SLALOM VINTAGE
A casa di Beghetto
Per tutto l’inverno che precede l’inizio della stagione del ciclismo su strada, Luigi Gianoli tiene sulla Gazzetta dello sport una rubrica chiamata I corridori di contrada, dedicata agli incontri con i ciclisti nei loro piccoli borghi. Così il 9 gennaio del 65, la raffinata firma del giornale milanese va a trovare Giuseppe Beghetto a Tombolo.
In quel momento Beghetto è già stato campione del mondo della velocità per due volte e oro olimpico in tandem con Sergio Bianchetto. Nel mese di settembre diventerà campione del mondo anche tra i professionisti battendo Patrick Sercu a San Sebastián.
Gianoli scrive: “Già imbruna quando lascio questi bravi borghesi. A Treviso breve dilemma: Padova o Vicenza? Scelgo la strada per Vicenza per rivedere Castelfranco Veneto e il suo castello dalle alte torri e nel cui cuore s’apre la piazza con il palladiano Duomo, tutto un ordine dorico così lontano dai medievalismi del castello eppure ormai ben sistemato lì dentro dal tempo. E poi a questa città si deve rispetto non foss’altro per la nascita di Giorgione, così enigmatico, così pieno di ardori e di languori. In un mondo ancor più precisamente cavalleresco si precipita entrando nel cerchio di mura di Cittadella, dal cerchio perfetto, i fossati pieni d’acqua, nemica di Castelfranco. È un delitto entrarvi in macchina. Bisognerebbe superare il triplice ordine di porte a cavallo, su quei macchinosi cavalli medievali. E si ritrova Ezzelino, un pochino sadico, è vero, ma piuttosto intraprendente. Sua è la Torre di Malta, affascinante nella notte, dove finivano «tra stenti e tormenti» dice il Bedaecker, i padovani che non la pensavano come lui, che pensavano guelfo e non ghibellino.
Invece di Ezzelino c’è un vigile crudelissimo che mi multa perché blocco il traffico per ammirare la sua città. Ma mi dispiace perché mi pare proprio un Ezzelino che esiga il pedaggio. Se no, dentro la torre. In compenso, divenuti amici, mi conduce a vedere lati semi-ignorati del castello e di inimmaginabile bellezza.
A Galliera, scorgo il bivio per Tombolo, mi vengono in mente le mucche polacche di Beghetto e giù subito a sinistra, senza il tempo di segnalare. Ma come vanno a letto presto questi paesi! Saranno appena le sette e tutte le case sono buie, chiuse, non danno udienza, qualcosa di sepolcrale che chiude il cuore. Ma un gioviale tombolese in bici, l’unico ancora fuori, basta per indicarmi la casa dell’eroe del paese. Anzi mi fa strada lui stesso. Siamo ad un grande cancello che si apre su un cortile ghiaioso e buio; poi una porta a vetri che traluce fiocamente. Busso. Nessuno. Apro, L’atrio è spazioso, «Permesso?». Nessuno risponde.
Un corridoio in cui s’intravvedono sedie e tavoli di vimini, e persino piante ornamentali in cui m’imbatto. Infine li scopro, madre, figlio e nuora, seduti attorno al tavolo della vasta cucina, lui oziante, le donne al lavoro sotto una luce parsimoniosa. La sposa è d’una bellezza opulenta e severa, proprio l’opposto del marito che è secco, aguzzo e ironico. La loro vecchia casa, mi spiega Beghetto, è stata rimessa a nuovo da un geometra suo amico, che ha fatto, mi sembra, le cose genialmente, riscattando una categoria così colpevole in Italia”