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RUOTE
Il Tour de France che ci hanno disegnato

I percorsi maschili e femminili del Tour de France 2025 sono stati svelati da Marion Rousse e Christian Prudhomme al Palais des Congrès di Parigi. Dopo essere partiti da Firenze nel 2024, gli uomini inizieranno di nuovo dalla Francia, dalla magnifica Lille. Non ci saranno sconfinamenti per la prima volta dal 2020: 21 tappe, 7 pianeggianti, 6 collinari e un paio a cronometro. Durante la prima settimana si passa dalla Normandia di Jacques Anquetil e dalla Bretagna di Louison Bobet e Bernard Hinault. Epilogo secondo tradizione agli Champs-Élysées. Il punto più alto del percorso sarà il Col de la Loze, l’elettrocardiogramma della corsa tocca i picchi anche al Mûr-de-Bretagne, all’Hautacam, a La Plagne, ma soprattutto al Mont Ventoux che torna dopo quattro anni e dopo 12 come traguardo di giornata.
“Mont-Dore, Ventoux o Col de la Loze: dove si deciderà il Tour de France 2025?” si domanda l’Èquipe, il giornale della corsa, affidando l’analisi a Pierre Menjot, Alexandre Roos e Gaëtan Scherrer. L’alta montagna arriverà solo nella seconda settimana per definire il duello tra Pogacar e Vingegaard, “un duello che immaginiamo più serrato rispetto a quello del 2024”. Boulogne-sur-Mer al secondo giorno, Rouen al quarto, Vire al sesto e il Mûr-de-Bretagne scalato due volte al settimo saranno comunque tutte occasioni per mettere alla prova per i favoriti, ogni volta con pendenze superiori al 10%, a volte al 15% – come nell’ultimo km prima di Vire.
La decima tappa al Mont-Dore ha un’aria da “grande classica accidentata”, dice L’Équipe, nel parco naturale dei vulcani dell’Alvernia come una “falsa Liegi-Bastogne-Liegi” con 4.400 metri di dislivello. “Pogacar non esiterà ad attaccare da lontano; Vingegaard, da parte sua, può solo sperare di limitare i danni su questo tipo di tracciati, come l’anno scorso nella tappa a Troyes, dove si rifiutò di collaborare con il suo rivale”.
La cronoscalata di Peyragudes di soli 11 km è una delle originalità previste. “I distacchi non saranno grandi, le pendenze diaboliche non sempre sono favorevoli, ma la tappa comporterà uno svuotamento completo del serbatoio”. Quanto al Ventoux, viene definito come sempre: il Gigante. Nell’ultima doppia ascesa Vingegaard fece vacillare Pogacar, l’arrivo venne posto allo chalet Reynard a causa del vento, memorabili sono le immagini e i ricordi di Chris Froome che in maglia gialla si fa a piedi la salita dopo una caduta. La tappa regina sarà quella del Col de la Loze, dove Pogacar perse quasi sei minuti da Vingegaard. Il gruppo attaccherà la salita stavolta da un altro versante, meno difficile rispetto a quello scalato nel 2020 e 2023, passando da Courchevel e non da Méribel, ma dopo aver già passato i colli del Glandon e de la Madeleine. “Una sequenza da sogno per Vingegaard, che ama le lunghe salite alpine” spiegano gli analisti de L’Équipe”.
Dopo un 2024 memorabile [Giro, Tour, Mondiale, Lombardia], i programmi di Pogacar non sono ancora espliciti. Il giornale francese parla vagamente di “prossima voracità ancora poco mirata” e di voglia di “aprirsi nuove strade” alla maniera del Giro di Catalogna dell’anno scorso. Così viene da pensare al Giro di Romandia e al Giro di Svizzera, dove non è mai stato, anche se “un giorno arriverà il momento di gareggiare nella Parigi-Roubaix”
STRADE
Il recupero di Superbagnères
Trentasei anni dopo, tornerà al Tour anche l’ascesa al Superbagnères, il teatro di una giornata leggendaria nel 1986, nel pieno del duello per la maglia gialla tra Greg LeMond e Bernard Hinault. Il Tour tornò lassù tre anni dopo, altra tappa memorabile, quando Pedro Delgado partì prima dell’Aspin, a più di 80 km dall’arrivo, raggiungendo i fuggitivi Charly Mottet e Robert Millar, andando a riprendersi la maglia gialla a cinque anni di distanza. Poi basta.
