Il filosofo Guillaume Martin ha scritto un romanzo su suo padre

RUOTE

Il prossimo sarà sull’anarchia

 

E adesso? E adesso ci occorre una nuova etichetta per Guillaume Martin, lo ricorderete, il ciclista francese che abbiamo chiamato filosofo da quando ha pubblicato un libro dal titolo Socrate à vélo: Le Tour de France des philosophes.  Normanno, come Anquetil, è figlio di una madre attrice e di un padre insegnante di aikido. Un anomalo, così lo abbiamo raccontato in questi quattro anni, quando eccepiva sulle corse in bicicletta durante la pandemia e sulla possibilità concessa a Rafa Nadal di infiltrarsi prima di ogni partita pur di arrivare fino in fino al Roland-Garros. E i ciclisti invece.

«Mi piace interrogarmi sul comportamento degli animali nelle situazioni di pericolo», disse una volta alla fine della tappa.

In filosofia si è laureato sul serio, con una tesi dal titolo Lo sport moderno: una realizzazione della filosofia nietzschiana? – e poi ha fondato una corrente di pensiero chiamata ciclosofia, senza che siano noti altri adepti all’infuori di lui. Una passione confessata per Sartre [«Credo sia il filosofo che più si è avvicinato, in passato, a raccontare il nostro presente, la vita di oggi e questo momento dell’umanità» e per una frase di Bergson [«Devi pensare come un uomo di azione e agire come un uomo di pensiero. Io cerco di essere entrambe le cose»].

Adesso occorre una nuova etichetta, perché Guillaume Martin dice che si stufa presto delle cose, un altro libro di filosofia non aveva voglia di scriverlo, e neppure di ciclismo. L’Équipe dedica stamattina due pagine alla nuova uscita, Les Gens qui revent, un racconto che è insieme storico e familiare. Nella lunga chiacchierata fatta con Vincent Hubé prima di andare a presentare il libro a Parigi, Martin racconta della tenuta di famiglia a Orne, La Boderie, dove alle 5 e 45 del mattino si prende cura degli animali facendosi luce con la pila del telefono. Nel XVI secolo, prima che i Martin acquistassero la struttura, il maniero era una proprietà signorile dei Lefevre de la Boderie. Tra questi, l’erudito Guy, uno dei personaggi di Gens qui revent. Tra Socrates e Guy, Martin aveva pubblicato nel 2021 La società del popolo, altro titolo dal contenuto molto filosofico.

Stavolta siamo alle frontiere del romanzo, con le avventure di Guy Lefevre e quelle più contemporanee di suo padre Daniel, bambino di campagna in Normandia che non ha mai conosciuto a sua volta il padre, prima tipografo a Parigi e poi insegnante di aikido. Per la prima volta, il libro è firmato Martin-Guyonnet, anche con il cognome della madre. Guillaume spiega che due o tre anni fa, sulla domanda in federazione per ottenere la licenza di corsa aggiunse anche quello, venne registrato così nelle liste di partenza delle gare, i commentatori televisivi hanno cominciato a usare il nome in diretta, e allora adesso gli pare una sorta di compensazione perché «non volevo dimenticare mia madre. È una vecchia reminiscenza del patriarcato mantenere solo il nome del padre. Quando rifarò il mio passaporto, metterò il doppio cognome. Non avevo voglia di rifare un terzo libro sulla filosofia della bicicletta e rinchiudermi in una caricatura di me stesso. Volevo assaggiare la sensazione di scrivere qualcosa di più personale. È stato più difficile. Quando parlo di ciclismo, di filosofia, la padroneggio. Non mi era stato necessario svolgere un lavoro letterario. Quando è uscito il primo libro, avevo paura dell’accoglienza nella comunità ciclistica. Già prendere una laurea in filosofia è una cosa originale, per di più scrivere un libro. Avevo paura che mi sfuggisse la terra da sotto i piedi. Mi sono reso conto di non essere stato né giudicato né deriso, per questo mi sono permesso di spingermi oltre. Nella vita di Guy Lefevre ci sono non pochi buchi che mi hanno permesso di inventare certi episodi. Ho potuto inventare una storia d’amore contrastata con Suzanne, la signora di La Poupelière, un vero castello vicino a La Boderie. Esiste davvero questa signora Suzanne, la storia d’amore, non ne sono sicuro».

Nel libro Martin menziona anche un filosofo immaginario, si chiama Jean-Baptiste Botul, personaggio inventato una trentina d’anni fa da Frédéric Pagès, giornalista del settimanale satirico francese Le Canard enchaîné: un’invenzione che trasse in inganno Bernard-Henri Lévy, il quale lo cita come studioso di Kant realmente esistito in un suo libro. Dell’altro personaggio, il padre, Guillaume racconta traumi infantili e iniziazione sessuale.

«Ho scritto camminando sulle uova. Mio padre è una persona molto sensibile e ho toccato cose traumatiche. Avevo paura della sua reazione. L’editore mi ha spinto un po’ oltre, poi ho fatto in modo di avere il suo consenso a ogni passo. Ha riletto il libro più volte, oggi è molto orgoglioso e molto felice, soprattutto perché faccio rivivere tutti i personaggi che hanno popolato la sua infanzia. Gente semplice, piena di tenerezza, alla quale eravamo molto legati, tutte persone scomparse». 

Il titolo di lavorazione era un altro, Gli stupidi felici, Guillaume spiega che l’editore Grasset glielo ha cambiato. «Quando mio padre mi parla della campagna normanna degli anni ’50, abbiamo l’impressione di essere nell’Europa del Medioevo e che la politica agricola comune abbia cambiato molto le cose, nel bene e nel male. Sono cresciuto con genitori con una personalità molto forte, ragazzi che non obbedivano ad alcuna regola sociale. Lo stesso vale per mia madre, cresciuta in un ambiente molto intellettuale. Suo padre Renë Guyonnet è stato direttore editoriale de L’Express dal 1978 al 1980, dopo essere stato vicino a Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Lei ha preso la strada opposta. I miei non hanno mai voluto essere attaccati a una classe sociale, li vedo come degli anarchici individualisti e pragmatici». 

Guillaume confessa di vivere un po’ il complesso dell’impostore, si domanda in tutta obiettività: se non fosse stato un ciclista, avrebbe avuto così facilmente accesso a Grasset? Probabilmente no. Idee per il quarto libro? «Mi sto interessando sempre di più al mondo dell’anarchia, a un certo Albert Libertad del XX secolo. Un tipografo, abbastanza libero sessualmente fin dall’inizio, viveva con due compagni. Aveva creato una scrittura basata sulla fonetica, con un’ortografia più semplice. E ho un’altra idea, completamente diversa, riguardo a un’isola nell’Oceano Indiano, North Sentinel. Con un popolo che da millenni non ha più contatti con il mondo esterno. Sono piuttosto violenti, un missionario è stato ucciso nel 2018. Mi affascina questa idea di vita nel mondo, senza consapevolezza di quanto succede altrove. Siamo ancora un po’ nel tema degli imbecilli felici. È la loro posizione o la nostra a essere invidiabile?». 

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