Siete tutti invitati al Tadej Pogacar Show

 prima di tutto

Siete tutti invitati al Tadej Pogacar Show

     Bianco era il cuore di Lady Macbeth, quando intinse le mani nel sangue del re Duncan ucciso dal marito, sentendosi al tempo stesso innocente per non aver commesso il fatto e colpevole di complicità con l’assassino. Bianchi sono i cigni di Yeats, la bellezza assoluta, l’energia erotica, la pienezza del vivere, e bianco è pure l’albatro di Coleridge che appare in cielo per placare una tempesta portando venti buoni. È un angelo. Bianca è Moby Dick, il mito irraggiungibile dei mari, mentre il mare di Carducci forse bianco non è ma biancheggiava urlando. 

Bianche sono le strade delle colline senesi dove Tadej Pogacar ha già ucciso due volte la corsa, dove pedala come un angelo, un cigno, un albatro, dove diventa irraggiungibile quando scappa. Prima che arrivino Fiandre e Roubaix, questa è la corsa del Nord che si tiene al Sud, nelle campagne italiane di Toscana che nell’immaginario soprattutto britannico coincidono con l’idea di Italia. 

Bianco è il fumo che si alzerà dai sentieri pietrosi, scrive l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe per farci ingannare l’attesa della corsa, quei sentieri dove “distingueremo i cipressi dritti come maggiordomi, la dolce rotondità delle colline senesi, le foglie argentate degli ulivi. Un giardino sublime e aristocratico, un invito a passeggiare e prolungare l’inverno. È un paradiso? Un miraggio, sì, nasconde una colonia penale a cielo aperto, una processione di detenuti il ​​cui orizzonte è bloccato, gioioso quanto una giornata passata a spaccare pietre indossando un pigiama a righe, un’azione che creerebbe altrettanta polvere. Tutti aspettano di morire, da qualche parte tra San Martino in Grania o Monte Sante Marie, tra i 100 e gli 80 km dall’arrivo, con in bocca un sapore di cenere ormai dimenticato da tempo.

  È la magnifica immagine usata per descrivere gli avversari di Pogacar, i condannati alla sconfitta che salgono su una bici, mettono un numero dietro la schiena e partono nell’attesa del colpo fatale. Tadej ha fatto un’escursione da testimonial della UAE Team al Giro dell’UAE. Testimonial, non turista. Tutt’e due le volte che la strada si è arrampicata verso una qualche vetta, lui ha fatto il suo scattino e come Totò al Giro d’Italia si è tolto dalla scia le altre figurine.  Roos scrive che negli Emirati abbiamo visto una versione ridotta di Pogacar, si è dato meno che in allenamento, nonostante sia già arrivato a sommare tre vittorie. Ora è deciso a rimettere i suoi compagni in catene e servitù, le vacanze sono finite in questo teatro antico della sua immensità, dove ha già travolto tutti, nel 2022 e nel 2024. La Strade Bianche – scrive – si snoda in un luogo da sogno ma con poche speranze, perché la lavatrice degli sterrati, con i suoi sobbalzi e le sue pendenze feroci, tende a spingere avanti l’uomo più forte e dietro gli altri. Il pasticcio è tale che diventa impossibile organizzare un inseguimento. È una mulattiera ricoperta da un tappeto di rose per il campione del mondo.

Ora. È evidente che Roos sta scrivendo sempre la stessa cosa. Eppure vorremmo che non finisse mai. Infatti non finisce e aggiunge che tutto è sempre possibile in una corsa di ciclismo, figuriamoci, può sempre capitare che uno cada o prende una strada sbagliata, oppure per esempio stamattina un asteroide si schianta sulla Toscana, ma gli altri correranno comunque per arrivare secondi, perché Tadej Pogačar li ha ridotti allo stato di vittime consenzienti, li ha chiusi in una cella di rassegnazione e disgusto, sentimenti che li hanno sopraffatti ogni volta che lo sloveno rosicchiava successi e il loro cervello. Il Pogacar 2023 era ancora giocabile, quello dell’anno scorso no, e ci è stato detto che ha ancora margini di miglioramento, quindi mettetevi tutti al riparo.