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TEMI
Sì, tornare

Sembra che ormai nello sport non si faccia altro. Non si pensi ad altro. Tornare. Non è che non sia mai successo. Se venne preso dalla tentazione perfino un Bjorn Borg, così risoluto a scappare quando aveva 26 anni, allora possono tornare tutti. L’hanno fatto la sua proiezione John McEnroe e il divino Michael Jordan, lo fanno quasi per abitudine i pugili, perfino in età avanzata. Ma questa è la stagione dei record. Anche nei ritorni. Tyson Fury per esempio smette sempre, a ogni match, scende dal ring e dice che basta basta, questo è stato l’ultimo. Quando non lo dice lo pensa. Il tempo che gli manca per parlare con sua moglie e prendere atto che lei lo sa, sul divano di casa sarebbe un marito infelice. Anche il ritiro di Szczesny è stato una cosa mai vista, il più breve nella storia del calcio.
Di andare e venire ha scritto l’altro giorno Alessandra Giardini su Domani, quando Marcel Hirscher ha rimesso gli sci ai piedi cinque anni dopo esserseli sfilati, tornando nello slalom gigante di Soelden in Coppa del mondo. “Scegli uno sport da bambino, e quando il tuo fisico ti chiede di lasciarlo è ormai tardi per i rimpianti. Non hai studiato, non sei andato in campeggio, non hai fatto l’interrail, non ti sei ubriacato alle feste, non hai passato un pomeriggio intero al cinema uscendo da uno spettacolo per entrare nell’altro. Però hai vinto, tu e pochissimi altri al mondo”.
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SLALOM VINTAGE
Quarant’anni di Ali-Foreman
Oggi è il giorno di Rumble in the Jungle. When we were kings. Foreman-Ali. 30 ottobre 1974. Il match più famoso nella storia della boxe. A bordo ring c’era Norman Mailer. Le sue parole di quei giorni sono diventate The Fight. Dall’Italia partirono Gianni Minà e Giovanni Arpino, lo scrittore premio Strega che il quotidiano torinese La Stampa mandò in Zaire da inviato speciale a seguire l’evento. Questo è il pezzo che Arpino scrisse ventiquattr’ore prima del match. Sul giornale occupò l’intera pagina 3.
La capitale del mondo dai tetti di lamiera
di giovanni arpino, La Stampa, 30 ottobre 1974
È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della “negritudine”. Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull’erba nel suo “quartiere” di N’Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l’invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un “fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi”, non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all’immagine dell’uomo politico, fa: “Scusami”. E seguita a parlare dei problemi dei neri.
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IL CALCIO ITALIANO
Che cosa sappiamo del Napoli: ancora niente
Lasciamo stare la classifica. La classifica della Serie A è un quadro finito solo per poco più di un quarto. È come guardare la Gioconda senza che Leonardo le abbia disegnato il sorriso. Non si vede neppure la scollatura accennata, per ora siamo alle mani intrecciate. Nel dettaglio vanno cercati degli indizi, di più non è lecito permettersi, e nei dettagli della squadra in testa alla classifica abita la settima partita senza subire gol. Tante quante nell’intero campionato scorso. Sono segnali e non certezze perché per il terzo campionato di fila il Napoli si presenta indecifrabile. Nell’anno dello scudetto partì con un pronostico addosso da quinto-sesto posto: aveva salutato tutti assieme Koulibaly, Mertens, Insigne e Fabian Ruiz. Nell’anno del post-scudetto partì con la certezza che giocasse a memoria, tsk, questa macchina funzionerebbe con chiunque in panchina, e in effetti a Napoli provarono davvero a metterci chiunque. Ora il dilemma è un altro, capire quale fosse l’anomalia: se lo scudetto – come si è sostenuto con voce stentorea un anno fa – o se invece l’anomalia sia stata proprio l’anno scorso, come si potrebbe avere la tentazione di immaginare stamattina: non per il primo posto del momento ma per il decennio-quindicennio-ventennio di costanza a certi livelli.
GIUDIZI UNIVERSALI
Pavlovic. “Tipo serata con gli amici al bowling: lui fa la parte del birillo. Lukaku lo abbatte con una facilità disarmante. Strike” [Carlos Passerini, Corriere della sera].
Okafor. “Spacca-partita col Bruges, spacca-niente col Napoli. L’avvio è incoraggiante, sprinta e rientra, ma dopo un pugno di minuti Di Lorenzo capisce il giochino e lo cancella dal campo. Game over”. [Carlos Passerini, Corriere della sera].
