ALLONSANFÀN
La Francia sta suonando le sue campane
È la nostra vie en rose, esulta Jean-Philippe Leclaire, condirettore de L’Équipe, l’autore di una bella biografia su Platini tradotta in italiano da 66thand2nd, autore di un documentario meraviglioso su l’Heysel passato alla festa di Rma del 2022 e ancora inedito in Italia. Leclaire scrive che da venerdì c’è un intero Paese che passa da France 2 a France 3 col telecomando senza sosta. “La Francia scioglie il suo malumore post-elettorale nell’euforia olimpica. Forse bisogna tornare al 12 luglio 1998, quando Zizou Christ non aveva mai preso la metropolitana di Parigi per trovare una nazione così gioiosa, unita e orgogliosa dietro i suoi campioni. Non preoccupatevi, non tireremo fuori di nuovo la storia del black blanc beur, ma è chiaro che tutti questi galli trionfanti non hanno solo piume color giglio. Proprio oggi, le medaglie di Manon Apithy-Brunet e Sara Balzer nella scherma, Nicolas Gestin nella canoa-slalom, Victor Koretzky nella mountain bike, Joan-Benjamin Gaba e Sarah-Leonie Cysique nel judo, senza dimenticare Karim Laghouag e i suoi amici dell’equitazione o Jean-Charles Valladont con i suoi amici arcieri, celebrano almeno la diversità sportiva”.
Leclaire sottolinea il metodo con cui la Francia sta costruendo il suo medagliere, un metodo differente da quello inglese del 2012, quando nel Regno Unito si erano dedicati a diventare ancora più bravi negli sport in cui erano bravi [ciclismo, atletica, canottaggio]. Nei Giochi di casa, invece, i francesi sembrano “spazzare via con cura tutti i piani stabiliti dall’Agenzia Nazionale per lo Sport (ANS) di Claude Onesta. A parte che nella ginnastica femminile e nella pallamano maschile, hanno vinto le sedici medaglie in otto sport diversi in soli tre giorni”. Più sport che a Tokyo tre anni fa e per ora sono avanti nelle previsioni [16 a 14], le previsioni ultra ottimistiche di L’Équipe che ha immaginato 70 medaglie finali”.
Leclaire chiude con un gesto sportivo, una stoccata, una stoccata a quanti sono rimasti fermi [“nello spazio-tempo”] alla cerimonia di venerdì.
“Per loro l’Ultima Cena della cerimonia di apertura era inquinata, Philippe Katerine avrebbe dovuto indossare biancheria intima più grande e la fiamma olimpica doveva essere tricolore. A questi scontrosi vorremmo cantare La Vie en rose ma anche questo immenso classico di Marc Lavoine è stato ingiustamente ignorato da Thomas Jolly e Barbara Butch, la sua DJ preferita”.
Il judo è “un pane quotidiano” dice L’Équipe, un raccolto costante di medaglie [cinque finora], intanto la Francia ha avuto pure la sua prima finale franco-francese di questi Giochi, il derby della sciabola femminile al Grand Palais fra Manon Apithy-Brunet e Sara Balzer, come nel 1996, con il pubblico delle “due tribune a strapiombo che facevano vibrare la maestosa vetrata di canti degni di curve, scalpiti sonori”, incerto però se darsi all’una o all’altra, dice L’Équipe “non sapevamo bene se potevamo esultare per l’oro della prima o simpatizzare per l’argento della seconda”.
Nel dubbio L’Équipe ha dedicato alla scherma la prima pagina, anzi metà, l’altra è andata alla canoa slalom, all’impresa del bretone Nicolas Gestin davanti a 10.000 spettatori. Ora, 10.000 spettatori per la canoa slalom meriterebbero un saggio, perché in questo sport, dice L’Équipe, “non c’è alcuna nota estetica, abbiamo solo gli occhi pieni di spruzzi”. Ma non c’è tempo e non c’è spazio. Basta leggere solo che “da una porta all’altra, le acque sembravano aprirsi sotto il suo scafo che sfidava le trappole di un canale stretto dove gli altri fallivano sbattuti dalle onde”
A proposito di pane quotidiano. Oggi è il giorno di Clarisse Agbegnenou, un’icona dello sport francese. Arriva a questi Giochi dopo una catena di eventi fatta di “maternità, battute d’arresto, titoli, controversie, una trasformazione fisica” secondo la sintesi de L’Equipe. Nel maggio del 2023 era risalita sul tatami a undici mesi di distanza dalla nascita di sua figlia Athena. Aveva portato la bimba con sé, come pure aveva fatto Amandine Buchard, bronzo nei 52 kg. Era rientrata nel circuito da tre mesi appena, al Grande Slam di Tel-Aviv, con una polemica. Il kimono-gate, lo avevano chiamato in Francia. Si era rifiutata di indossare il judogi ufficiale della Nazionale, marca Adidas, per mettere quello del suo sponsor privato, marca Mizuno. Né Adidas né Mizuno sono partner commerciali di Slalom. Peccato.
Nell’ottobre del 2020 era stata una delle protagoniste del numero speciale de L’Equipe Magazine dedicato ai corpi delle donne, in particolare con lei la rivista aveva parlato della pratica sportiva con il seno grande. Lei era in copertina e nell’intervista raccontava di non portare più il reggiseno perché non riesce a sopportarne il ferretto.
«All’inizio dici a te stessa: Oh mio Dio, non ho più il reggiseno! Ci si fa prendere dal panico, ma poco a poco ci si abitua. D’altra parte, devi gestire cose come: “ah, ma, se non hai il reggiseno possiamo vedere il tuo capezzolo”. Io dico: sì? E allora? A chi dà fastidio? Io, mi trovo bene, se non ti va bene non guardare. C’è ancora molto da fare, su come le persone ci guardano, su come guardano i corpi delle donne. In gara noi ragazze dobbiamo indossare una maglietta sotto il kimono, i ragazzi non indossano nulla. Il fatto che i ragazzi siano a torso nudo, non disturba nessuno».
Agbegnenou raccontava che qualche anno prima c’era chi fermava lo sguardo sui suoi seni grandi. «OK, avevo i seni grandi ma non è un motivo, allora chiedevo: puoi guardare un po’ più in alto? E se qualcuno rispondeva: Non lo sto facendo apposta, insistevo: forse, ma se alzi lo sguardo di certo non lo fai più apposta. Anche se ne ho molto di meno di prima, attira ancora oggi l’attenzione. Ho anche un piercing tra i seni – perché mi piace – quindi cattura ancora di più lo sguardo. Ma finché mi sento bene con me stessa, non mi preoccupa. Che tu guardi o no, non cambierà ciò che voglio fare o chi voglio essere».
Clarisse è figlia di uno scienziato del Togo. È nata prematura ed è stata in coma per 7 giorni dopo un intervento per una malformazione renale. È l’ambasciatrice di una campagna che incoraggia le bambine a realizzare i propri sogni.
Le grandi fatiche di Léon Marchand, chiamato a nuotare nel giro di un’ora la semifinale dei 200 farfalla e la semifinale dei 200 rana. L’Equipe ha un reportage di Céline Nony dall’Arizona, dove il ragazzo di Tolosa è andato a studiare e nuotare per crescere, affidandosi a Bob Bowman, l’ex allenatore di Michael Phelps. “Sono appena le 6 del mattino, la notte è ancora aggrappata al cielo terso di Tempe, sobborgo di Phoenix. La città universitaria fatica a scrollarsi la notte di dosso, intorpidita dalle ore e dall’aria fresca di metà febbraio” eccetera.