Lo Slalom del 28 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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Paolo di Tarso, Lettera agli efesini

 

  OGGETTI DI SCENA

Le racchette sfasciate dai battuti

Lei balla su TikTok. Lei sorride. Lei è leggera. Quando Aryna Sabalenka ha cominciato il suo percorso a Melbourne un paio di settimane fa, dopo la prima partita le hanno chiesto di fare i suoi passetti in campo. Oh no, davvero, dite sul serio, risate, va bene d’accordo balliamo. 

Gioca da tre anni senza bandiera, senza inno, lei che è nata a Minsk e ci sta attenta, attenta a non dire una parola né su Lukashenko né contro. Per questo al Roland-Garros Marta Kostyuk non le diede la mano, Elina Svitolina non le diede la mano, pazienza pensò lei se le ragazze ucraine fanno così, lei balla su TikTok, lei sorride, lei è leggera. 

È dentro un’apparente frivolezza che Sabalenka è andata a ripararsi quando Konstantin Koltsov cadde dal balcone della sua stanza nell’hotel di Bal Harbour, nei pressi di Miami. Sul tavolino trovarono diverse bottiglie di alcolici ma nessun messaggio di addio. La polizia aprì e chiuse l’inchiesta. «È scivolato», disse la moglie dalla Russia. «Il mio cuore è spezzato», disse invece Sabalenka, «anche se non stavamo più insieme» e si trovava a a Miami, anche lei, era a Miami per il torneo. «Giocherò lo stesso», disse, e così fu. 

Lui non balla, sorride poco, la sua leggerezza si manifesta al massimo in qualche smanicato che porta, anche se un tempo ne metteva più spesso, bisognerebbe conoscere sociologia e psicologia degli indumenti per sapere, decifrare, per capire. Quando Sasha Zverev ha cominciato il suo discorso di ringraziamento, una donna si è alzata dalla tribuna e ha gridato che l’Australia crede a Olya e Brenda, non a te intendeva dire. Zverev ha sollevato lo sguardo verso la folla mentre il rumore si diffondeva nello stadio, allora sì un poco ha sorriso, era una di quelle smorfie tristi che i bravi scrittori russi sanno raccontare. 

Russi sono i suoi, papà, mamma, tutt’e due ex professionisti, così gli è venuto naturale esigere, mettergli una racchetta in mano, accettare che in terza media Sasha lasciasse la scuola per andare dietro al tennis e a una straordinaria capacità di mettersi nei guai. A quindici anni era già in causa con un manager, a ventitré un’ex fidanzata ha raccontato di essere stata picchiata e soffocata più e più volte. E dopo di lei, dopo Olya, s’è aggiunta Brenda, la mamma della loro bimba. «Le accuse contro di me sono cadute. Non ce ne sono più da nove mesi ormai». Il tribunale lo ha scagionato dalle accuse di Olya Sharypova, dopo aver esaminato messaggi di testo, file audio, foto, telefoni. L’ATP decise di non intraprendere nessuna azione, mentre con Brenda Patea è stato raggiunto un accordo extra-giudiziale «per il bene della figlia»

Tutto ti insegnano a sopportare quando sei una ventiseienne di Minsk che ha messo in banca 32 milioni di dollari picchiando una pallina o quando stai per compierne ventotto, vieni da Amburgo e ne hai messi da parte 51. Sei circondato da macchine che ti insegnano a chiudere gli occhi e avanzare, attraversare quei giorni in cui non hai un inno, non hai una bandiera, non ti stringono la mano, hai il cuore spezzato da un vecchio fidanzato caduto da un balcone, non hai preso il diploma, sei finito in tribunale con l’accusa di violenza domestica. 

Perdere

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Tutto si sopporta, tranne quella bestia feroce che è la sconfitta, ogni tanto passa e porta il conto. Aryna ha sfasciato le sua racchetta per mortificazione. Aveva di fronte un’avversaria più debole, più anziana, perdere doveva sembrarle improbabile. Appena la palla del match è atterrata sul cemento, Aryna Sabalenka ha guardato il suo angolo e aveva la collera negli occhi. Era di una porzione finanche superiore alla gioia di Madison Keys

Spaccare la racchetta l’ha placata e pure con il suo team ha messo a posto le cose con quel rito tribale che molti adesso non le perdonano, fingere di urinare sul trofeo che le hanno consegnato: lei, il suo fidanzato Geogios Frangulis, l’allenatore Jason Stacy, tutti intenti nell’esecuzione di spinte pelviche che qualche mental coach deve aver individuato come un esorcismo esatto. 

Pure Sasha si è accanito contro la racchetta, non per mortificazione, nessuno si mortifica più nel perdere da Sinner, ma frustrazione sì. Quello era. La frustrazione di quella generazione nata negli anni Novanta che sembra essere irrimediabilmente esausta: prima troppo giovani, ora troppo vecchi ha scritto sabato Giorgia Mecca sul Foglio Sportivo. Oggi Marco Imarisio sul Corriere della sera aggiunge: Il bilancio dei giocatori nati negli anni Novanta nelle finali Slam è di due vittorie e 20 sconfitte. Quello dei nati negli anni Duemila è di sette vittorie e zero sconfitte. Il futuro è già storia, per quelli come Zverev, Tsitsipsas e Medvedev. Sottomessi per anni da Nadal e Djokovic, quando sembrava che potesse arrivare il loro momento, vengono superati in corsa dai più giovani. È la generazione perduta del tennis.