Arriveranno corse che alla vigilia racconteremo come un duello. Tra due settimane per esempio Sanremo allestisce lo scontro con Van der Poel sul Poggio, il Tour ci apparecchia l’estate del duello con Jonas Vingegaard, ma queste opposizioni – garantisce Roos – sono sfide effimere, bolle di sapone, perché Tadej Pogacar è impegnato in un altro spazio-tempo, quello della permanenza, delle imprese e dei record che resteranno impressi per sempre. Vincere i tre Grandi Giri, le cinque Monumento e diventare l’unico quattro volte campione del mondo. Con quale metro giudicheremo questa sua stagione? Non rispetto ai suoi avversari, ma rispetto a quanto ha vinto l’anno scorso. Quel 2024 in cui ha sommato Giro+Tour+Mondiale. Come non accadeva dal 1998 per maglia rosa e gialla [Pantani] e dal 1987 con l’aggiunta della maglia iridata [Roche]. 

Eppure. Un eppure ci deve essere. Anche nei pezzi di Roos. Perfino nei pezzi di Roos. Eppure Tadej Pogacar è accompagnato dalla solitudine del campione, si trova “solo di fronte a se stesso e all’età 26 anni, all’inizio della sua settima stagione da professionista, la sua missione principale è quella di durare. Trovare le risorse, fisiche e mentali, per contrastare l’usura e cercare di essere il migliore della storia. Eddy Merckx ardeva di un’ossessione, di una concentrazione ascetica e monastica, Bernard Hinault di una rabbia interiore che gli serrava la mascella e gli limava i denti, i due condividevano in bicicletta una certa forma di malizia. Tadej Pogacar deve ancora svelare le sue motivazioni più intime, quello che lo spinge ad andare avanti, perché non possiamo credere che sia solo per gioco, anche se con lui abbiamo spesso l’impressione di scorrazzare in un cartone animato, e con la maglia iridata sulle spalle ci manca solo un unicorno, un Barbapapà o un Orsetto del Cuore per crederci davvero

La durata è in effetti l’ossessione, chissà quanto appartenga a lui oppure a noi che guardiamo, lo ha scritto una volta Alessandra Giardini chiedendosi perché la longevità sia diventata un mito assoluto. Insomma: se Pogacar dovesse aver raggiunto tutti i traguardi di cui parla Roos diciamo tra due anni, diciamo fra tre – che cosa importa a noi e a lui che duri o non duri fino a 34-35-36 anni?

 

strade

Dove le Tolfe sembrano le Fiandre  

I primi settori sono lunghi una decina di km, servono a scremare il gruppo e fare la prima selezione, in mezzo alle crete senesi dice il sito dell’organizzazione nella descrizione del percorso [tutto qui]. San Martino in Grania è lungo 9,5 km, Monte Santa Marie 11 e mezzo. Secondo Cycling Weekly solo coloro che hanno evitato forature e cadute, sono rimasti nel gruppo di testa a questo punto, quando mancano 43 km dalla fine, continueranno a lottare per la vittoria

Il settore Montaperti è il primo degli ultimi tre brevi e ripidi di sterrato. È lungo solo 800 metri ma con dislivelli a due cifre. Seguono: Colle Pinzuto, la discesa dopo la cantina San Giorgio a Lapi, una strada di campagna e l’ultimo tratto delle Tolfe, 1,1 km con una sezione al 18%, il tratto un tempo assai caro a van der Poel. La strada alle Tolfe finisce vicino a una cappella in cima alla collina, fa molto Fiandre, ma si vede Siena, attraverso i vigneti, ormai a pochi km.

