DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Bello questo Super Bowl. sembra Sanremo
Era già successo dopo Katrina e accadrà di nuovo stasera, dopo un mese o poco più dall’attacco terroristico di Capodanno. New Orleans deve rialzarsi e non c’è un contesto migliore dello sport per sentirsi ancora vivi, feriti ma vivi, il bello delle cicatrici è che non muori dissanguato. Il Super Bowl ha aumentato la sicurezza nelle zone turistiche di New Orleans, ma è anche vero che il Super Bowl sommato al ritorno del terrorismo ha permesso alla polizia di risolvere senza troppi ostacoli la questione degli homeless.
A sette miglia di distanza dal Superdome, lo stadio da 76mila posti dove stasera i Kansas City Chiefs e i Philadelphia Eagles si giocano il titolo, in direzione nord-est, verso il lago Pontchartrain, si trova “un perimetro senza fascino, protetto da una recinzione sormontata da filo spinato. I fast food più vicini sono a mezz’ora di distanza a piedi, la strada non ha marciapiedi. Il magazzino non ha finestre a livello degli occhi”.
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Sì, ma chi gioca
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I Kansas City Chiefs sono dati per favoriti. Sono al Super Bowl per la quinta volta in sei anni sebbene abbiano dovuto scavallare un sacco di situazioni rischiose. Durante il loro inizio di stagione segnato da 9 successi iniziali di fila, hanno vinto per sette volte con un touchdown o meno di differenza. Alla fine sono state 17 le partite consecutive ottenute con il minimo scarto, non lo dite agli ideologi del corto muso che ci scrivono un editoriale. È un record per la NFL, a differenza di due anni fa quando la squadra chiuse la stagione in testa alle statistiche dei punti segnati e delle yard corse.
Dopo la finale giocata due anni fa proprio contro Kansas City, gli Eagles di Philadelphia sono entrati inun cono di aspettative e di pressione. Così spiegano in America l’inizio ballerino [2 sconfitte nelle prime 4], prima di ridestarsi come Biancaneve nel bosco per chiudere con 14 vittorie in 17 giornate, la migliore squadra a Est per la gioia folle della città, pronta a gettarsi in strada a festeggiare in un traffico napoletano ogni risultato dei play-off. Del resto pare ormai completamente esaurito The Process che avrebbe dovuto portare i 76ers all’anello dopo quarant’anni. Joel Embiid si spazientisce anche se una finestra sbatte alle sue spalle e la palla nel canestro non entra a sufficienza.
La ripresa del football dopo il primo quarto di stagione ha coinciso con l’ascesa di Saquon Barkley, il running back arrivato dai New York Giants. Ha corso per 2.005 yard, il massimo della lega nella stagione regolare. Ne ha messe insieme 176 nella sola partita contro i Giants il 20 ottobre. Da allora ha superato il traguardo delle 100 yard in 12 delle 14 partite e contro i Rams ha stabilito sia il massimo personale che quello di franchigia con 255 yard di corsa e 302 yard dalla mischia, con touchdown in corsa da almeno 70.
I quarterback
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Kansas City Chiefs vs Philadelphia in versione II significa pure la riedizione del duello di testa fra Patrick Mahomes e Jalen Hurts. Quando accadde due anni fa per la prima volta, l’America parlò di rivoluzione. Non era mai successo che al Super Bowl i due quarterback fossero neri. L’ex Warren Moon segnalò che nell’America che offre agli afrodiscendenti un lavoro nella sanità ogni 10, nel giornalismo 8 su 100, negli studi legali e di architettura altri due punti in meno, i posti da quarterback titolare in 56 edizioni di Super Bowl erano stati fino a quel momento nove in tutto. Il decimo e l’undicesimo arrivarono insieme. Nel paese dove la percentuale di disoccupazione per gli afr0-americani è del 36 percento, quattro punti più alta della media nazionale, l’aggiornamento di Hurts e Mahomes poteva essere letto in due modi. Il primo parlava di un’arretratezza. Il secondo segnalava un progresso. Moon disse: «Non so se ci sia voluto più tempo di quanto pensassi, ma sapevo che alla fine sarebbe successo, che avremmo avuto due quarterback neri. Alcuni pensano che non sia significativo, io sono dovuto andare a giocare all’estero, quindi so qual è l’importanza di quel che accadrà. Adesso spero che non se ne debba parlare più, adesso spero che tutto sia compiuto, che sia tutto finito».