Non c’era mai stato nella storia del tennis uno Slam finito allo stesso modo, il torneo femminile e quello maschile nel giro di 24 ore, chiusi dalla furiosa reazione dei battuti. 

Aryna ha elaborato con la trivialità, la sguaiata certezza di essere superiore a quanto le accadeva. Ha tirato fuori quel gesto che in letteratura non si trova quasi mai: ne ha scritto una volta Valentina Pigmei su Esquire, un piccolo saggio sull’inibizione femminile dell’urinare e sul fare la pipì come atto di ribellione.  

Il tema della minzione maschile è associato anche alla fecondità, allo sperma. La rappresentazione delle donne ha invece sempre qualcosa di trasgressivo o erotico: Rembrandt nel 1631 ha disegnato una donna che si tira su la gonna e fa pipì guardandosi alle spalle. Lei invece davanti a tutti, davanti pure al tribunale dei social. 

Sasha ha riempito il vuoto della sconfitta con il dramma, quella roba che nei romanzi la trovi eccome, sia nei tedeschi sia nei russi. Sinner ha sentito il bisogno di trovare dentro la sua gioia uno spazietto per il conforto dell’altro. Se è vero come scriveva domenica su Repubblica Gabriele Romagnoli che sta “cercando di dire qualcosa al di là delle parole, che chiede aria, spazio, tempo quando accenna alle tante cose importanti che ci sono a parte il tennis nella vita, allora può darsi che abbia riconosciuto la propria solitudine nell’altro, come accade nel romanzo di Paolo Giordano che Antonio Franchini volle titolare La solitudine dei numeri primi. Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che ogni tanto negli occhi di Jannik ricompare lo sguardo del cerbiatto braccato. È un lampo, che di colpo gli smorza il sorriso

Quel romanzo cominciava con una certa Alice Della Rocca che odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla

Se avesse scelto il tennis anziché lo sci, se avesse avuto una racchetta tra le mani, forse Alice Della Rocca avrebbe finito per sfasciarla. Ma come dice il Totem di Slalom quella è la solitudine dei numeri due

      GESTI

La testa di Jannik sulla spalla di Cahill

C’è stato un gesto, a un certo punto. Jannik Sinner è andato a posare la sua testa sulla spalla di Darren Cahill, subito dopo la fine della partita, dava l’impressione di starci bene, di starci comodo, di volerci restare tanto, se non per sempre. Ora pare che dopo Cahill nel box possa arrivare Agassi, o forse Ivanisevic, gira pure il nome di Seppi. Ma nessuno sarà così paterno come lui quando s’è sfilato, quando gli ha detto con un gesto e senza parlare ti stanno aspettando, devono darti la Coppa, adesso è tempo che tu vada, non ti voltare indietro. 

Così Jannik è andato e ha sollevato la terza grande Coppa. L’ha vinta senza aver dovuto affrontare e battere un vincitore di Slam. La somma delle posizioni degli avversari affrontati dai quarti di finale in avanti fa 31. È la più alta degli ultimi anni tranne che per il suo stesso US Open di settembre, quando era 42, ma quella volta dovette almeno scavalcare l’ostacolo di Daniil Medvedev

A Melbourne gliene sono toccati di più bassi, i più bassi degli ultimi anni, tutti avversari che a vincere un Major non sanno come si fa. Non è colpa sua e non è una vergogna. Novak Djokovic è stato un fenomeno anche in questo. Per quattro volte negli ultimi quattro anni è arrivato a uno Slam attraverso la medesima via [Melbourne 2021, Wimbledon 2021, Wimbledon 2022, Melbourne 2023], senza giganti lungo la strada, senza giocare una Classica nel senso breriano del termine: una partita fra due nomi  presenti nell’albo d’oro. A Rafa Nadal capitò a Wimbledon nel 2010, a Roger Federer tre volte [Wimbledon 2003, Melbourne 2006, Roland-Garros 2009].

Non è una colpa ma è il segno di un panorama che muta, un panorama nel quale Sinner ci sta alla maniera sua, dove è possibile meravigliarsi della freddezza della sua celebrazione dopo un epico scambio di 21 colpi, quando ha sporto il petto in fuori, ha lasciato uscire alcuni respiri profondi e ha stretto il pugno scrive Charlie Eccleshare su The Athletic. Vincere alla Sinner deve voler dire quel che sottolineava Barbara Rossi in diretta su Eurosport: Zverev ha statistiche migliori al servizio, ma quando bisogna servire meglio l’ha fatto lui, vincendo l’84 percento dei suoi 57 punti con la prima. 

