Indagine eretica su Franco Baresi

 

venerdì 8 maggio 
#237

 

Scirea era più elegante, Baresi è formidabile
Gianni Agnelli

 

discussioni
Indagine eretica su Franco Baresi 

 

  Nella intervista del Daily Mail a John Barnes lunedì c’era un passaggio molto interessante. La stella dell’ultimo titolo del Liverpool, ventidue gol segnati nel 1990, faceva un paragone tra la sua squadra e questa irresistibile di Jürgen Klopp. «Quando la gente mi chiede di metterle a confronto, io rispondo sempre che tutto dipende dalle regole. Se giocassimo con le regole degli anni 80 e con gli arbitri di allora, gli faremmo sei gol. Perché cadendo loro non avrebbero nemmeno un calcio di punizione. Ma se giocassimo con le regole attuali, sarebbero loro a farne sei a noi, e in sei finiremmo la partita».
È una considerazione molto onesta. A suo modo umile. Barnes si dichiara un campione figlio del suo tempo. Spinge a chiedersi se non ce ne siano stati altri, anche grandi, anche grandissimi, che devono qualcosa, poco, tanto, allo spirito del tempo in cui sono capitati.
Il primo pensiero è corso a Pat Bonner, il portiere dell’Irlanda che ai Mondiali del 90 nei momenti di difficoltà si faceva passare il pallone all’indietro e lo custodiva tra le braccia. Contro l’Egitto lo tenne così per sei minuti su novanta. La FIFA si indispettì. Il divieto di prendere con le mani il passaggio dei difensori nasce da lì. 
Il secondo pensiero è andato a Franco Baresi. Che oggi compie sessant’anni.

 

  Le 5 persone più importanti per lui
 Rivera, Rocco, Liedholm, Berlusconi e Sacchi

 

 

Quando oggi pensiamo a Franco Baresi, il primo riflesso legato al suo nome è un sentimento di ingiustizia. Franco Baresi senza un Pallone d’oro è un’idea insopportabile. Sammer sì, lui no. Belanov sì, lui no. Arrivò secondo nel 1989 dietro Van Basten e davanti a Rijkaard. Anche l’anno prima il Milan di Sacchi aveva piazzato tre giocatori sul podio. 
Poi parla John Barnes e allora viene da domandarsi se per caso Franco Baresi nel nostro tempo non sarebbe meno Baresi di quanto sia stato. 

 

In un articolo molto interessante del 19 gennaio 2012, Roberto Beccantini analizzava su la Gazzetta dello sport l’effetto provocato sul gioco del calcio dalle regole cambiate dopo il Mondiale del 90, definito “uno dei più brutti della storia”. Se il talento di Messi può usufruire di tanta libertà, questa era la sua tesi, si deve alla caccia a Maradona cui abbiamo assistito a suo tempo. Scriveva: 

 

  Ai tempi di «re» Diego, al potere c’erano i difensori: e molto, troppo, veniva piegato alle loro fregole. Nello slancio, legittimo e condivisibile, di tutelare il gioco – dunque, i campioni – la Fifa rivoltò i testi sacri: limite del retropassaggio al portiere, espulsione dell’ultimo uomo colto nell’atto di stroncare una chiara occasione da gol, ripristino del vantaggio in differita, «stupro» del fuorigioco, portieri presi di mira nelle uscite a terra, al di là della volontarietà o meno di franare sull’avversario.

 

  Di questo bendidio – è la parola usata – si giovano Messi e i suoi contemporanei, “oggi che al potere ci sono gli attaccanti”, e se ne approfittano perché si sono moltiplicati i simulatori e perché esiste il fuorigioco ininfluente. 
Invece.
Invece a quei tempi, scrive Beccantini, “c’è stato un periodo in cui, quando Franco Baresi alzava il braccio in piazza Duomo, era fuorigioco fino a piazza Navona”. 
Un’affermazione che contiene sia la diversa natura della regola sia la capacità del campione di influenzare la chiamata dei guardalinee.
Perciò seguendo il ragionamento di Barnes viene da chiedersi quanto il fuorigioco passivo prima, il fuorigioco senza interferenza poi, avrebbero inciso sul gioco di Franco Baresi, fino a oggi, fino a chiedersi quanto la VAR, le righe e le chiamate in ritardo avrebbero cambiato la maniera di stare in campo di Franco Baresi. 

