mercoledì 6 maggio
#235
Alla base di tutto c’è che bisogna divertirsi
Johan Cruyff
celebrazioni
Come fece il calcio olandese a diventare totale
Happel, Van Hanegem e Kindvall: così il Feyenoord fece da anello di congiunzione tra i conservatori e i rivoluzionari. I 50 anni della prima Coppa dei Campioni di un paese che passa per il gran perdente.
Passano per gli eterni secondi con le tre finali Mondiali perdute su tre. Ma a guardare la Coppa dei Campioni – che pure qualcosa conta – gli olandesi hanno iniziato a vincere prima dei tedeschi: ce ne dimentichiamo. Nel giro di quattro anni (70-73) ne avevano messe insieme quante l’Italia in quattordici, e il quadruplo degli inglesi. La prima Coppa olandese e la loro prima vittoria nel calcio compie 50 anni oggi. La portò a casa il Feyenoord (che all’epoca sui giornali era il Feijenoord) battendo 2-1 in finale il Celtic ai supplementari, stadio San Siro. Una partita che annunciò l’arrivo di una nuova era, anche in campo sociale. Gino Palumbo ammirò la partecipazione del tifo arrivato da Rotterdam e da Glasgow, e su Corriere della sera nel maggio 70 scrisse del calcio:
Chi si limita a considerarlo come un arido episodio tecnico circoscritto ai novanta minuti di gioco, quei responsabili della vita pubblica che ancora si ostinano a considerarlo come un fenomeno trascurabile e transitorio della vita moderna, commettono un grosso errore di prospettiva. Siamo ormai di fronte a un fenomeno in continua inimmaginabile espansione, che non riguarda soltanto lo sport, ma il costume, il turismo, il commercio, e può riflettersi persino sui vincoli umani tra popoli che a volte non avrebbero altro motivo per incontrarsi e conoscersi.
La nuova era si presentò con qualche equivoco. Sul prato il Feijenoord ne parve un interprete timido, diciamo parziale, vestito di un abito antico. Manlio Scopigno, l’allenatore del Cagliari che aveva appena vinto lo scudetto ed era in tribuna per la finale, disse: «Ho visto schemi tipici delle squadre italiane. Sono un po’ come i nostri, con uno schieramento più fitto a centrocampo e l’attacco imperniato praticamente su un solo uomo: Kindvall».
Kindvall era un attaccante svedese nel quale tutta l’Italia vedeva in quei giorni un pericolo in proiezione Mondiali messicani in giugno. Fulvio Cinti su Corriere della sera lo descrisse “bruno di capelli, di media statura e di struttura atletica apparentemente fragile, un centravanti agile, abbastanza veloce ed astuto. Si smarca con rapidità, sa cercare (e spesso trova) la posizione ideale per scattare in area. Dotato di buona elevazione, è assai forte sui palloni alti, tanto che il lungo McNeill è stato spesso in difficoltà nel controllarlo. Dimostra di non possedere un tiro potente, fulminante, ma sa sfruttare con rapidità e precisione le occasioni che gli si offrono”.
Cinquant’anni dopo abbiamo più elementi per stabilire quanto il Feijenoord fosse innovatore prima dell’Ajax o se fosse ancora un’appendice della conservazione, dicendola alla Scopigno: se aprì il ciclo olandese vincendo all’italiana. David Winner ha scritto con Brilliant Orange (Minimum Fax, 2017) un meraviglioso saggio sulla cultura e l’arte che erano alle spalle del totaalvoetbal negli anni 70. La concezione del calcio fondata sul controllo dello spazio come prosecuzione della battaglia di una nazione per stappare terre al mare e come riproduzione dei quadri di Mondrian.
Ebbene, l’esperienza del Feijenoord tra quelle pagine semplicemente non c’è. I contemporanei colsero comunque uno scarto fra la tradizione e quel che stava succedendo. La Coppa del 70 era stata un’edizione con molte nobili eliminazioni precoci: Milan, Real Madrid e Benfica fuori tutte agli ottavi. “È la legge dei cicli che si accanisce contro le grandi? Le grandi non hanno saputo rinnovarsi? O forse le forze più modeste del calcio stanno organizzandosi con sistemi più moderni, con tattiche più efficaci, riuscendo a far prevalere la loro preparazione atletica sul fattore della tecnica pura?” si domandava in quei giorni il Corriere della sera in una inchiesta. L’Ajax ne aveva fatti 4 al Napoli in Coppa UEFA, proprio il Feijenoord aveva eliminato il Milan detentore.
