Lo sport e la working class

 A working class hero
is something to be
John Lennon

 

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Lo sport e la working class 

 

Dal primo eroe John Lawrence Sullivan alla mutazione di platea nel calcio e nel tennis. Il proletariato dei mediani e dei gregari

 

  John Lawrence Sullivan aveva dei gran baffoni e voleva farsi prete. Poi scoprì che pure con la boxe poteva entrare nelle anime. Lo chiamavano the Boston Strong Boy, il duro di Boston, girava l’America e prendeva 500 dollari a botta, chiunque volesse sfidarlo. Girava, picchiava, incassava, spendeva. Quasi sempre in prostitute. L’alternativa era l’alcol. È stato l’ultimo nella storia della boxe a vincere un match a mani nude e il primo a vincere un match con i guantoni. Sua madre era irlandese, cattolica, e già così sembra il prossimo film di Martin Scorsese
Fra il 1879 e il 1892 John Lawrence Sullivan è stato il primo eroe sportivo della working class. Nel libro Sports in America from Colonial Times to the Twenty-First Century, Steven A. Riess lo ha indicato come il primo campione veramente popolare nello sport più diffuso tra la classe operaia e tra gli immigrati. Ma un processo era in marcia già da qualche decennio. Sono anni in cui la boxe e i combattimenti tra animali “facevano parte di una cultura urbana, commerciale e proletaria”. Anni in cui arrivano condanne apocalittiche allo sport e al principio della ricreazione. 

 

  Siamo in piena Gilded Age. Immigrazione, industrializzazione, povertà, disuguaglianze. Lo sport è il lusso degli artigiani e dei businessmen, convinti che sia una perdita di tempo per le classi inferiori. Non è semplice per gli operai avere tempo e soldi per andare a vedere il baseball, ma vivono accanto ai saloon dove si gioca a dadi, a biliardo, a freccette, dove si tengono match di boxe nel retrobottega.
Nel 1860 sei milioni di americani abitano nelle città, trent’anni dopo sono diventati 22 milioni. L’urbanizzazione ha un peso decisivo nel salto di classe delle attività sportive. Le masse. Un altro immigrato irlandese a New York, Richard Kyle Fox, sta avendo un’idea, la National Police Gazette, un settimanale che si occupa di teatro, scandali, immoralità varie e sport. Vende 150 mila copie nei saloni dei barbieri, negli hotel, nei saloon. La Police Gazette contribuisce a diffondere l’idea che lo sport sia importante. Questo è il mondo in cui arriva John Lawrence Sullivan. 

 

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La middle class americana gioca invece a golf e a tennis. Fa atletica. Ha il baseball. Lo sport è una faccenda per bianchi. Meglio se uomini. Finché nel 1882 alla National League di baseball si oppone la American Association, che manda i biglietti ai botteghini al costo di 25 centesimi, consente la vendita di liquori e fa giocare le partite di domenica. Allarga il pubblico. Diventa di tutti. Elliott J. Gorn e Warren Jay Goldstein si sono chiesti in A Brief History of American Sports se “lo sforzo successivo di promuovere riforme negli sport non possa essere visto come un tentativo della middle-class di controllare e manipolare la working class”.

 

  In Europa sta succedendo altro. Nel Paese dove non sapevano inventare gli sport ma sapevano dargli delle regole – la Gran Bretagna – il rugby e il calcio si erano già separati prendendo ciascuno la sua via e trovando ciascuno le proprie classi sociali di riferimento. Finché era stato dribbling game, senza ancora un nome suo, in sostanza un mischione di tutti contro tutti, il proto-calcio si era contraddistinto come “un gioco violento ma aristocratico nel quale ognuno tentava l’estro del dribbling per sottolineare la propria differenza rispetto agli altri”. Così scrive Mario Sconcerti in Storia delle idee del calcio (Baldini+Castoldi). “Si addiceva allo spirito elitario del primo football giocato dall’alta borghesia nelle grandi università britanniche”. Furono gli scozzesi che iniziarono a passarsi la palla trasformando quella roba gelatinosa nel passing game, una cosa assai vicina a quella che oggi fa spendere un mucchio di soldi alle televisioni. Chiamiamola pure una metamorfosi verso il collettivismo.

 

Andando per grandi passi, con il passing game il gioco diventa più operaio, più adatto ai mestieri industriali: ognuno fa una piccola cosa dentro un progetto comune. Il passing game avvicina la gente al calcio. Rende di tutti un gioco che per foga e violenza sembrava di nessuno. Infatti si comincia a giocare a calcio in tutte le periferie industriali
di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio (Baldini+Castoldi)

 

Quando nel 1860 agli operai inglesi viene concesso il sabato pomeriggio libero, sbucano campi ovunque, intorno alle parrocchie, vicino alle locande dove si va a bere. Nascono le squadre dei lavoratori. Come sarebbe poi successo nell’Est Europa con le varie Lokomotiv e Dynamo. Il Manchester United è dei ferrovieri. Il West Ham ha una sua anima nelle grandi acciaierie. Il Blackburn Olympic, poi sparito, è la prima squadra tutta proletaria. I college si ritirano, si dedicano alla palla ovale. Tutte le forme di simil calcio in corso negli Stati Uniti, a Princeton, Yale, nelle Università di Amherst e di Brown, virano verso il rugby quando Harvard abbraccia il gioco secondo le regole dell’Università di Rugby.