 

Primo novembre 1989, ritorno dei sedicesimi di Coppa dei Campioni. Perdiamo a Madrid 1-0 con il Real, ma ci qualifichiamo dopo il 2-0 dell’andata. Bene, quella sera al Bernabeu gli spagnoli finiscono in fuorigioco 28 volte, roba da impazzire. Baresi fu stratosferico. Era straordinario nell’alzare la linea dei difensori, vedeva il fuorigioco come nessun altro. Meglio degli arbitri, che infatti fischiavano sempre.
Adriano Galliani a Paolo Brusorio, la Stampa, oggi

 

 

  Franco Baresi si rivela precocissimo. A diciotto anni è il libero titolare del Milan di Liedholm che nel 1979 vince lo scudetto della stella. È di sette anni più giovane di Gaetano Scirea. Bearzot lo porta al Mundial 82 come riserva dello juventino sapendo che nella propria idea di Nazionale esistono solo i titolari, esiste solo il suo blocco. C’è stata una fase, qualche mese prima, in cui ci si è domandato se e come potessero coesistere. A febbraio 82, Baresi chiude all’ipotesi di un trasferimento a metà campo: «Ho sempre giocato in questo modo, inutile fare altri esperimenti. Se vogliono fare qualche tentativo lo facciano pure con altri liberi». Del resto, ricorda Marco Zorzo su Leggo “con Rivera, ormai al crepuscolo della carriera, si ricorda un episodio durante un’amichevole a Treviso, quando Baresi richiamò Sua Maestà Gianni in copertura”.
Enzo Bearzot dovrà difendersi dal sospetto di non apprezzare abbastanza il prodigio milanista: «Da quando faccio il tecnico, su un solo giocatore mi sono sbilanciato e impegnato dopo averlo visto appena una volta: proprio Franco Baresi. Ma questo giovane, ho detto, è baciato da Dio. È lui che non vuole giocare mediano. Non è portato, non gli piace. E anch’io, fra l’altro, penso che troverebbe maggiori difficoltà di quante non ne trovi operando da libero. Comunque non capisco perché, essendo tanto giovane, non si renda conto dei vantaggi che potrebbe avere a fare il centrocampista. Come ha fatto, fra l’altro, anche Beckenbauer. Se Scirea si rendesse indisponibile, farei giocare Baresi libero».

 

 

  In realtà anche dopo il Mundial 82, anche quando non gioca Scirea, il libero è raramente Baresi. Quando capita va male. In seguito a un disastroso 0-3 con la Svezia a Napoli, Bearzot gli preferisce Ubaldo Righetti, e a quel punto Baresi a metà campo ci va. Finché non rompe col CT. Quando è in Serie B con il Milan, nella domenica in cui la Cavese vince a San Siro, Gian Paolo Ormezzano su la Stampa scrive che “in Serie B Baresi appare un ergastolano che, legata al piede, trascina con classe una palla d’oro tutta sua”. Arriva una fase lunga tre o quattro anni passata alla ricerca di una dimensione. Durerà fino all’arrivo di Vicini in Nazionale e di Sacchi al Milan.
È quella fase in cui Gianni Brera lo descrive così: 

 

  Baresi II non è affatto un difensore. Picchia con estri bresciani, che non sono mai teneri, e soprattutto con il disprezzo del privilegiato. Benetti viene molto rimpianto da Bearzot: ma quanto a cattivi istinti, non è che lo debba invidiare molto Baresi II.

 

Sì, Brera lo chiama Baresi II. Come sull’almanacco Panini. Scrive che Baresi è un “nome di corporazione e significa carradore in lombardo, cioè costruttore di bare”. Prima che diventi “un asso”, “un grande e insostituibile”, un “fuoriclasse”, “un gran peintre du football” che è “maturato a perfezione quasi assoluta”, “un cigno fra i paperi”, Baresi II nei pezzi di Gianni Brera è soprattutto uno “stilista feroce”. Ma anche dopo. 