Anguissa. “L’uomo in più: vede il gioco e intuisce le traiettorie. Un cavallo non più pazzo, adesso ragiona e guarda sempre dov’è Lukaku” [Monica Scozzafava, Corriere della sera]
L’EQUILIBRISTA Paulo Fonseca
“Dov’era la stella di casa, Rafa Leao, da opporre a quelle del Napoli che hanno deciso il match? Seduto in panca. Ci sta la lezione punitiva contro l’Udinese, ma la terza esclusione consecutiva contro il Napoli, in un match che può indirizzare la stagione, nonostante l’ulteriore spazio liberato da Pulisic, è difficile da giustificare. Un allenatore ha diritto di scegliere uomini e principi, ma il suo primo compito è pensare al bene del club. Il bravo direttore d’orchestra non è quello che dimostra di poter suonare anche senza il primo violino, ma quello che sa valorizzare quel violino e regalare la musica migliore. Ieri Rafa Leao, in tanta emergenza, avrebbe dovuto giocare dall’inizio. Era un modo per ritrovarlo. Fonseca ha steccato” – di luigi garlando, la Gazzetta dello sport
INGHILTERRA
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Amorim, lo United è una grana: chi te lo fa fare
Il Manchester United tornerà mai ai vertici del calcio inglese? se lo domanda Oliver Kay, una delle firme di punta per il calcio su The Athletic “Nei tempi bui degli anni ’80 – ricorda e racconta – il Manchester United era solito trasmettere uno spot pubblicitario nel programma ufficiale delle partite con lo slogan: “Questa stagione facciamo sul serio!” Divenne una barzelletta ricorrente tra i tifosi, quando lo slogan non solo venne mantenuto oltre i primi tristi mesi della stagione, ma anche in quella successiva. Eppure nel calcio c’era sempre stata la convinzione che lo United, caduto in declino dopo aver vinto la sua prima Coppa dei Campioni nel 1968, sarebbe risorto”
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AMERICHE Contro Trump
Come un Jep Gambardella che dopo aver compiuto 65 anni fa la consistente scoperta di non poter più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare, una volta arrivata l’età di 75 anche Gregg Popovich scopre di non poter più perdere tempo a non dire le cose che gli va di dire. Così ha approfittato della conferenza stampa dopo la vittoria di San Antonio contro Houston per attaccare duramente Donald Trump. «È patetico, è un piccolo uomo, un piagnucolone e lo sappiamo tutti. Nessuno gli affiderebbe i suoi figli. Nessuno lo assumerebbe se avesse un’attività, lo vorreste uno come lui nella vostra azienda? Mai. E allora lo votereste come presidente?». Qualche altra parola, altrettanto incisiva, l’ha rivolta ai collaboratori e ai sostenitori dell’ex presidente degli Stati Uniti in lizza per ridiventarlo. «Lo chiamavano xenofobo, fanatico, razzista, improponibile. Queste sono state le loro parole, ma sono ancora al suo fianco. Non sanno che probabilmente hanno figli o nipoti che perderanno le loro libertà, se lui verrà eletto?».
GESTI
Il salto verticale
Lui si chiama Obin Toppin, gioca a basket con gli Indiana Pacers. È alto 2,06 e ha un’apertura alare di 2,19. È stato scelto al Draft del 2020 con il numero 8 e adesso stupisce la NBA per i suoi salti verticali. Con uno di questi gesti sensazionali è andato a staccare una palla che si era incastrata in alto nel tabellone, facendo la gioia dei colonnini destri dei siti di tutto il mondo.
Nel 2022 aveva vinto più propriamente la gara delle schiacciate, che per qualche motivo oscuro anche in Italia chiamiamo Dunk Contest. Tutto questo ha dato a Marca l’occasione per parlare dei più prodigiosi balzi mai misurati nel campionato americano di pallacanestro. Michael Jordan regna con 1,2 metri e 0,92 secondi in aria. I riferimenti sono di ESPN. Anche Darrell Griffith e Keon Johnson sono stati misurati a 1,2 metri. Il record mondiale di salto verticale appartiene al personal trainer Evan Ungar che nel 2016 ha saltato 1,6 metri.
Il migliore di tutti nel passaparola della cultura orale è stato Earl Manigault, un metro e 85 d’altezza, chiamato The Goat negli anni ’60 tra le strade di New York e per Rucker Park non tanto perché fosse individuato come il più grande di tutti i tempi [l’acronimo GOAT], quanto per quelle sue arrampicate da capra, una capra vera, l suo salto verticale era di 1,35. Si narra che in partita avesse il tempo di mettere giù la palla con la destra, prenderla con la sinistra prima di cadere e cambiare di nuovo mano per andare a canestro.