The Athletic dice che esiste un universo alternativo in cui la genialità di Jannik Sinner non ha limiti. È stato clinico nel battere Alexander Zverev mostrando un atletismo e un tiro scandalosi. La vittoria fa evolvere la sua avvincente rivalità con Carlos Alcaraz, con cui è indietro 4-3 quando si tratta di titoli del Grande Slam e che ora sembra essere il suo unico rivale in cima alla classifica ATP

Ma dall’America Eccleshare ha tutta la libertà di scrivere che non è questo l’universo in cui è accaduto. Solo il 16 e 17 aprile, quando la Corte Arbitrale dello Sport convocherà la sua udienza a porte chiuse a Losanna, in Svizzera, per pronunciarsi sull’appello delle autorità mondiali antidoping, ci sarà un po’ di chiarezza al vertice del tennis maschile. Sinner ha ancora una volta mostrato la sua brillantezza sui campi in cemento e il suo temperamento da grandi partite, ma cosa significhi per il tennis non sarà deciso sul campo. Anche se si trattasse solo di pochi mesi, Sinner salterebbe l’Open di Francia e Wimbledon e potrebbe arrivare allo US Open fresco. Ma è possibile che la vittoria contro Zverev sia stata l’ultima di Sinner che il mondo vedrà ai Major quest’anno

Da noi è una tesi che porta dritti all’iscrizione nella lista di proscrizione dei disfattisti, degli anti-nazionalisti, degli odiatori. È la parola che usa il Giornale, quando scrive che non riuscendo nessuno a batterlo su campo, si cerca di incrinare la sua fiducia grazia a un’arma di solito infallibile: l’odio”. Libero la butta ancora più sfacciatamente in politica e incolla la faccia di Sinner sul corpo di Giorgia Meloni, o viceversa la faccia di Giorgia Meloni sul corpo di Sinner, ma insomma sono fratelli e sorelle d’Italia, sono una cosa sola. Provate a fermarlo titola il giornale da destra parlando di pazza idea per Jannik squalificato e Giorgia a casa

Quella del ricorso della WADA al TAS dovrebbe essere una faccenda complessa, una scena riempita da avvocati, versioni di una parte e dell’altra, perizie scientifiche, nanomoli, responsabilità, giurisprudenza, casi precedenti, ricerca dell’equità. Invece è una scena dove la ricerca della chiarezza, se non vogliamo chiamarla verità, è diventata un’operazione canaglia. Il Corriere della sera lo dice più forte dei colpi bassi: si punta sul caso clostebol per destabilizzarlo, inutilmente

C’è anche tennis, tanto tennis, per fortuna. Il tennis si è arreso a Sinner, dice Giorgia Mecca sul Foglio Sportivo, mentre Ester Viola recupera l’immagine del carro su cui non si può salire, e amen. Ha a disposizione una marcia che gli altri non possiedono. Nel tennis – spiega Mecca – succedono spesso i momenti interlocutori, quelli in cui il ritmo si abbassa. In questi casi di solito chi sta vincendo si rilassa anche senza perdere il polso della partita e chi sta perdendo si aggrappa a questi cali fisiologici (fisiologici prima dell’era Sinner) per provare a rientrare in partita. Contro il numero uno del mondo questo non accade mai, non accade più

Stefano Semeraro su La Stampa dice che “con Djokovic obbligato a tagliandi sempre più ravvicinati, e Alcaraz in crisi di fiducia, Jannik è l’unico capace di spingersi nelle terre estreme di certi scambi. E di tornarne senza perdere la tenerezza”. È bella la suggestione che Semeraro cita: sia Budge sia Laver, autori del Grande Slam, avevano i capelli rossi. Marco Imarisio sul Corriere della sera ricorda questa finale vinta senza concedere una palla break, cita l’analoga circostanza di Federer nel 2003 a Wimbledon contro Philippiussis, Nadal contro Anderson allo US Open 2017, e sottolinea come tutti i più forti esponenti della generazione compresa tra il 1996 e il 1998, sono stati eliminati da giocatori nati nel nuovo secolo. Sono già vecchi, superati, e non deve essere una bella sensazione. L’ultimo è stato Zverev. la misura dell’enormità di quel che sta facendo Sinner. Non diamolo per scontato, mai – avverte.

Gabriele Romagnoli su Repubblica ha scritto invece che quando il gioco si è fatto duro è diventato invulnerabile. Che cosa è scattato? Probabilmente ha ragione il suo allenatore: per dare il meglio gli servono i momenti cruciali, le «belle domeniche», come le ha definite lui, con le tribune stracolme, milioni di persone davanti al video e la coppa a bordo campo che splende nell’oscurità prima che si alzi il sipario e quando si chiuderà il finalista battuto sarà una comparsa. Incarna la definizione di Hemingway del coraggio come “grazia sotto pressione”, ma non vorrebbe dire alle armi né addio né arrivederci, se non lo costringono a farlo

  PAROLE  Sinner, la sconfitta e la vittoria

«Il dolore quando perdo è più forte perché noi esseri umani siamo maggiormente attaccati alle cose che non abbiamo e ci sfuggono, piuttosto a ciò che abbiamo. È un nostro difetto».