Gianni Rivera non aveva giocato il ritorno per infortunio e Nereo Rocco aveva detto: «Quando manca lui diventiamo una squadretta». Dopo quelle due partite contro il Milan, la stampa italiana rimase colpita dalla presenza di belle ragazze nello spogliatoio degli olandesi a fine partita e dal ritmo frenetico, dall’accortezza tattica del Feijenoord. Mentre oggi viene spesso usato l’aggettivo olandese per farlo coincidere con l’idea di un calcio disinvolto, un calcio che magari guarda all’estetica fino alla vanità (cfr Allegri vs Sarri), Giovanni Arpino nel 70 salutò la vittoria in finale del Feijenoord come “un lamento lungo, possente come il barrito di milioni di elefanti”. Immagini di robustezza, non di bellezza. “O gran bontà degli squadroni antichi! Dove sono andati a finire – scriveva – i fantasmi di Di Stefano, Puskas, Peiró, Rivera, Mazzola, Suarez, cioè i protagonisti di un grande periodo in Coppa dei Campioni, di un grande gioco a livello europeo? Ritmo, vigoria, potenza fisica hanno caratterizzato l’incontro tra le due finaliste di oggi. Ma, appoggiati a schemi di gioco troppo provvisori, ad una scarsità inventiva quasi patetica”. Il Feijenoord è la squadra di “un football alla baionetta, a colpi di fionda e di bazooka, ma anche ottuso, anche stucchevole, fitto di infiniti errori, palloni svirgolati, assembramenti caotici, confusioni tattiche”. I suoi calciatori sono “privi di estro, rispettabili per l’impegno e il coraggio”.
Qui bisogna aggiungere che tutta l’epifania del calcio olandese, per noi oggi la Grande Bellezza, venne letta dai contemporanei come l’affermazione di un calcio muscolare. Dopo la finale del 74 della Nazionale olandese di Rinus Michels contro la Germania ovest, la Gazzetta dello sport titolò in prima pagina: “Ha vinto il calcio giocato col cervello” contro “il calcio soltanto massiccio che, senza luce, scade a calcio ottuso”. La Stampa parlò di “uno spettacolo di vero calcio atletico” e scrisse che “la zona non è sempre raccomandabile in partite come questa”. Il Feijenoord allora, quel Feijenoord così diverso dall’Ajax, era molto olandese secondo il senso dei suoi contemporanei e poco olandese al nostro sguardo di oggi.
In Olanda i soldi vengono guadagnati a Rotterdam, divisi a Den Haag e sperperati ad Amsterdam. Jules Deldeer poeta
Alla sua guida si trovava un allenatore austriaco, Ernst Happel, tra i più grandi di sempre, poi CT dell’Olanda ai Mondiali del 78. È uno dei più spietati carnefici nella storia del calcio italiano. Ha vinto sempre lui. Quando eliminò il Milan negli ottavi della Coppa 70, disse di preferire Lodetti a Rivera, e che l’obiettivo della squadra era “tenere la palla e partire con le punte”. Una volta smesso di giocare, Giovanni Trapattoni andò da lui a Rotterdam per studiarne i metodi. «Restai una settimana a cercare di capire come preparava la squadra e lui fu molto disponibile nei miei confronti. Era un tipo burbero ma gentile allo stesso tempo. Un vero sergente di ferro che imponeva ai giocatori carichi di lavoro pesantissimi», ha scritto nell’autobiografia Non dire gatto (Rizzoli). Happel lo avrebbe battuto con il Bruges nella semifinale del 78 e con l’Amburgo nella finale 83.
In una intervista con Stefano Bizzotto per la Gazzetta dello sport nel 1990, all’apice della parabola di Sacchi e mentre inizia a declinare la stella di Lobanovski, Ernst Happel dice: «Mi vien da ridere quando sento parlare di calcio del Duemila. Venti anni fa si giocava nello stesso identico modo, ve lo dice uno che c’era». È morto per un tumore allo stomaco nel 1992, quando era CT dell’Austria. Se sto male, raccontava, è perché nella mia vita sono sempre stato troppo seduto, mi sono sempre tenuto tutto dentro. Gianni Mura su la Repubblica scrisse che alla prima partita dopo di lui “c’era un cappello sulla panchina dell’Austria, dove sedeva. Negli ultimi tempi, sperava di trovare un medico da centomila marchi che lo facesse morire come in un sogno. Non l’ha trovato”.