Le strade bianche sono quelle sfuggite all’asfalto. Collegano ancora piccoli villaggi, fattorie, uliveti, vigneti. Non sono state costruite per le auto, le gomme delle auto dei contadini durante l’anno fanno dossi in mezzo alla strada e canali pieni di ghiaia su entrambi i lati. In genere le buche più grandi vengono riempite, la pioggia ne scava parecchie nei mesi prima delle gare, altre rimangono e sono trappole, ha spiegato il sito Cyclingnews

Scegliere la traiettoria migliore sulle strade sterrate è fondamentale, ma è praticamente impossibile vedere cosa c’è davanti, quando il gruppo si allinea. Perdere posizioni può far finire una gara in una frazione di secondo. Il modo migliore per avanzare sugli strappi è muovere i pedali con una cadenza decente, rimanendo saldamente seduti sulla sella. La scelta degli pneumatici è importante e il tubeless aiuta a evitare le forature. Il primo ciclista in cima a Via Santa Caterina vince spesso la Strade Bianche.  

 

La corsa prima della corsa

I cigli erbosi di Montalcino

C’era un tempo in cui le strade erano bianche. “Bianca”, era l’epiteto comune e naturale di strada, usato nel linguaggio quotidiano e in quello poetico, e anche in quello delle canzonette. Erano veramente bianche, bianchissime, per la polvere che le copriva, e quel bianco penetrava dappertutto, come un’idea di cui si è interamente persuasi. Su quel bianco correvamo ragazzi in bicicletta, sopra una nuvoletta di polvere, come dei. Ma, quando una delle rare automobili sopraggiungeva, scomparivamo nella nuvola enorme di quel mostro, come nella bianca scia di una nave da guerra, e ne uscivamo bianchi, dai piedi fino al capo, come statue o mendicanti indiani sulle rive del Gange [Carlo Levi, Le tracce della memoria (Donzelli, 2002)]

Nelle notti senza luna, le strade bianche, con la loro breccia polverosa e rilucente, orientavano il cammino, quando d’estate bisognava andare nei campi. Durante la stagione calda, si irrigava col fresco della notte. I contadini sapevano per esperienza che le piantine non dovevano essere irrigate sotto il sole di luglio e agosto, perciò, si dormiva un poco nei pomeriggi afosi e nel buio della notte ci si incamminava. [ Carlo Angelone, Le strade bianche (Booksprint edizioni, 2013)]

Su quella strada che porta a Montalcino, incarognita da una curva che è un dietro-front. Una botta vincente, splendida. Il paesaggio, dopo la preziosità del Senese, si era fatto severo, di un rigore macchiato dalle crete biancastre. Il vento mulinava dalle Balze. Veniva su dai cigli erbosi, da quegli imbuti di calcare, dalle pareti a picco giallastre, rossastre. Mi piace di credere che sia stato questo vento che a volte, raccontano, dalle voragini alza pure le serpi, a rallegrare il Giro. Contro il cielo di una straordinaria purezza, incisi come da un bulino apparivano i contorni di un paesaggio netto, il colle di Montalcino. [Mario Fossati, la Repubblica, 26 maggio 1987)]

“Roberto Cipresso è nato a Bassano del Grappa, abita a Montalcino e dalla finestra di casa può vedere, a seconda dell’orario, cinghiali, daini, lepri e una quantità di bipedi che vogliono assaggiare il suo Brunello. Il suo primo libro, Il romanzo del vino, potrebbe essere l’ultimo. Non è un augurio, anzi. È una certezza: a questi livelli sarà difficile ripetersi, qui è come il 1921 o il 1967 per i Sauternes. Scomparsi Veronelli, Brera e Soldati, dovessi consigliare un libro d’autore vivente sul vino indicherei questo. Consigliarlo a chi? A due categorie in particolare: a chi non sa nulla di vino e a chi crede di saperne molto, o tutto. Come Sideways era un road movie, questo è un road book, ed è scandito come un viaggio. [ Gianni Mura, la Repubblica, 21 ottobre 2006]

La pietraia. Le bici sobbalzano, le ruote rimbalzano, i corridori vibrano. Le pietre sono sconnesse come sulle strade consolari degli antichi romani. I corridori sembrano, forse sono, gladiatori[Marco Pastonesi, La quinta tappa (Rizzoli Lizard, 2018)]

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