 ➣  Non ha voglia di vacanze?

«Ho voglia del mio piccolo paese. Il mio lavoro qui a Melbourne è finito. Ho vinto un torneo che per me significa molto perché a Melbourne mi sono sempre successe belle cose dentro e fuori dal campo. Vincere richiede un sacco di lavoro. Vincere due volte ne richiede di più».  intervista di gaia piccardi, Corriere della sera

  TESTIMONI  Tony Godsick, manager di Federer

 ➣  Veniamo da vent’anni incredibili per il tennis: Jannik è un numero 1 all’altezza dei tre Grandi?

«Al momento come star globale non può sostituire Federer o Nadal. Ma è amato dalla gente, gioca un tennis che a me piace molto e sa dare il meglio nei momenti che contano. Non so se potrà diventare una leggenda come Roger o Rafa, ma è sulla strada giusta. È serio, molto professionale, si comporta bene in campo e non fa sciocchezze fuori: in questo mi ricorda Roger». intervista di stefano semeraro, la Stampa

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  SINNERISMI

Jannik potrebbe riunificare il monoteismo. È che non gli va

COME MURAKAMI Il giorno dopo, da tradizione, il campione Slam fa passerella nella città del trionfo per la felicità dei fotografi ufficiali del torneo. Ma la passeggiata sulla spiaggia di Melbourne di Jannik Sinner è particolarmente dolce e nello stesso tempo imperiosa. [Vincenzo Martucci, il Messaggero]

DEVE ESSERCI UN TRUCCO Jannik Sinner subisce un pregiudizio di incredulità. Non può davvero essere quello che sembra. Ci deve essere qualcosa sotto. È il destino di chi non ama di solito indossare una maschera, quella la mette magari in campo quando fa la faccia da poker [Vittorio Macioce, il Giornale]

DIAMOGLI DOMENICA IN DOPO MARA VENIER  Un totale record da 3,5 milioni di spettatori e oltre 33% di share. La finale di Coppa Davis tra Rai 2 e Sky ha sommato oltre 6 milioni di teste. Nove domenica ha battuto tutti gli altri canali. Figuriamoci cosa avrebbe totalizzato se fosse stato trasmesso su Rai 1 [Klaus Davi, Libero]

COME UN PRINCIPE Eppure è sufficiente camminare sulla Avenue Princesse Grace per rendersi conto di quanto la famiglia Pastor sia saldamente intrecciata con la storia del Principato. La strada dedicata all’attrice hollywoodiana Grace Kelly, madre del principe Alberto, è stata per anni la via più costosa del mondo. Oggi ci abitano vip e milionari, tra i quali i tennisti Jannik Sinner e Novak Djokovic. [Angelo Mincuzzi, Il Sole 24 Ore]

Le scarpe indossate da Sinner durante l’Australian Open avevano dei dettagli personalizzati: il disegno di una volpe, accompagnato da impronte. Un tocco distintivo che si inserisce nella strategia di valorizzazione del suo marchio [La Gazzetta dello sport]

ECUMENISMO Nel film The Apprentice di Ali Abbasi l’avvocato Roy Cohn rivela al giovane Donald Trump il segreto del successo: attacca sempre, nega sempre la sconfitta, proclama sempre vittoria. Ebbene, a Melbourne c’è qualcuno che resiste a questa logica disumana e crede a un altro genere di “successo”. Cari Jannik e Sasha, domenica al vostro abbraccio ci siamo uniti anche noi [Umberto Folena, Avvenire].

UN ERETICO IN ITALIA  Non si vive di solo Sinner come non di solo pallone. Bravo Jannik n.1 assoluto in tutto, un po’ meno bravo il nazionalistico Tg1 della Rai che apre l’edizione delle 13.30 con la vittoria dello slam dell’azzurro del tennis a Melbourne [Massimiliano Castellani, Avvenire]

‘O TENNISTA ‘NNAMMURATO  «Sono sicuro che per il potenziale che abbiamo in questa regione si potrebbe sicuramente fare. Serve una comunità di intenti. Lavorare oggi per avere tra un decennio un napoletano al top». [L’ex senatore Riccardo Villari, oggi presidente del Tennis Club Napoli, intervistato dal Mattino]

    IL PAESE Una soap opera chiamata Slam

E meno male che lo chiamano l’Happy Slam. In realtà stavolta è parso più un gran circo mediatico. Così scrive Charlie Eccleshare nelle sue considerazioni finali su The Athletic, alla fine di un torneo – dice – tutto incentrato sull’aggressività”

Le cose sono iniziate maluccio il primo giovedì, quando la numero 12 al mondo Danielle Collins ha affrontato i tifosi di casa come un heel della WWE. Una folla chiassosa aveva sostenuto la sua avversaria, una divinità locale, Destanee Aiava, e dopo aver vinto in tre set Collins si è portata la mano all’orecchio, gridando che ne dite di questo, due volte, e ​​mandando baci alla folla ostile, le folle amano sempre Barabba. 