 

  27 novembre 84: “È da riportare in terra al più presto: non è che per caso si considera seduto sulla cima di Olimpo?”
14 settembre 86: “La riscoperta di Baresi II centrocampista suona come frivolo miraggio”

 

Sì, scrive che Baresi II picchia. Alla Romeo Benetti. Il trucido per antonomasia del calcio italiano. 
Il 10 ottobre 86, in Italia-Grecia, Brera gli attribuisce “una carognata sesquipedale. Il centravanti greco lo stava saltando e lui era fuori tempo: allora ha reagito da boia, facendosi ammonire”. Il 9 dicembre 86 “esagera nel mettere grinta quando porta il tackle in area”. Il 12 settembre 87 racconta che un tifoso milanista in una lettera inviatagli lo trova “distratto nel piazzarsi, falloso nelle entrate, pretenzioso nel portar palla”.
Il 9 febbraio 88 “gli avversari, quando tentano di organizzarsi, vengono maltrattati da Baresi II”. 
Il 28 febbraio 89 “Baresi II ha rabbiosamente abbattuto di ancata due avversari che stavano andandogli via da centrocampo”. 
Il 22 marzo 88 contro il Pescara “dopo 26’30” Baresi II si conferma cinico (“Lo coglie il raptus omicida“, enfatizza Righetto Sacchi). Sliskovic va via a Tassotti, entrato un po’ troppo goffamente in tackle, e arriverebbe davanti a Giovanni Galli se Baresi II non lo stendesse con voluta ferocia”. Di quella partita Bruno Bernardi su la Stampa scrive che “Baldas non se l’è sentita di estrarre il rosso. Non è la prima volta che Baresi, vedendosi superato, punta dritto sull’uomo. Era successo ad Ascoli con Casagrande: brasiliano azzoppato e un suo compagno, che aveva protestato con l’arbitro, espulso. E si era ripetuto a Bari in Nazionale nell’amichevole contro l’URSS, interrompendo con un fallaccio la fuga di un sovietico verso Zenga. Buttalo giù predicano gli allenatori all’ultimo difensore quando non c’è altro da fare. Baresi, che ha risorse tecniche e atletiche non comuni e una vasta esperienza, talvolta applica questo dogma un po’ troppo alla lettera. Se continua così, a parte l’eventuale cartellino rosso, c’è anche la prospettiva di mandare qualcuno in ospedale e di diventare capitan… fracassa”. 

 

 

  La prima accusa eclatante di gioco duro a Franco Baresi è del 1985, quando Rummenigge chiude un derby con otto punti di sutura alla tibia destra. Il vicepresidente interista Prisco gli dà del killer e andrà per questo  a processo alla Disciplinare. Il presidente del Milan Farina gli risponde: «Baresi non arriva dall’Etiopia (sic), è qui a Milano da una vita, lo conoscono tutti, è uno che pratica un calcio maschio, non fa male».
È questa sua personale asprezza, all’interno di una squadra che applicava il fallo tattico a centrocampo, che spinge allora a domandarsi quanto di Baresi II non sarebbe replicabile in un Baresi oggi. I dieci calciatori più ammoniti nella Storia della Serie A sono tutti dei post 90. Quanti gialli in più avrebbe quel Baresi oggi? Barnes ci invita a chiederci: quanto le sue partite ne sarebbero condizionate? 
Il 22 settembre 92, in uno dei suoi ultimi pezzi, Brera sembra darne un giudizio definitivo: “Gioca splendidamente nei contrasti, gioca malissimo invece quando avanza a rifinire o concludere”. Scrive di lui stamattina Arrigo Sacchi su la Gazzetta dello sport: “Una sola cosa non mi convinceva di lui, i lanci. Gli dicevo: «Ogni volta che li fai, mi dai un dispiacere». Quei lanci erano per me un retaggio del passato, desideravo che passasse di più la palla rasoterra così da costruire il gioco da dietro”.
Baresi ha giocato in Nazionale 81 volte con un solo gol. Nel Milan ne ha segnati 33 in 719 partite. Uno ogni 21 partite, cinque in tutto negli ultimi 10 campionati di Serie A.