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12 FEBBRAIO 2023
Tutto finito fino a un certo punto. Mike Jones su The Athletic sottolinea che c’è molto meno clamore, certamente, i giornalisti alla vigilia della partita li hanno ricoperti di domande ma si è sentito a malapena parlare della storia degli afro-americani. Perché c’è stato un ripensamento nella società, perché si tratta di un obiettivo scontato, perché il quarterback ha ottenuto il suo scopo di essere considerato un quarterback che per caso è nero? Se fosse così sarebbe un trionfo. Jones non ci crede. Lo dice l’America intorno al super Bowl.
“Non dite a Williams o altri pionieri come Shack Harris, Vince Evans o Warren Moon che il duello di domenica non ha più importanza. Né a Tony Dungy, Brian Mitchell e innumerevoli altri eccezionali quarterback universitari che sono stati costretti a giocare in altre posizioni nella NFL. Non cercate di sminuire il momento per tutti i giovani quarterback che idolatrano Mahomes e Hurts”.
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Il buco con la menta intorno: lo show
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Stavolta si è parlato di meno di Taylor Swift. Il suo fidanzato Travis Kelce è ancora tra i protagonisti della partita, ma non siamo ai livelli di attenzione mediatica di un anno fa, quando i media americani furono perfino costretti a immaginare come avrebbe fatto lei a rientrare in tempo per la partita da uno dei suoi concerti in Giappone. La foto del dopo-partita fu quella del bacio tra il gigante e la popstar, appena uscita da un’edizione dei Grammy che l’ha punita in favore di Beyoncé.
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11 FEBBRAIO 2024
The Athletic si è dedicato a lui, l’omone che prima delle partite, quando il resto dei compagni prova delle giocate ‘attacco-contro-difesa, se ne sta in disparte, concentrato sul compito da svolgere, paralizzato, prigioniero di un tempo morto. “Kelce – si legge – vaga su un campo adiacente ed entra nel suo regno. Cammina avanti e indietro, balbetta qualcosa, entra ed esce da pause immaginarie, ripassa le giocate nella sua testa e parla da solo”. Un po’ quello che accade a sciatrici e sciatori al cancelletto della discesa libera, quando si muovono, ondeggiano, ripassano il tracciato che devono aver imparato a memoria per buttarsi già a 150 all’ora.
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discussioni
Il bando di Trump alle atlete transgender
Qualche giorno fa Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che esclude le ragazze e le donne reduci da un percorso di transizione di genere dalle competizioni sportive in scuole e college. Lo aveva annunciato in campagna elettorale e ha mantenuto la promessa. La questione è nata con la nuotatrice Lia Thomas: su Slalom c’è un’ampia sezione dedicata allo studio del caso.
Valerio Piccioni su Domani ha analizzato la scena in chiave Los Angeles 2028 citando peraltro un sondaggio Gallup del 2023, quando “il 70 per cento degli intervistati (due anni prima si era al 62) si dichiarava contrario a far gareggiare le atlete transgender nello sport femminile. Numeri che hanno certamente alimentato la solennità di quel «la guerra contro lo sport delle donne è finito» pronunciato dal presidente. Con un sottotitolo implicito: sono io che vi ho salvato”.
Ora, il Wall Street Journal chiude il cerchio e anticipa che “Trump vuole che le Olimpiadi adottino il suo divieto per le atleti transgender”, aggiungendo però che “anche prima dell’ordine esecutivo del presidente, i dirigenti olimpici si stavano muovendo verso restrizioni negli sport femminili”. Cinque dei sette candidati in corsa per guidare il CIO dopo Thomas Bach hanno dichiarato di essere favorevoli a regole più severe per la definizione delle atlete donne. Alcune delle più grandi federazioni internazionali, tra cui nuoto e atletica, hanno già firmato linee guida che impediscono a qualsiasi atleta che abbia superato la pubertà maschile di competere in eventi femminili. La pensano così Sebastian Coe e Kisty Coventry, le due figure che sembrano in vantaggio su tutte le altre per l’elezione.
Fino a oggi una sola atleta transgender ha gareggiato alle Olimpiadi: la sollevatrice di pesi neozelandese Laurel Hubbard a Tokyo. Le polemiche della vigilia si sbriciolarono quando fece tre nulli in partenza e uscì di scena immediatamente. Eppure il suo risultato così simile a una bolla di sapone non ha impedito alla questione di assumere un rilievo smisurato, sfacciatamente politico e ideologico, come dimostra pure il circo di Parigi intorno a Imane Khelif – riconosciuta come donna sul passaporto e neppure identificata da atleta DSD come Caster Semenya.