La cosa ha generato quel tipo di attenzione intorno a lei, i più giovani e colti lo chiamano buzz, da portarle sei diverse proposte di sponsorizzazione. Così alla successiva uscita Collins ci ha riprovato dicendo che non le interessa cosa scrive su Internet di lei un tizio che vive nel suo seminterrato. 

A quel punto, sospettando che la cosa potesse funzionare un po’ per tutti, ci ha provato anche il britannico Jack Draper, testa di serie numero 15, quando si è messo le dita nelle orecchie [o i diti negli orecchi? O le diti nelle orecchia? O il dito nell’orecchio su entrambi i lati?] – quando insomma ha dovuto affrontare un bel po’ di insulti dopo aver battuto Thanasi Kokkinakis, pure lui un cocco di casa. Dice The Athletic che il pubblico australiano potrebbe aver passato il limite, visto che è diventato un argomento di discussione ricorrente al torneo. Il direttore Craig Tiley è dovuto intervenire in difesa del popolo rumoroso. 

Il culmine del dramma è stato toccato quando Djokovic si è rifiutato di fare la sua intervista a bordo campo con Jim Courier perché il cronista Tony Jones di Channel 9 lo aveva definito un ex, dicendo buttatelo fuori, in apparente riferimento a quanto accadde nel 2022. Jones è stato anche coinvolto in un battibecco pubblico con Collins per averle dato della monella, così il magazine americano scrive che gli Australian Open sono sembrati più una soap opera che un Grande Slam. Djokovic ha consigliato al tennis di mettere ballerini e musica ai cambi di campo, per ravvivare l’ambiente. Sono state un paio di settimane strane.

    EUROGOL

Sostituzione, sceicco: esce Neymar, entra Vinicius

  L’Al Hilal ha annunciato sui propri canali social la risoluzione del contratto con Neymar. Marca scrive che il periodo di Neymar nella Lega Saudita non sarà ricordato per i suoi numeri. Con soli  428 minuti di permanenza saluta senza aver a malapena indossato i suoi colori. Nell’agosto 2023, la squadra araba ha pagato 90 milioni al PSG per una delle grandi figure del calcio. Adesso, due stagioni dopo, se ne va dalla porta di servizio e con una rescissione di 65 milioni di dollari, poco più di 62 milioni di euro. Tutte le informazioni indicano che il suo futuro prevede il ritorno al Santos”.

Diario As invece anticipa che dall’Arabia stanno mettendo insieme un miliardo per andare a prendersi Vinicius, un’offensiva estiva da circa 300 milioni per il Real Madrid e 200 a stagione per il giocatore con contratto quinquennale. Il club farà riferimento alla sua clausola a meno che non sia il brasiliano a chiedere di andarsene. In uno slancio di ottimismo nell’umanità, Marco Ruiz scrive che la fortuna per il Real Madrid è che Vinicius ha ben chiaro il fatto di essere nel posto giusto per crescere come calciatore.

  Le Parisien scrive che Kylian Mbappé vuole recuperare. Nel senso che vuol fare pace con la Francia. Lancia la sua operazione di riconquista. Nonostante un anno difficile nel 2024 e un’immagine offuscata dentro e fuori dal campo. Da dicembre Kyks ha segnato dieci gol in altrettante partite. Un primo passo, senza dubbio, per ridiventare profeta nel suo Paese. Potrebbe approfittare della trasferta al Roudourou (allo stadio del Guingamp, tana europea del Brest), mercoledì in Champions League, per confermare la sua riconciliazione con un pubblico sempre più diviso nei suoi confronti. Prima del ritorno in Nazionale?. E che ne possiamo sapere noi da qui. 

  I titoli più grossi in Spagna stamattina sono dedicati al rinnovo del contratto di Luis de La Fuente in Nazionale. È stato firmato dal presidente Louzán, la cui posizione è in bilico dentro la gigantesca crisi morale che evidentemente imbarazza solo a parole [che sta succedendo]. Alfredo relano scrive su As che almeno abbiamo un presidente operativo in grado di chiudere operazioni volanti, ma non è certo che la vicenda possa dirsi conclusa proprio per la scivolosità del pavimento su cui muove i suoi passi Louzán. La continuità di Louzán non è certa, costringerebbe il suo eventuale successore a ingoiare un allenatore in Nazionale che potrebbe non essere di suo gradimento. Ma siccome non è detto che Louzán durerà poco, né tanto meno è certo che al suo posto arrivi qualcuno con un’idea migliore di De la Fuente per la Nazionale, per ora consideriamola una mossa giusta. Il consenso che sostiene questo cittì è molto raro, direi unico

IL CALCIO ITALIANO

L’arresto di radja Nainggolan

Arresto choc, titola il Corriere della sera per Radja Nainggolan in Belgio. L’accusa è traffico internazionale di cocaina. I dettagli: sono state effettuate una trentina di perquisizioni domiciliari, sequestrati 370.430 euro in contanti, orologi di lusso, gioielli, un centinaio di monete d’oro, diverse armi, due giubbotti antiproiettile, 2,7 chili di cocaina e quattordici automobili. Il ritratto di un ragazzo sempre sul filo a cura di Luca Valdiserri comincia con echi della biografia di Ibra: Una legge non scritta del basket Nba dice che puoi togliere il ragazzo dal ghetto ma non il ghetto dal ragazzo. Nel ghetto — quello di Anversa — Nainggolan c’è cresciuto. Mezzo indonesiano e mezzo belga, cresciuto solo con la madre. Dolore sul dolore, come canta Mahmood. La vita senza un domani, come una mano di poker. Anche Matteo Pinci su Repubblica ne mette in fila gli eccessi e dice che ne parlava chiunque: anche lui stesso, con messaggi audio che mandava agli amici della capitale, dove in men che non si dica giravano sui telefonini di mezza città.

