L’età del portiere quarter back

Ma i portieri bravi con i piedi ci sono sempre stati

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Nella sua newsletter Soccer per il Guardian, ogni tanto lo storico del calcio Jonathan Wilson risponde alle domande di chi legge e stavolta mister David gli ha chiesto se per caso non stiamo vivendo l’età del portiere quarter back. Il signor David sarebbe un magnifico titolista nei quotidiani. Ha trovato un’immagine meravigliosa e una sequenza di parole sufficientemente chiare e brevi. 

Il tema non è nuovissimo ma è abbastanza nerd e divisivo da generare engagement. L’engagement è tutto. Per questo anche le pagine social di testate insospettabili e fino a ieri autorevoli pubblicano cose immonde per generare insulti contro sé stessi, contro delle categorie, contro certe etnie. Comunque. Non è questo. 

I portieri. I quarter back. 

Al signor David, Jonathan Wilson risponde all’inizio un po’ sturciuso, gli dice di non avere ho idea di cosa significhino questi termini, ma presumo che derivino dal football americano [in effetti non era difficile]. 

Se così fosse – scrive – non mi fisserei sulle parole. È certamente possibile che gli sport traggano ispirazione l’uno dall’altro, molto raramente si adattano esattamente l’uno all’altro. I giocatori si muovono secondo schemi diversi? Forse, ma il calcio ha 150 anni, c’è ben poco di nuovo sotto il sole. Penso che ora stiamo solo vedendo schemi più strutturati, automatismi, studiati e allenati in modo che possano essere impiegati nelle partite quando si verifica una certa situazione. È particolarmente vero per i contrattacchi. La Germania di Jogi Löw era maestra. Se tutti sanno dove gli altri stanno per correre, le mosse potranno essere eseguite più rapidamente, guadagnando frazioni di secondo che in difesa sono vitali”.

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Ma ci sono altri allenatori come José Mourinho che trovano il calcio troppo fluido e caotico per stabilire in anticipo degli automatismi. Preferiscono inculcare una mentalità che spinga i giocatori a prendere istintivamente le decisioni giuste in ogni data circostanza. E dunque per venire ai portieri playmaker, succede da decenni. Ederson l’ha portata forse alle estreme conseguenze, ma lo facevano Stanley Menzo all’Ajax negli anni ’80, René Higuita con la Colombia e con l’Atlético Nacional. Quando Higuita persa la palla e Roger Milla segnò il suo secondo gol per il Camerun negli ottavi di finale della Coppa del Mondo 1990, il senso generale era che fosse un pazzo e che avesse ricevuto la sua giusta punizione. Ripensandoci con gli occhi moderni è evidente che Higuita fosse uscito per gestire un lancio lungo e stava cercando di attirare un giocatore del Camerun fuori dalla sua posizione per dare agli esterni della Colombia un vantaggio numerico. Il problema si presentò perché Luis Carlos Perea gli fece un passaggio terribile, consentendo a Milla di inserirsi. «Ci siamo resi conto subito di avere qualcosa di speciale in Higuita, era un giocatore di movimento in più» ha spiegato una volta Francisco Maturana a The Blizzard

Se insomma stiamo entrando nell’età del portiere quarterback, allora nell’età del portiere quarterback ci siamo entrati da un pezzo. 

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