomini sono stati coperti nel primo tempo dai fischi degli altri settori. Dopo il quarto gol del Milan, la contestazione verso il proprietario del club è diventata fortissima: tutto il veleno che le curve hanno dentro, non aspettavano altro che questo momento per attaccare con violenza. Facciamo attenzione. Non si renda irrespirabile l’aria allo stadio e in una città che è carica di entusiasmo e non vede l’ora di festeggiare con i suoi eroi. La strada non diventerà in salita, a prescindere da questa mortificante sconfitta, soltanto se l’ambiente farà la sua parte”.
Maurizio Nicita, la Gazzetta dello sport: “Il coro più gettonato contro il presidente azzurro è stato «Napoli siamo noi». Una situazione pirandelliana per una squadra che sta realizzando una stagione fantastica, riempie lo stadio, ma non ha la spinta della propria gente. La città è in festa, e poi entri a Fuorigrotta e senti solo i tifosi avversari che incitano la propria squadra”.
Il Milan è tornato il Milan nella settimana giusta
o-4 TEMI Gli effetti sulla Champions
Con la classifica del campionato ormai segnata [ehm], stamattina la discussione riguarda le conseguenze del capolavoro sulla Champions.
Paolo Condò su Repubblica parla di “confusione inflitta” al Napoli e di un Pioli che “costretto a far punti, si è giocato la mossa del ritorno alla difesa a 4 (decisiva per ricollocare Leao lì dov’è un topo nel formaggio)”. Tuttavia, considera che “la sera del 12 non sarà più una novità, mentre Osimhen per il Milan continua a essere un racconto di paura: quest’anno non l’ha mai incrociato, l’anno scorso una volta su due, nella prima stagione per 30 minuti su 180. Nessuno dubiti che in coppa ci sarà”.
Gigi Garanzini su la Stampa dice: “Al di là del risultato, semplicemente impensabile, è il rapporto di forze della vigilia a essere rimesso in discussione: per merito del Milan innanzitutto, e qui sta la sorpresa, ma poi progressivamente anche per demerito del Napoli. La squadra di Spalletti in fondo la partenza l’aveva più o meno azzeccata: semplicemente, con il passare dei minuti, ha misurato il peso dell’assenza di Osimhen, il vuoto che l’uomo-mascherato ha lasciato nella ricerca di una profondità che i compagni avevano mandato a memoria: e costituiva, se ne è avuta la riprova definitiva, la principale delle risorse offensive. Ma è stato lo sviluppo successivo a sbalordire. La convinzione con cui il Milan ha scelto di insistere e di infierire, e l’arrendevolezza di un Napoli che per la prima volta in stagione è andato progressivamente alla deriva. Il Napoli dall’alto del suo vantaggio dovrà comunque fare i conti con un trauma inatteso. Già sapendo che la sfida di Champions, a questo punto, parte come minimo alla pari”.
Arrigo Sacchi sulla Gazzetta commenta: “Anche in chiave Champions League, con la doppia sfida tra Napoli e Milan, questo risultato può incidere: per i ragazzi di Spalletti è un colpo duro da digerire in fretta. Perché sia successo tutto questo non lo so con precisione. Forse un eccesso di entusiasmo, forse il pensiero di essere imbattibili”.
TACCUINI Sì, ma che cosa è successo
Antonio Giordano, Corriere dello sport-stadio: “Sarà stato merito delle scelte (4-2-3-1 dopo dieci gare di difesa a tre), delle interpretazioni (Bennacer alto, da trequartista, per soffocare Lobotka; Krunic nei due per oscurare Zielinski) o dalla genialità esplosiva di un Leao da standing ovation ma Pioli ha indirizzato la partita, ci ha scaricato dentro non solo strategia ma pure energia nervosa e il Napoli si è ritrovato stravolto Il Napoli non ha mai trovato angoli di passaggio né appoggi tra le linee: tutto negatogli dalla pressione di Bennacer e di Krunic, dal lavoro “sporco” di Tonali; e per arrivare a Kvara o per andare su Politano è stata una faticaccia per l’assenza del palleggio di Anguissa e delle incursioni degli esterni. Il Milan non si è scomposto, mai; il Napoli non è riuscito a ricomporsi, neppure a tratti”
Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: “Pioli che ha incartato un’altra volta Spalletti. Un anno fa lo beffò al Maradona con il 4-1-4-1, alzando Kessie e Bennacer; stavolta invertendo Bennacer e Krunic e azzeccando tutto il resto”.
ARTEFICI Leao
Paolo Condò, Repubblica: “Leao ritrova la grazia a lungo scomparsa e segna due gol fragorosi, in cui Diaz lo lancia con un gioco di prestigio e Tonali con un tackle da guerriero, in cui Tomori e il redivivo Kjaer sigillano il centro della difesa, in cui Saelemakers timbra il gol della vita”
Carlos Passerini, Corriere della sera: “Era ora: due mesi e mezzo dopo, Rafa torna Rafa. Il primo gol è bello, il secondo bellissimo. Quanto è mancato al Milan”
GIUDIZI UNIVERSALI
Tonali | Carlos Passerini, Corriere della sera: “Una parola sola: ubiquo”
Mario Rui | Fabio Mandarini, Corriere dello sport-stadio: “Le fotografie sono tre: Brahim che lo salta sul primo gol, Brahim che lo fa sedere sul secondo e lui che guarda Saelemaekers con gli altri sul quarto”.
Kim | Maurizio Nicita, la Gazzetta dello sport: “Per certi versi irriconoscibile. Scelta sbagliata sul primo gol ed errore anche sul secondo. Stanco, forse sarebbe stato meglio farlo riposare”