 

Nella sua rubrica di critica televisiva per il Corriere della sera, Aldo Grasso stamattina scrive degli appunti per il ministro dell’Istruzione Valditara, certificando la morte del riassunto. Chi è stato? Sono stati gli highlights, altrimenti detti: la partita in un minuto. Grasso ricorda che in un articolo de L’Espresso del 10 ottobre 1982, Umberto Eco pronunciava L’elogio del riassunto e affidava esercizi esemplari in quindici righe a dodici noti scrittori, poeti e saggisti. Riassumere esige dunque un atteggiamento di umiltà nei confronti del testo, nel rispetto della sua struttura. Non è un esercizio «piatto, falsamente oggettivo, insignificante della tradizione scolastica più uggiosa» (Calvino).

Oggi – dice – la sintesi di una partita o di una tappa o di qualsiasi altro evento non viene più fatta attraverso un riassunto ma utilizzando l’audio originale. È un montaggio di frammenti, secondo appunto una logica di scrittura che ha fatto del frammento la sua unità di significato. Attraverso gli highlight ogni partita sembra spumeggiante, anche se è stata noiosa; ma, attraverso gli highlight, non si capisce come gioca una squadra. Secondo Grasso, allora, il riassunto è morto perché negli highlights non c’è, non esiste un intervento della mente nel processo di discernimento, gli highlights si scelgono da soli.

Del resto siamo o non siamo nell’età della disintermediazione?

AMERICHE

Un altro Super Bowl per Mahomes o una festa per Philadelphia

    Trevor Lawrence e i Jacksonville Jaguars erano considerati la prossima grande novità della NFL. Sbagliato. Doveva essere l’anno di Josh Allen. Sbagliato. Doveva essere l’anno di Lamar Jackson. Sbagliato. Doveva essere l’anno dei Lions. Sbagliato. Sarà invece il Super Bowl dei Chiefs contro gli Eagles. Ancora. Di nuovo. Come nel 2022. 

Se la NBA è abbastanza incline a credere di poter avere in Oklahoma la settima squadra campione diversa negli ultimi sette anni, la NFL si fa due conti e scopre non c’era mai stata una squadra che andasse a giocare per il titolo cinque volte in sei anni. Kansas City Chiefs lo farà per la terza volta di fila con quel fenomeno di Patrick Mahomes

Ne sono usciti malconci i Bills, ancora una volta sventrati, dice Sports Illustrated con uno di quei verbi truci che hanno preso il sopravvento. Da noi va molto asfaltare e l’altro giorno girava anche uno sverniciare: il giornalismo sportivo fatto dall’ANAS. Josh Allen è il grande battuto, il quarterback che corre per il titolo di MVP ma non vincerà il campionato. Ha perso sei partite dei playoff nel corso della sua carriera, quattro delle quali contro i Chiefs, tre all’Arrowhead Stadium. I primi due passaggi della sua partita sono finiti tra le mani dei difensori dei Chiefs. Allen ha chiuso con 22 lanci buoni su 34 per 237 yard e due touchdown, mentre Kansas City faceva affidamento sul passaggio della palla a Travis Kelce nei punti chiave del campo. 

Nelle quattro sconfitte dei Bills ai playoff contro i Chiefs c’è un tema comune. L’attacco di Kansas City fa tutto quel che vuole. Non ha mai segnato meno di 27 punti, toccando pure 38 e 42. il punto di rottura per la difesa di Buffalo è stata la perdita del cornerback Christian Benford, uscito nel primo quarto per una commozione cerebrale. Senza Benford, i Chiefs hanno messo sotto tortura Kaiir Elam giocando dal lato suo, come Gullit con il povero Bigliardi il 1° maggio del 1988. 

Nella storia della NFL solo otto squadre avevano avuto la possibilità di fare tris nell’era del Super Bowl. Nel 2022 i Chiefs batterono gli Eagles per 38-35, in quello che sarà ricordato come il Kelce Bowl.  Se dovessero vincere anche tra due settimane, avrebbero i documenti in ordine per essere considerati la squadra più grande di tutti i tempi. 

Ma per riuscirci, Kansas City dovrà vedersela con una delle migliori della lega. Philadelphia nel basket non vince l’anello dal 1983, sta vedendo andare alla malora un’altra stagione, non sa cosa ci sia nel futuro di Joel Embiid, ma la città è scesa in strada a festeggiare le Aquile che hanno vinto 17 partite su 20 in questa stagione.