 

Con la divisione e la supervisione del lavoro, le indennità, le campane e gli orologi, gli incentivi in denaro, le prediche e l’istruzione, la soppressione delle fiere e gli sport, vennero create nuove abitudini di lavoro e venne imposta una nuova disciplina del tempo.
di  edward palmer thompson The Making of the English Working Class (Penguin)

 

Il calcio dall’Inghilterra prende il largo sulle navi mercantili, si posa su tutte le spiagge possibili, tra i porti. Inizialmente mette le sue radici tra i benestanti. A vedere le partite si va in carrozza. In Argentina, in Brasile, in Uruguay si gioca nelle scuole straniere dei ricchi, nei circoli di cricket e di canottaggio, “con l’obiettivo di giocare bene, senza passione” coma racconta Jorge Iwanczuk in Historia del fùtbol amateur in Argentina. In Austria giocano i medici. In Italia i nobili, i commercianti in olii, rampolli della grande borghesia.

 

L’antropologo Eduardo Archetti ritiene che in Argentina la classe di riferimento del calcio cambia quando inizia a farsi sentire l’influenza degli immigrati italiani e spagnoli, che iniziarono a privilegiare l’abilità tecnica e le furberie sull’ordine e la fisicità. “Come il tango – avrebbe scritto Galeano – il calcio si sviluppò nei bassifondi. I ballerini disegnavano delle filigrane su un’unica mattonella del pavimento, e i calciatori creavano il proprio linguaggio in spazi ridottissimi. Ai piedi dei primi creoli virtuosi, el toque vide la luce”. La working class si stava riprendendo così anche l’arte del dribbling. Sostiene Jorge Valdano che il calcio è “l’unica cosa che i poveri hanno rubato ai ricchi”. 

 

  La macelleria e il River Plate – Don Manuel Cuitiño è seduto dietro una scrivania di legno massiccio, con sopra il mate e la pava per prepararlo, un piatto, dei fogli, in fondo a una stanza grande e molto vuota. Lo illuminano appena due finestre: sta iniziando ad albeggiare. Dietro alle pareti, piú in là, i capi venduti continuano a sgolarsi: ci sono morti piú silenziose. Sul tavolo di quebracho, accanto alla pava, il piatto di porcellana bianca con disegni blu mostra qualche pezzo di ventriglio. La montagna lo infilza con il facón d’argento, se lo porta alla bocca; ha la faccia glabra come la pappagorgia. Approfitto di quello spiraglio:
– Se mi permette, don Manuel. Da quel che so lei si interessa di faccende calcistiche
La montagna tossisce – tuona – per farmi star zitto.
– No, mio caro: io non mi occupo di faccende calcistiche. Sono il vicepresidente del glorioso Club Atlético River Plate, che è un’altra cosa. E sa perché lo faccio? No, certo che non lo sa. Che cosa ne vuole sapere lei. Perché sono un patriota. A me piace il calcio, mi diverte il calcio, ma non sono patito del calcio. Potrei andare a vedermi bello tranquillo le partite, la domenica, dal mio palchetto privato con mio nipote Alberto e basta.
di martìn caparròs, Tutto per la patria (Einaudi)

 

L’economista britannico Paul Donovan si è domandato cosa rimanga nel calcio di oggi del suo spirito working class. Ha scritto su Culture Matters: “Il calcio è un grande business, ed è questo elemento di grande impresa che disturba chi dice che non è più ciò che era.  I club appartengono a miliardari stranieri, alcuni dei quali sembrano essere più interessati ad accumulare debiti anziché perseguire l’etica del calcio nell’area locale. Il tifoso tende a essere un’altra merce da sfruttare. Rimane la sua vecchia lealtà tribale ma ai giorni nostri viene munta dai club con esercizi di branding, costanti cambi di magliette e aumenti di prezzo. Nonostante tutti i miliardi investiti nel calcio dalla TV, il prezzo dei biglietti è altissimo. Mi chiedo spesso in che modo i normali lavoratori che frequentavano il calcio negli anni 60 e 70 potrebbero andare allo stadio oggi. È una strana ironia il fatto che molti di quelli che giocano per 30 mila sterline e più a settimana provengano dalla stessa condizione sociale di quelli sugli spalti, i quali sarebbero fortunati a guadagnare un tale importo in un anno”.