Sally Jenkins, editorialista del Washington Post, riferisce un dato che arriva dalla NCAA e dal suo presidente Charlie Baker. Su 530mila tesserati nell’atletica universitaria USA, le transgender sono meno di 10. Jenkins definisce l’editto di Trump di “una crudeltà cavernicola. Il comandante in capo ha chiarito che le vuole tutte e sei o sette sotto il suo tacco, e la NCAA di Baker sembra pronto a obbedire. Trump punta a considerare fuorilegge anche i visti delle atlete olimpiche transgender. Il modo in cui si fanno le cose è importante tanto quanto ciò che si fa. Donald Trump non vuole solo che le atlete transgender siano fuori dalle gare di atletica e dalle piscine; il suo ordine esecutivo è calcolato per infliggere loro la massima paura e umiliazione pubblica. Ordina ai funzionari federali di indagare per frode le atlete transgender che richiedono visti per competere in questo paese. Inquadra il suo ultimo ordine come parte di una guerra per “rivendicare la nostra cultura e le nostre leggi”. Ma se il visto di una donna trans straniera può essere definito “fraudolento”, cosa significa questo per il passaporto di una trans americana? Molti cittadini possono opporsi ragionevolmente alla presenza di atlete transgender negli sport femminili, al trattamento della disforia di genere nei giovani o alla polizia dei pronomi, ma riescono a farlo con civiltà e con rispetto per le altre anime. Nessuno difende più apertamente lo sport femminile di Martina Navratilova, ma lei difende anche con fermezza i diritti umani ed esprime affetto e comprensione per la pioniera trans Renee Richards, sua amica ed ex allenatrice. L’ordine di Trump e il linguaggio con cui lo ha presentato sembrano calcolati per provocare ostilità e incomprensioni, e rischiano di creare falle collaterali nei diritti civili di tutti noi. Questo è il punto: trascinare brave persone in un posto oscuro, dove non hanno mai avuto alcuna intenzione di andare. Ha chiamato malate e squilibrate le persone transgender davanti a una folla nella Carolina del Nord. In un comizio di Natale ha giurato di fermare la follia transgender. Perché Trump è così determinato a distruggere la pace delle persone, non solo a eliminarle dalla competizione? Perché è così concentrato a mettere in difficoltà quello 0,5 percento? Per il bene di tutti è importante chiedersi: tollereremmo che lo Stato trattasse in questo modo un uomo americano bianco ed eterosessuale?”
Jenkins chiude il suo editoriale citando Hannah Arendt, quando dice che la morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segnali di una cultura che sta per sprofondare nella barbarie.
VITE OLIMPICHE
Due record del mondo nel meeting di New York
Si definisce non binaria e non conforme al genere femminile con cui è nata Nikki Hiltz, ieri terza col primato personale nella gara del miglio ai Millrose Games. Nel 2020 Hiltz ha fondato Pride 5k, corsa annuale di beneficenza che ha raccolto oltre 172.000 dollari per The Trevor Project , un’organizzazione senza scopo di lucro focalizzata sugli sforzi di prevenzione del suicidio tra i giovani LGBTQ. Hiltz si definisce con il they e ha una relazione da qualche anno con Emma Gee, prima studentessa-atleta apertamente LGBT a competere per la Brigham Young University. Gee ha poi gareggiato per la Temple University e si è qualificata per i Campionati di atletica leggera della Divisione I NCAA 2021.
I Millrose Games sono stati magnifici. Due primati del mondo sono caduti sulla pista di NY: Grant Fisher lo ha battuto sui 3.000 metri [7:22.91], Yared Nuguse sul miglio [3:46.63]. Ci sono stati anche sei migliori prestazioni mondiali stagionali [Masai Russell nei 60 hs con 7.76, Katie Moon 4,82 nell’asta, Dylan Beard 7.38 nei 60hs, Jacious Sears 7.02 nei 60, Shafiqua Maloney e Josh Hoey negli 800 con 1:59.07 e 1:43.90. Ma più ancora dei primati mondiali stagionali di una stagione all’esordio colpiscono i 44 primati personali e una serie di record nazionali: Jimmy Gressier per la Francia nei 3.000, Ky Robinson per l’Australia e Sarah Healy per l’Irlanda sempre nei 3.000, Nozomi Tanaka per il Giappone ancora nei 3.000, Josh Hoey per gli USA negli 800, Mark English per l’Irlanda e Alex Amankwah per il Ghana ancora negli 800. L’Italia ha avuto Sinta Vissa decima nel miglio in 4:26.39. Marcell Jacobs ha riaperto il carnet delle rinunce e non si è presentato al via dei 60 metri vinti da Marcellus Moore in 6.56.