Kansas City è allenata da Andy Reid da 12 stagioni e 11 volte sono andati ai play-off. Sports Illustrated fa notare che si tratta di uno dei cicli più riusciti che abbiamo visto non solo nel football, ma in tutti gli sport nordamericani, considerando il tetto salariale e la free agency, considerando l’ordine inverso del draft, è quasi impossibile fare ciò che i Chiefs stanno per fare.

Secondo The Athletic i Chiefs hanno lasciato una scia di distruzione in una lega che fatica a tenere il passo. La carneficina ha colpito la NFL da quando Mahomes e Reid hanno imposto il loro regno del terrore nel 2018

Da allora cinquanta allenatori hanno perso il loro lavoro, 24 direttori generali sono stati licenziati o costretti a cedere il posto. Nella sola AFC West, i Denver Broncos, i Los Angeles Chargers e i Las Vegas Raiders hanno licenziato sette allenatori più uno che si è dimesso. Sei dirigenti sono stati scaricati. I Chiefs – scrive The Athletic – sono una versione moderna dei New England Patriots di Tom Brady e Bill Belichick o dei Chicago Bulls di Michael Jordan e Phil Jackson, squadre che hanno raggiunto livelli straordinari di grandezza, cambiando il modo in cui i loro rivali venivano ricordati

E invece a Washington

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Prima di perdere la finale di conference contro Philadelphia, a Washington ci avevano sperato. Tutti tranne una persona, Dan Snyder. È cresciuto nel Maryland, la squadra NFL è sempre stata sui poster dentro camera sua. La passione per il club è cresciuta quando suo padre racimolava i soldi per comprare i biglietti e portarlo allo stadio. Così scrive ESPN nel raccontare la seconda vita dell’ex proprietario dei Commanders, costretto dai suoi colleghi a vendere. Ha lasciato con sua moglie la costa orientale degli USA e si è trasferito a Londra. Hanno donato una delle loro ville in beneficenza, un’altra stanno cercando di venderla. Vivono sul loro yacht o in un hotel mentre aspettano che siano finiti i lavori di ristrutturazione nella loro futura casa in Inghilterra.

I Commanders sono ora di proprietà di un gruppo creato da Josh Harris [Harris Blitzer Sports & Entertainment], con lui sono arrivati a una partita di distanza dal loro primo SuperBowl dopo il 1991. Snyder non l’ha guardata. In America scrivono che l’ex proprietario odia il suo successore, in realtà odia il suo successo, odia questa improvvisa felicità che lui non ha mai sperimentato. Snyder ha venduto la squadra per la cifra record di 6,05 miliardi di dollari, da cui è stato detratto l’importo di una multa da 60 milioni di dollari per una serie di capi di imputazione, tra cui istigazione a molestie sessuali, gestione di un ambiente di lavoro tossico, trattenute fuori norma di entrate dalla lega.

Snyder aveva preso la squadra nel 1999 per 800 milioni di dollari. Con i suoi rappresentanti ha rifiutato di rispondere alle domande di ESPN. La lega lo mise alle corde obbligandolo a farsi da parte. Cercò di ottenere una proroga e di annullare l’accordo con Harris all’ultimo momento. Secondo ESPN si rifiutò di consegnare il numero del suo conto bancario per far inceppare l’affare. Pare che fosse stato convinto a mollare da Joe Gibbs, allenatore, un Super Bowl vinto, un alleato di vecchia data. Se non fosse stato per lui – ha detto Tad Brown, CEO del gruppo Harris – i Commanders non sarebbero passati di mano.

I rapporti commerciali di Snyder con i Commanders rimangono sotto inchiesta negli Stati Uniti. L’ex commissario della NFL Paul Tagliabue ha recentemente definito Snyder il peggior proprietario nella storia della National Football League. Sono belle soddisfazioni sentirselo dire. Snyder ha registrato una società di investimenti in Inghilterra e da lì sta conducendo i suoi nuovi affari. Continuano a circolare voci secondo cui starebbe cercando di acquistare una squadra in Premier League. Un’altra fonte di ESPN sostiene che Snyder ancora non ha elaborato i diversi passaggi che lo hanno buttato fuori dalla NFL. Prova tristezza. «Questa cosa lo sta uccidendo» dicono. Meno male che la squadra per cui tifa ha perso. 