 

  I calciatori sono sempre venuti dal basso, dove la lotta per la vita è divertente su qualunque campo sia possibile lanciare una palla e dove la povertà, grazie al calcio, si può permettere un sogno di prosperità. Quindi il gioco si è diffuso alle classi medie e il business è cresciuto al punto che ci sono giocatori milionari prima di meritarlo. 
di jorge valdano, El País, 5 aprile 

 

  Il romanzo del proletario Shankly – Sulla panchina. La panchina di Wembley. Bill si allungò di nuovo in avanti. Il braccio sinistro di nuovo sull’impermeabile. Il gomito destro nella mano sinistra sul ginocchio destro. Le spalle in avanti. La testa in avanti. Il mento nella mano destra. Le dita che strofinavano di nuovo il mento. Mi considero della loro stessa classe. Io sono della classe operaia. Non mi do arie e non faccio cerimonie. Magari adesso vivo meglio di alcuni di loro. Ma questo non ha cambiato il mio modo di vedere la vita o come mi sento
di david peace, Red or Dead (Il Saggiatore)

 

  Il tennis, la Svezia, le ragazze dell’Est – Un caso di scuola. Il tennis è sport d’élite in Svezia fino al luglio del ’62, quando la tv trasmette un match di doppio, Lundqvist-Schmidt contro Pietrangeli e Sirola, Coppa Davis, 9-7 al quinto set. La Svezia impazzita. Lo Stato costruisce palestre nelle scuole, muri da palleggio sulle spalliere per gli esercizi di ginnastica. Il signor Rune Borg, un commesso di Södertälje, vince una racchetta a un concorso e la regala a suo figlio Björn. Olof Palme è alla guida del governo socialdemocratico che sta cambiando il Paese. Ha introdotto l’assegno di maternità, gli stipendi sono cresciuti del 30%, la Svezia sta scavalcando gli Usa nel reddito pro-capite. Le scuole elementari aboliscono i voti e introducono il tennis come attività ufficiale. La working class manda i figli a giocare lo sport che era stato della borghesia.
Alexis Philonenko, docente di Storia della filosofia all’Università di Rouen, nel 1991 ha pubblicato in Francia una monumentale Histoire de la boxe (in italiano edita da Il Melangolo, 1997) nella quale sancisce il sorpasso del tennis sul vecchio pugilato come sport in grado di allettare i figli del proletariato. “Oggi è il tennis a richiamare folle e denaro; è il tennis che, presentandosi come un combattimento, attrae gli animi, avidi di trionfi e di sconfitte, di capovolgimenti drammatici. A ben vedere, la motivazione dei giovani che oggi si orientano verso il tennis è la stessa che alcuni decenni or sono spinse altri giovani verso la boxe: guadagnare denaro e diventare famosi”. Gli anni 90 si riempiono così di nuove icone, figli di immigrati, ragazze dell’Est, le sorelle Williams emancipate dal ghetto di Compton. Jack Kramer nel suo libro The Game aveva scritto: “Il tennis è un gioco ferocemente adattivo, dove i più deboli cadono lungo la strada, e alla fine rimane in piedi solo il più forte”. 

 

I ruoli working class  – Sono sostanzialmente due nella narrazione dello sport. Il mediano nel calcio e il gregario nel ciclismo. Per la celebrazione del primo c’è quel famoso pezzo di Ligabue che sanno tutti. Per il secondo ci sono un romanzo anni 50 di Tito Poggio e una delle Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari:
Filastrocca del gregario / corridore proletario / che ai campioni di mestiere / deve far da cameriere / e sul piatto, senza gloria / serve loro la vittoria. / Al traguardo, quando arriva, / non ha applausi, non evviva. / Col salario che si piglia / fa campare la famiglia / e da vecchio poi si acquista / un negozio da ciclista / o un baretto, anche più spesso, / con la macchina per l’espresso”.

 

  Lodetti. Un esempio di mediano – Inesauribile, una dinamo. Rasava l’erba dei campi di calcio con i suoi piedi frenetici, sempre in movimento. Correva, Giuanin Lodetti, non si fermava mai. Correva per due, soprattutto per Gianni Rivera, manuale di estetica, goduria e piacere vero per chi amava il calcio, il gesto sublime, la giocata incantevole. Giovanni Lodetti, mediano, centrocampista, ne era il polmone, il fiato.
di franco esposito e dario torromeo, Dentro i secondi (Absolutely Free)

 

Le spalle, dunque. I non protagonisti. Gli invisibili. I proletari dello sport. Gli umili. Come il timoniere del canottaggio e la lepre del mezzofondo. “I Sancho Panza oscuri, invisibili, ma fondamentali” ha scritto Emanuela Audisio nella prefazione del libro Dentro i secondi. Lavoratori. Buon 1° maggio.

 


[pubblicato in origine il 1° maggio 2020]

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