 

  Ci sono due frammenti della sontuosa carriera di Franco Baresi che la nostra memoria tende a trascurare, e sono due calci di rigore. Uno lo tira a Pasadena in coda a una delle partite più belle della sua carriera, la finale mondiale 94 contro il Brasile, probabilmente una delle partite più belle mai giocate da un difensore nella storia del calcio, per giunta 24 giorni dopo un’operazione al menisco. Il povero Baggio porta addosso il peso della sconfitta di Pasadena. Ma se Baresi e Massaro non avessero sbagliato in precedenza il loro tiro, Baggio sul dischetto non ci sarebbe nemmeno andato. 
Baresi raccontò come fu che andò a calciare: «Io stavo lì in attesa, nessuno si faceva avanti. Qualcuno mi ha detto, perché non cominci tu? Te la senti? Ho risposto sì. Era un mese che non giocavo, ero arrivato ai rigori in preda ai crampi. Inutile prolungare l’attesa. Sono andato sul dischetto. Che cosa ho provato dopo? Immaginate. Un’amarezza grande, per un grande obiettivo fallito». 

 

  Pasadena è in California, e per l’italiano maschio medio è una città legata per sempre a un ricordo: che non è il rigore spedito da Baggio alle stelle, ma qualcosa di molto più raro e simbolico: Franco Baresi che piange in mondovisione. Singhiozza come un vitello, in diretta, davanti a milioni di persone, un secondo dopo aver perso i Mondiali. Per l’italiano maschio medio è stata una liberazione. Se piange Baresi puoi piangere anche tu.
di alessandro baricco, Barnum (Feltrinelli, 1995)

 

  Il secondo rigore è di quattro anni prima. Il 24 gennaio del 90 Atalanta-Milan decide la qualificazione alle semifinali di Coppa Italia. L’Atalanta sta vincendo 1-0 a 2 minuti dalla fine. Stromberg vede Borgonovo a terra e manda in modo assai svedese il pallone in fallo laterale. Il Milan soccorre Borgonovo, ma poi il pallone non lo restituisce. Rijkaard batte la rimessa e serve Massaro, il quale fa cascare in mezzo all’area un cross sul quale si avventa Borgonovo, steso da Barcella: rigore. Rijkaard ammetterà di non aver restituito la rimessa di proposito, Massaro dice bah, non so, non ricordo. È Baresi che va sul dischetto per tirare. Potrebbe rimediare. Ha la grande occasione per essere finalmente Scirea per un giorno. Sceglie invece di calciare alla Baresi II e spiega: «Un calciatore deve sempre battersi al meglio». Il portiere Giuliano Terraneo, che era stato suo compagno di squadra al
Milan, dirà: «Che occasione ha perso, se tirava fuori quel pallone passava alla storia». Il suo capitano al Mundial, Dino Zoff, compagno di stanza di Scirea, dirà che è «il risultato di anni spesi a inneggiare alla furbizia». Il povero Stromberg furioso commenta che «ci vorranno anni prima che il Milan riacquisti la sua immagine». Mario Gherarducci su Corriere della sera scrive che si è trattato “se non proprio di uno scippo, qualcosa di molto simile”. 
Candido Cannavò scrive un fondo su la Gazzetta dello sport in cui parla di cafonata. Gianni Mura su la Repubblica definisce il rigore “giustissimo ma ingiusto” e scrive: “Nessuno discute l’esistenza del fallo da rigore. Baresi aveva il diritto di tirarlo. E il dovere di tirarlo fuori. Ha fatto la prima cosa, non la seconda, e secondo me ha sbagliato. Scrivo queste cose sapendo benissimo che in Italia, e nel calcio italiano, è meglio rubare che passare per moralisti, strana pattuglia in cui sono gli altri ad arruolarti. Ammetto che Baresi non poteva prendersi da solo la responsabilità di sbagliare apposta il rigore (ma fino a un certo punto, altrimenti a cosa serve diventare come lui, avere il suo carisma?) e dico che un educatore doveva farsi sentire dalla panchina e dare disposizioni precise. Per essere quello che è, per non essere giudicato, anche ingenerosamente, solo un tecnico come gli altri, uno che mira solo a passare il turno”. 
Tre mesi dopo quello sarà il campo della monetina di Alemão. A Pasadena Massaro e Baresi sbagliano il rigore. Quando Baresi lascia la Nazionale, il 5 ottobre 94 Roberto Beccantini su la Stampa rende omaggio a “il più grande libero italiano di tutti i tempi. Dopo Scirea”. 

 

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