 

     IL TELECO-SLALOM

 Guida allo sport in tv di oggi

10.00  Snooker, World Tour da Berlino – EUROSPORT 1

È il dodicesimo evento della stagione, si tiene al Tempodrom, una struttura inaugurata nel 1980 accanto al Muro di Berlino sul lato ovest di Potsdamer Platz, in un grande tendone da circo. Fu fondato da Irene Moessinger, un’infermiera che aveva ricevuto un’eredità di 800mila marchi da suo padre. I fondi finirono presto e il consiglio comunale della città accettò di darle una mano per tenere in piedi l’operazione. Il tendone ha cambiato diverse volte collocazione fino a trovare un posto definitivo dal 2001 sul sito della vecchia Anhalter Bahnhof. Una piccola parte della vecchia facciata della stazione è stata conservata, l’intera rimessa dei treni è stata rimossa. Oggi ospita due arene e uno stabilimento termale. Il completamento dell’opera è costato 36 milioni di dollari, la società è fallita, i politici locali che sostennero il piano si sono dovuti dimettere. Irene Moessinger è stata processata per appropriazione indebita: assolta. Il Tempodrom oggi è gestito dal Bremer KPS Group, qui hanno cantato Amy Winehouse e Bjork, Alanis Morissette e Iggy Pop, Joan Baez e Norah Jones, i Sigur Rós e Tori Amos. Italiani? Vasco Rossi. 

12.30  Ciclismo: AlUla Tour, tappa-1: Al-Manshiyah – EUROSPORT 2

Una corsa in cinque tappe, altimetrie mosse ogni giorno. Un solo top-20 della classifica UCI al via: il belga Tim Merlier. Altri quattro ciclisti fra i primi-60: Tom Pidcock, l’ex campione del mondo Alexander Kristoff, Dylan Groenewegen. Per le volate ci sono anche Fabio Jakobsen e John Degenkolb. In salita si farà vedere Rafal Majka, per la classifica corre pure Eddie Dunbar. L’anno scorso ha vinto Simon Yates con 3 secondi di vantaggio su Lecerf.

17.30 Pallamano, Mondiali, quarti di finale: Francia vs Egitto – IHF TV

In linea con la storia e la tradizione del torneo, l’Europa conferma la sua egemonia in questo sport portando sei nazionali ai quarti di finale. Le due extra sono l’Egitto e il Brasile. Mai una squadra extra-europea ha vinto i Mondiali, una sola volta ce n’è stata una in finale [il Qatar nel 2015 ma imbottito di naturalizzati], in 28 edizioni si contano solo il quarto posto dell’Egitto nel 2001 e quello della Tunisia nel 2005.

Dika Mem, capocannoniere della Francia ai Mondiali, ha parlato stamattina con L’Equipe della delusione olimpica dell’estate scorsa, l’uscita di scena contro la Germania ai quarti di finale. Dice: «Non siamo qui per spezzare una maledizione ma per darci la possibilità di arrivare alle medaglie. In goni caso si può sempre rischiare di arrivare quarti, non dobbiamo dimenticarlo. Non siamo qui per cancellare o sostituire quanto è accaduto quest’estate. Anche se ovviamente, e parlo per me, viene da pensarci. Non ho quello spirito lì, non sento che sia possibile riscattare o far dimenticare le Olimpiadi. Le Olimpiadi sono finite. Andate. È così. Oggi siamo qui per provare a mettere la settima stella sulla maglia azzurra».

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Harden non sa più segnare

Quando le mani calde si raffreddano

  Ci sono belle cosine nascoste nelle statistiche al tito della NBA. Per esempio si scopre che Shai Gilgeous-Alexander, fortemente candidato al titolo di MVP dell’anno, sta segnando il 76,7 percento dei suoi tentativi da un metro di distanza, il 10% in più rispetto alle prime sei stagioni nella lega. Shai sfugge un po’ all canone narrativo del basket americano. Tira il 53,3 percento delle volte dalla famosa media distanza che sarebbe stata cancellata dal gioco. Tra i 26 giocatori con almeno 100 tentativi di questo tipo, lui e Kevin Durant [53,2] sono i soli a superare la soglia del 50 percento.

Anthony Edwards  è al contrario il campione dei tiri da tre punti. Ne tenta 9,8 a partita e sta segnando il 42,5 percento. È sulla buona strada per chiudere la stagione con 344 triple, il quinto miglior risultato di sempre. Nelle prime quattro stagioni in NBA ne segnava il ​​33,8 percento. Ha sei partite in stagione con almeno sette tiri da tre segnati, dopo averne concluse in tutto otto nelle sue prime 302 presenze in NBA 

Poi c’è chi ha qualche problema. James Harden ha la seconda peggiore percentuale di tiri in 16 stagioni NBA [57,2]. È sulla buona strada per restare sotto il 40 percento dal campo per la prima volta nella sua carriera [39,7]. Ha realizzato solo il 45,5 percento dei suoi tiri da 2 punti: sarebbe il risultato peggiore da quando fece il 42,4 percento di tiri da 2 punti, era un esordiente, stagione 2009-10. Il Barba ha segnato solo il 35,5 percento dei tiri in step-back, il gesto che lo contraddistingue come il tiro alla Del Piero per Del Piero: rappresenterebbe il secondo peggior risultato nelle ultime 11 stagioni [34,9 percento nel 2021-22]. 

Succede. Le mani si raffreddano. Prendiamo Dalton Knecht, il rookie dei Lakers. Tra ottobre e novembre aveva segnato un incredibile 43,9 percento nei suoi tiri da tre. Lui che è stata la scelta numero #17 al Draft. A dicembre è crollato al 15,5, a gennaio è tornato al 34,1.

 

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