Il giorno in cui Kareem Abdul Jabbar si ritirò disse che Earl Manigault era stato il più grande giocatore di tutti i tempi. Dunque la goat era diventato il GOAT. La sua dipendenza dall’eroina e la prigione hanno ridotto la carriera ai minimi termini. Ha ispirato il film Rebound e numerosi altri reportage. È morto a 53 anni. Ma c’è altro. Herman Knowings, detto l’Elicottero, è passato alla storia delle storie per aver raccontato di essere riuscito a fischiare per tre secondi durante un salto in area. Oh, questa cosa sarebbe successa durante una partita della Rucker Park League e Marca tiene in piedi il mistero domandandosi se davvero un essere umano può restare in aria per tre secondi mentre zompa. ‘The L’Elicottero tentò la fortuna con gli Harlem Globetrotters. È morto nel 1980 all’età di 37 anni in un incidente stradale.
Di Pervis Ellison si dice che una volta riuscì a piazzare una moneta in cima al tabellone. Era stato la scelta numero 1 al Draft 1989, anche se in realtà lo avevano preso per altro, non c’era tutta questa necessità di mettere delle monete lassù. Era alto 2,06 ed era conosciuto come “Never Nervous Pervis”. Ha giocato in NBA fino al 2001 con una media di 9,5 punti e 6.7 rimbalzi.
ADDII
La morte di Matilde Lorenzi
Matilde Lorenzi avrebbe compiuto vent’anni fra qualche giorno. Sognava di esordire in Coppa del mondo di sci. È morta per le conseguenze di una caduta in allenamento sul ghiacciao del senale, fra le cime altoatesine. Andrea Pasqualetto sul Corriere della sera ricostruisce: “L’urto con la porta, gli sci che si divaricano, lei che cade violentemente sulla neve ghiacciata e il volo. L’hanno trovata fuori dalla pista, piegata e immobile. Il caschetto in testa, le racchette ancora ai polsi, ai piedi un solo sci perché l’altro si era sganciato nell’impatto. Ha poi lottato un giorno intero per la vita all’ospedale di Bolzano ma non ce l’ha fatta”.
Era nata nello stesso giorno di Sofia Goggia, uno dei suoi idoli. “Matilde aveva la velocità nel sangue che per chi va sugli sci a questi livelli significa discesa libera e supergigante. Era una promessa: lo scorso anno si era imposta ai Campionati italiani assoluti di superG davanti a Laura Pirovano e Nicol Delago, due certezze azzurre. Sognava di partecipare alla Coppa del mondo raggiungendo così la sorella maggiore Lucrezia che già fa parte del gruppo come slalomista. Lunedì, accanto a lei – racconta il Corriere della sera – c’era il suo allenatore, Angelo Weiss, un ex della Valanga Azzurra con un paio di partecipazioni olimpiche. Weiss è rimasto scioccato da quel che è successo, anche perché l’ha vissuto in presa diretta e a breve distanza”.
Il Corriere riferisce che agli investigatori ha detto: «Matilde è caduta nel tratto finale della pista, un po’ più pianeggiante. Ha fatto un errore, si è sbilanciata, ha battuto la faccia ed è ruzzolata fuori». Secondo i tecnici, nella ricostruzione del giornale, un’altra rete di protezione «non è necessaria in quel tratto e in quel tipo di pista, dove non è mai successo nulla».
Un incidente, secondo la Procura. Quella che Repubblica chiama nel titolo di stamattina “una morte senza colpevoli”. Piero Gros, oro olimpico, parla al Corriere di fatalità paragonando la tragedia a quella di Schumacher, ma propone: «Si dovrebbe proteggere il corpo con l’air bag». La sorella Lucrezia: «Per il funerale di Matilde non vogliamo nessun fiore. In queste ore stiamo cercando di organizzare una raccolta di fondi da destinare al miglioramento della sicurezza degli atleti che sciano. Sarà il modo per tenere vivo il ricordo di Mati. Continuerò nel nome suo. Voglio vincere al più presto una gara per potergliela dedicare».
| Maria Rosa Quario, ex azzurra in Coppa del mondo e madre di Federica Brignone, dice a Repubblica: «Penso alla famiglia, l’unico modo per consolarsi è pensare che tua figlia stava facendo quel che amava. Ma ogni giorno è pieno di ragazzi che se ne vanno, ho parlato coi genitori di Niccolò Galli, figlio del portiere della nazionale Giovanni, e mi dissero che lui era caduto in motorino nell’unico punto in cui rischiava picchiando la testa. Non è stata la velocità a provocare quel che è successo. Ma sono tanto contenta che Fede abbia scelto di indossare in discesa l’air bag, perché non tutte lo fanno. La sicurezza è migliorata negli anni, ma bisogna accettare una verità: come un ginnasta non ha protezione quando salta dalle parallele, così uno sciatore gareggia nudo. Non puoi sciare con uno scafandro addosso, devi essere dinamico. Questo è lo sci».