Venerato come un mahatma, temuto come uno stregone. Piazzò Rolff su Platini, tolse Bastrup dal lato sinistro, sicuro che Gentile l’avrebbe seguito (e difatti lo seguì), sguarnendo così il fianco destro della Juve, che diventò terra di conquista per Magath e Wehemeyer. Una lezione. Più si avvicinava alla morte e più gli scoppiava dentro un inesausta voglia di vivere. Aveva prenotato due settimane a Bali. Abile nel non far giocare gli avversari, inaridendone le fonti, era un maniaco della tattica e aveva un debole per il fuorigioco. È stato un genio. Con il Feyenoord ha anticipato il gioco totale dell’Ajax.
di roberto beccantini, la Stampa, 16 novembre 1992
Anche il Feijenoord aveva un Cruyff e si chiamava Wim Van Hanegem. Il perfetto simbolo di quella anomalia tuttora indecifrabile, con un piede nella tradizione e uno nel futuro. “Era quello che andava più piano di tutti. Gli altri – ha scritto Raffaele Cirillo su Contrasti – correvano come degli ossessi, sia quando la palla ce l’avevano gli avversari, sia quando era in loro possesso. Van Hanegem se ne stava lì in mezzo, come un semaforo”. Paolo Marcacci su Gioco Pulito lo ha definito uno che “fa rinascere l’azione dopo averla ricollocata prima nella sua mente. È un giocatore concettuale, anche se picchia come un fabbro; cerebrale nel capire il gioco ancora prima di impostarlo”.
Era un ruvido, sì. Era lento. Era detto il gobbo per quella postura in campo così poco calligrafica. In nazionale era la metà dionisiaca dell’apollineo Cruyff, il CT Michels non lo amava. Brutalmente: Van Hanegem era storto. Ma dava certe curve al pallone che molti dei ballerini di oggi se le sognano. “Gli altri lanciavano nello spazio. Lui gli spazi li creava” è la definizione del suo gioco data da Mariolino Corso. “Giocava con un senso di disperazione, come fosse sempre l’ultima partita della sua vita, come fosse questione di vita o di morte. Il segreto di Wim era questo“ ha detto di lui Ernst Happel.
Wim è nato a Breskens, un villaggio di pescatori nel sud-ovest dei Paesi Bassi. Ha sette mesi quando i caccia nazisti lo radono al suolo con un bombardamento. Muoiono il padre, tre fratelli, uno zio, alcuni cugini. Sono tutti sepolti in una fossa comune. Van Hanegem ha un sentimento antitedesco mai sanato. Un giorno dà un’intervista a un giornale inglese e usa l’aggettivo nazista come sinonimo di tedesco.
Van Hanegem spiegherà che ne è stato così ossessionato da non essere mai riuscito a concentrarsi in campo contro di loro. Il guaio è che contro di loro ha dovuto giocarsi una finale
mondiale. Trent’anni dopo la partita, Wim confesserà di aver spaccato la squadra con quel suo odio. All’ottavo minuto, avanti 1-0, in campo si ferma e anziché far girare l’azione si mette a palleggiare. All’intervallo tira il pallone in faccia all’arbitro. Qui entriamo nel campo delle ricostruzioni e delle versioni mai del tutto verificate. Negli spogliatoi c’è un confronto. Da una parte il gruppo Ajax che gli dice di piantarla, dall’altra il suo clan: Jansen, Rijsbergen, Rensenbrink, de Jong, forse pure quel matto di Suurbier, d’accordo nel sostenere che «può bastare anche l’uno a zero ma i tedeschi vanno umiliati». Ha scritto Marco Di Risio sul blog Storie di calcio che “lo storico Hermann von der Dunk sostiene che i giovani degli anni Settanta usarono inconsciamente la finale di Monaco per identificarsi con i propri genitori che avevano vissuto la sconfitta dell’invasione tedesca del 1940”. Ognuno va per conto suo. Rensenbrink viene sostituito al 46’, Rijsbergen al 69’. Germania 2, Olanda 1.
L’aneddoto più celebre sul conto di Van Hanegem è quello relativo all’offerta che un giorno gli arriva dal Marsiglia. Gli promettono dieci volte più di quello che guadagna a Rotterdam. Ma la scelta implica ripercussioni su sua moglie, sulle due figlie. Allora Wim stabilisce che si decide tutti insieme. Porta la famiglia in spiaggia, pure il cane, e mette la cosa ai voti. Due vogliono andare, due (compreso lui) vogliono restare. Rimane il cane. “Se abbaia – dice Wim – restiamo”. Seguono minuti trascorsi a fissarlo, finché quello – bau – dice la sua. “Visto? Restiamo”.
C’è chi la racconta all’inverso, Wim che dice se non abbaia restiamo, e il cane che tace. Quanto basta per farci sospettare che sia tutto meravigliosamente inventato, e che in fondo nel calcio possiamo raccontarci quasi sempre quasi tutto.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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