La gloria è simile a un cerchio nell’acqua che va sempre allargandosi
sin quando per il suo stesso ingrandirsi si risolve nel nulla
William Shakespeare
attese
Il segreto del Pallone d’oro. Ma è un segreto?
▻ Perfino il tennis immutabile dei Fantastici Tre, perfino il tennis che resiste alla NextGen, sta cedendo sotto i colpi di chi prova a sfondare le porte dell’ordine costituito. Il calcio invece pare intenzionato a fare domani un altro bagno nell’ovvio e nella conservazione. Leo Messi pare il grande favorito per il Pallone d’oro. Pare che gli diano il settimo, in un anno nel quale il Barcellona non ha vinto il campionato ed è uscito agli ottavi in Champions. Messi ha aggiunto una foglia di lauro sul suo piatto con la Coppa America, ma le cronache dal Sudamerica in estate non lo hanno mai raccontato come devastante, anzi. E nemmeno il suo sbarco a Parigi è così luminoso. Glielo danno, se glielo danno, perché è Messi. Così viene rilanciato l’antico dibattito su che cosa davvero sia questo trofeo. Per metterla in termini cinematografici, l’Oscar si attribuisce al valore di un autore o al film che ha girato quell’anno?
Esteban Cambiasso a Sky ha detto qualche tempo fa: «Io ho smesso di credere a questi premi individuali dal 2010. Nel giorno in cui ho capito che Milito era fuori dall’elenco dei 30 giocatori, non cinque o dieci, trenta, ho detto: io di questi premi non capisco più nulla». Ma in fondo pure questa dichiarazione riporta la questione nel suo recinto reale. È un premio, un giudizio, dunque materia soggettiva, di discussione. Estremizzando: è un gioco.
Le origini | Un gioco cresciuto. Un gioco che adesso chiama in causa gli interessi degli sponsor e i bonus nei contratti. Ma il 18 dicembre del 1956, quando sul numero 561 di France Football venne pubblicato il nome del vincitore del primo Pallone d’Oro, assegnato da una giuria di 16 giornalisti, era quasi un premio alla carriera di Stanley Matthews, appena richiamato in Nazionale a 41 anni.
Sul Corriere d’informazione, Arrigo Levi scriveva di lui che “Stanley è l’uomo che più di ogni altro è capace di mettere allo scoperto la vivacità quasi latina che si nasconde sotto la ruvida corteccia nordica degli inglesi; suscita il loro entusiasmo collettivo come credo nessun altro inglese vivente, sia stella del cinema o attore di teatro o uomo politico; e nello stesso firmamento sportivo non c’è altro atleta che neppure s’avvicini al grande Stan. È l’atleta del cuore di milioni di Inglesi. C’è prima di tutto la suprema eleganza stilistica del suo gioco, quello stile inimitabile tutto finte, scatti, improvvisazioni geniali che ha fatto di Stanley il mago del dribbling, e forse la più grande ala nella storia del calcio moderno. Dicono che oggi, all’età di 41 anni suonati, Stanley arrivi alla fine d’una partita piuttosto senza fiato, e questo è possibile: dicono anche che Stanley Matthews oggi sia grande solo nelle grandi occasioni, come se avesse bisogno, per ridiventare se stesso, d’uno speciale eccitante. Non ha mai commesso un fallo volontario ai danni d’un avversario, e non ha mai sofferto di divismo”.
Il trofeo | L’invenzione del trofeo si deve principalmente al giornalista francese Gabriel Hanot e a Jacques Ferran, il capo d’allora di France Football. Fino al 1995 ha premiato il miglior europeo, poi il miglior calciatore d’ogni nazione in un club europeo, dal 2007 possono competere tutti. Il trofeo che viene consegnato è una copia dell’originale, custodito in una cassaforte nella redazione della rivista, in origine di proprietà della federcalcio francese. Uscì in edicola l’8 gennaio del 1946, firmato da Jules Rimet. Nel 1947 entrò a far parte de l’Équipe, nel 1997 diventò bisettimanale (martedì e venerdì), poi settimanale e adesso mensile.
Il trofeo ha gli stessi anni della Coppa dei Campioni, ma non è più lo stesso del 1956, le sue dimensioni sono cambiate. Il Pallone d’Oro oggi misura 31 centimetri di altezza, 23 di larghezza e 23 di profondità. Anche il suo design è stato ritoccato da quando nel 2003 (l’anno di Pavel Nedved) la Adidas si lamentò del fatto che somigliasse troppo al proprio brand, per via di due strisce alle estremità degli esagoni. Il suo valore è stimato in 13 mila euro. È composto da due semisfere di ottone e un blocco di pirite. È immerso in un bagno d’oro che ricopre la struttura.
I giurati italiani | Alberto Facchinetti ha condotto una ricerca per ricostruire i nomi dei giurati italiani. Il primo fu Mario Zappa. Aveva seguito per la Gazzetta dello Sport anche i Mondiali vinti dall’Italia negli anni Trenta. “Aveva del calcio un’ottima conoscenza tecnica e oltre ad una collaborazione con Il Calcio illustrato aveva scritto sul gioco anche un manuale tecnico, uscito proprio in quegli anni con Sperling e Kupfer”.