IL TELECO-SLALOM
Guida allo sport in tv di oggi
EUROGOL
Che cosa vi hanno fatto i tempi supplementari
Colpo di scena. Un altro. L’UEFA sta valutando di eliminare i tempi supplementari. Almeno nella fase a eliminazione diretta della Champions League. Un’altra grande vecchia tradizione che viene spazzata via, “così va il mondo, tutto quel che c’è di grande e glorioso nel gioco viene profanato per produrre più contenuti da vendere”. Lo ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian, in genere poco incline al nostalgismo. Forse proprio per questo motivo ha sentito il bisogno di chiedersi a voce alta se “con l’avanzare della mezza età, il pensiero sui supplementari è condizionato dagli anni di formazione”.
Ovviamente alla fine pensa che no, non può essere così. Lo fa ricordando una serie di magnifiche epopee calcistiche definite ai supplementari [la finale di FA Cup 1982, la semifinale Francia-Germania ai Mondiali ‘82, la finale di FA Cup 1983].
“All’età di sei anni – scrive – ero pienamente convinto che i supplementari significassero eccitazione e che fossero una cosa positiva, un’opinione che è stata appena messa in discussione dal fatto che cinque delle finali della Coppa d’Africa a cui ho assistito sono finite 0-0 prima di essere decise ai rigori. Forse questo è solo un altro esempio del calcio che funge da grande coperta di conforto nostalgica”.
Ma qual è la giustificazione per eliminarli, si domanda Wilson: “I calciatori che giocano troppo? Quanti tempi supplementari giocano le squadre in una stagione? Nelle ultime due, solo una partita a eliminazione diretta della Champions League è andata ai supplementari. I calciatori giocano troppo perché le autorità del calcio continuano a rendere i tornei più grandi e a inventarne di nuovi. Volete risparmiare le gambe dei giocatori? Basta non aggiungere alla Champions League due partite extra nei gironi e un possibile turno a eliminazione diretta in più, l’equivalente di 12 tempi supplementari. Basta non creare una Coppa del Mondo per club, i cui vincitori giocherebbero l’equivalente di 21 tempi supplementari, più gli eventuali tempi supplementari effettivi. L’UEFA dice che è per avere un orario più chiaro della fine delle partite. E noi dobbiamo credere che la Uefa, l’organismo che ha presieduto il caos delle finali di Champions League di Parigi e Istanbul, il caos delle ferrovie tedesche a Euro 2024, improvvisamente si preoccupi dei tifosi?”
Insomma. Quello di Wilson è un no. “I rigori – dice – sono una parte del calcio, ma non sono il calcio. Possono essere il modo meno peggiore che il calcio conosca per risolvere le partite in parità, ma dovrebbero essere l’ultima spiaggia. L’abolizione dei supplementari porterà più partite ai rigori. È davvero questo che vogliamo: più calcio risolto da qualcosa che è meno del calcio? Le persone guardano il calcio perché gli piace il calcio, e se non gli piace il calcio perché cercare di farglielo guardare? Il calcio non è una medicina per bambini, da ingoiare con un po’ di zucchero e aroma di fragola. Non esiste alcun argomento calcistico per eliminare i supplementari. Non è una questione di nostalgia. Partite più brevi non sono partite migliori. Forse è una posizione conservatrice, ma non dovrebbe essere considerata come reazionaria: quando si affronta il futuro del calcio, la considerazione più importante dovrebbe essere il calcio”.
EFFETTO DOLLY
Ogni maledetto 9 febbraio
La clonazione di Slalom
🟨 Il record del mondo di Duplantis
2020 Il ventenne svedese scavalca 6.17 al secondo tentativo nel meeting Copernicus Cup di Torun, in Polonia. Il precedente 6.16 apparteneva dal 2014 al francese Renaud Lavillenie, che nel frattempo salta tre nulli a Rouen. LEGGI QUI
🟨 Il ritorno negli stadi
2021 Tampa Bay, Qatar, Melbourne. Undici mesi dopo l’inizio della pandemia di covid, in qualche posto nel mondo gli stadi riaprono alla folla. LEGGI QUI
🟨 L’oro olimpico del curling italiano
2022 Stefania Constantini e Amos Mosaner stupiscono fino in fondo ai Giochi di Pechino: medaglia d’oro. LEGGI QUI
🟨 Che cosa ha scritto Jabbar del primato di LeBron
2023 La celebrazione del concetto di record. La replica a Magic Johnson che sospettava un suo malumore. La spiegazione a James del perché non abbiano mai avuto un rapporto personale più stretto: le verità di Kareem sul numero 38.390. LEGGI QUI
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