| Emanuela Audisio, sempre su Repubblica, considera allora questo clima che avvolge una morte impossibile da accettare, e le pare che “quasi il mondo (adulto) sentisse il bisogno di dire: «Non è colpa nostra, non lo può essere». Muoiono così i nostri giovani, spesso in ambienti che amano, magari in una natura e a un’età che fa pensare al sabato del villaggio. Cerchi una consolazione per tutti i genitori che portano le loro bambine sulle vie dello sport, pensando non a un orco, ma a un maestro che insegnerà loro a costruire indipendenza fisica, capacità di controllo e a stare lontane dai guai. Matilde sarebbe cresciuta con le altre azzurre, con una corsia nel futuro. Quando al grande fotografo Mario Giacomelli venne commissionato un servizio sui bambini che andavano a Lourdes, lui partì, tornò, restituì i soldi, si scusò: «Non me la sento». Ma come, gli dissero, hai fotografato i vecchi che aspettavano la morte nell’ospizio e rifiuti di ritrarre i bimbi? «I vecchi avevano vissuto, questi no», rispose. Speri che il gesto sportivo aiuti a costruire meglio una vita non a distruggerla”.
| Emilia Mondinelli, sua amica, sua compagna in Nazionale giovanile, le ha spedito una lettera aperta attraverso La Stampa: “Ho sempre creduto che tutto ciò che succede è voluto dal destino e che quindi abbia una ragione positiva specifica. Ma ora come ora non riesco a trovarne neanche una, assurdo come lo sci che è sempre stato ciò che ci dava ossigeno per vivere a te l’ha tolto. Penso che non glielo perdonerò mai”.
L’ULTIMO SCROLL
GLI ODORI DEL MERCOLEDI’
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ZOLFO LA NAZIONALE FRANCESE DI RUGBY
Il cittì Fabien Galthié lo aveva anticipato qualche giorno fa in una lunghissima intervista a L’Équipe, ieri è arrivato il nuovo protocollo di comportamento per la Nazionale francese di rugby: eccessi puniti e alcol vietato, “un piano di prestazione rafforzato” scritto e varato dopo l’estate in cui due giocatori sono stati denunciati e arrestati in Argentina con l’accusa di stupro. L’accusa contro Hugo Auradou e Oscar Jegou è ancora in piedi anche se i due sono stati autorizzati a rientrare in Francia. Le Monde parla di “ventisei azioni concrete per risanare l’immagine”. Il presidente della federazione Florian Grill ha detto al giornale francese che «non è il terzo tempo che deve essere bandito, ma il quarto e il quinto».
Libération parla di “serrare i bulloni” come “decisione in risposta alla catastrofica tournée della scorsa estate. Le serate dopo la partita saranno organizzate in “luoghi privatizzati”. Devono essere stati chiusi molti occhi finora, se nelle 26 misure viene esplicitato il divieto di un “intrattenimento basato sul consumo di alcol e sostanze stupefacenti”. Solo i familiari dei giocatori potranno essere ammessi nelle sale comuni degli alloggi della Nazionale. Inoltre parte un “programma di monitoraggio anonimo della salute mentale” per scongiurare quelle che la federazione definisce “ deviazioni comportamentali extrasportive”
PUZZA DI BRUCIATO MARCELL JACOBS
Cesare Giuzzi sul Corriere della sera scrive che pure Marcell Jacobs è caduto nella rete delle vittime del mercato di informazioni. “Undici giorni dopo la notte olimpica di Tokyo con lo storico oro nei 100 metri di Marcell Jacobs, alla Equalize di via Pattari sono già al lavoro. L’obiettivo del dossieraggio sono proprio il neo campione e il suo staff con l’allenatore Camossi, il manager Magnani, il nutrizionista Spazzini. La richiesta, ricostruiscono i carabinieri di Varese, è arrivata da un non identificato studio legale padovano”.
| REWIND
LE IMMAGINI DI IERI |
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Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde qualche aggiornamento quotidiano su temi, discussioni, rubriche pubblicate durante il giorno. Non vi impressionate. È una cosa poco invasiva, riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. Fa molto fico averne uno. |
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CHE COSA SI DICE STAMATTINA IN GIRO EDICOLA
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