Per la seconda edizione il voto fu di Vittorio Pozzo, l’ex Ct, ma anche commentatore per la Stampa, e dal 1958 toccò a Aldo Bardelli, livornese, giornalista di Stadio. “Fece parte per i Mondiali in Brasile del 1950 – dice Facchinetti – della commissione tecnica della Nazionale ed ebbe molte responsabilità sulla debacle azzurra, lui che era terrorizzato dall’aereo, per aver fatto viaggiare la squadra in nave. Ma Bardelli di calcio ne sapeva. Nella sua prima scheda per France Football si trova scritto Kopa, Rahn, Charles, Novak e Boniperti”.
Dal 1971 fu il momento di Ferruccio Berbenni, giornalista milanese della Notte che era corrispondente dall’Italia di France Football e de l’Équipe. “Parlava un francese perfetto, senza essere tra le firme più prestigiose del giornalismo sportivo italiano. Vota per l’ultima volta nel 1982, segnalando Paolo Rossi (vincerà proprio Pablito), Littbarski, Giresse, Boniek e Dassaev”. Gli subentrò Adalberto Bortolotti, direttore del Guerin Sportivo, che votò: Platini, Robson, Cabrini, Dassaev e Strachan. E dopo di lui una lunga fase da giurati per Roberto Beccantini e Sergio Di Cesare, della Gazzetta dello sport. Beccantini ha continuato a votare da solo dopo il passaggio a la Stampa, tra il 2003 e il 2009. Nel 1989 aveva votato Candido Cannavò (Baresi, Van Basten, Brehme, Shilton, Stojkovic). Il giurato italiano è da qualche anno Paolo Condò, in volto su Sky e in firma su Repubblica. Ha votato come previsto entro il 24 ottobre e deve rispettare il segreto dell’urna fino alla proclamazione. Le sue cinque preferenze nel 2019 sono state: Van Dijk, De Jong, Cristiano Ronaldo, Messi e Manè.
La segretezza | Rory Smith sul New York Times ha raccontato come Pascal Ferré, oggi alla guida di France Football, vive questo periodo dell’anno, durante il quale “riceve telefonate che si susseguono e si assomigliano. Lo chiamano da tutto il mondo. Un giorno è un presidente di club, spesso è un agente, a volte uno dei giocatori più famosi del pianeta, di persona. Chiunque sia, adottano tutti più o meno la stessa strategia con Ferré, un uomo barbuto e simpatico. Cominciano parlando di tutto e niente, si informano sulla sua salute. Poi innestano la marcia alta. Gli chiedono come stanno andando i preparativi per il galà annuale della rivista. Bene molto bene. Il voto è finito? È andato tutto bene? Ferré sa già cosa accade: tutti chiamano per lo stesso motivo. Sognano di scoprire l’unica cosa che è impossibile rivelare”.
Ci sono due dettagli che mostrano fino a che punto Ferré e la rivista difendono l’identità dei vincitori finché si può. Ferré è una delle sole due persone nel mensile a sapere chi ha vinto. La condivisione è necessaria, spiega al New York Times, perché «immagina che io abbia un incidente. Deve esserci lo stesso un Pallone d’Oro».
Si vanta di non aver mai commesso un errore in questi sei anni di direzione. “Tutti i velati tentativi di adulazione per ottenere una risposta da lui, sono accolti con lo stesso silenzio”. Non mente, preferisce non rispondere. «Sarebbe ingiusto se i calciatori non lo sapessero per primi». Aspetta il più tardi possibile per informare i vincitori. Vive in un regime di severità che lui stesso definisce paranoico. A fine settembre inizia il vero lavoro. Dieci membri della redazione di France Football sono i responsabili della stesura di due liste: i 30 giocatori e le 20 giocatrici che meritano di essere nella selezione finale. I dieci si riuniscono nelle stanze della rivista per quella che Ferré definisce «una discussione» e si cerca una sintesi. «Per gli uomini, 20 o 22 giocatori sono ovvi per tutti. Ci sono discordanze sugli ultimi otto o dieci. Gli incontri spesso durano molto, due o tre ore, tutti devono essere convinti della selezione finale. Non è mai la lista del capo. E cerchiamo di non dimenticare nessuno. Qualche anno fa, ci siamo resi conto che avevamo visto 1000 partite o più, durante l’anno».
A quel punto France Football invia le shortlist alla giuria di 170 giornalisti di tutto il mondo, annuncia i candidati e raccoglie i voti. I giurati scelgono i cinque giocatori in ordine di preferenza e consegnano il voto a quello che Ferré chiama un «server di posta privato».
Il New York Times scrive che “alla richiesta di chiarire cosa intende con questo, esita: il sistema è così riservato che si rifiuta di rivelare come funziona, tranne per dire che solo lui e il suo braccio destro hanno accesso ad esso. Gli altri dipendenti di France Football sono tenuti all’oscuro”.
«L’identità del vincitore del Pallone d’Oro è un vero segreto. Penso che non ci sia equivalente nel mondo dello sport. Quando ho chiamato Luka Modric per dirgli che era il vincitore del 2018, è scoppiato a piangere come un bambino. Per loro è Natale. In uno sport di squadra, questa è l’unica opportunità che hanno per festeggiare individualmente».
Mbappé vuole vincerlo, Pogba voleva vincerlo. “Anche nella rivalità tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, il Pallone d’Oro è una misura della loro gloria”, dice il giornale americano.
«Ronaldo ha una sola ambizione – dice Ferré – ritirarsi con più Palloni d’Oro. Lo so perché me lo ha detto. Non è una questione di soldi. È solo un trofeo. Ma se guardi le statistiche di Messi e Ronaldo, vedrai che segnano molti gol tra settembre e ottobre, quando arriva il momento di votare. Non è un caso».