Prima di inventare la World Wrestling Entertainment, Vince McMahon ha fatto l’annunciatore e l’intervistatore, si è laureato in Economia, ha fatto il commesso viaggiatore, ha messo in scena la finzione della sua morte, ha una lista lunga così di controversie: vanno dall’accusa di spaccio di steroidi, alle molestie sessuali, all’induzione alla prostituzione. Ora l’ascesa e la caduta di Vince McMahon sono racchiuse dentro una docu-serie di Netflix [Mr. McMahon] che “esplora la sordida storia della WWE e dell’uomo che l’ha resa ciò che è”, secondo la definizione del New Yorker – che ha affidato la visione a Vinson Cunningham.
Definisce McMahon come un impresario “rozzo, roboante e diabolicamente intelligente”. Scrive: “Mi sono chiesto, guardando Mr. McMahon, se la logica surreale della narrazione del wrestling professionistico avesse travolto per sempre il nostro senso della trama, e a un livello più profondo la nostra comprensione di come dovrebbe essere la vita reale sulla scena nazionale”.
La serie si propone come un lavoro che offre uno sguardo ravvicinato su questa bizzarra figura, “e in effetti – dice il New Yorker – in modo conciso, apprendiamo alcuni fatti biografici. Il padre di McMahon, Vince Sr., era un pezzo grosso nel mondo del wrestling professionistico, prima che questa forma particolarmente americana di intrattenimento sportivo di basso livello diventasse nazionale. La sua promozione della World Wrestling Federation era limitata al Nordest. Se vivevi in Louisiana e volevi vedere una sedia di metallo spaccata sulla testa di un uomo stordito, lo facevi a un evento locale di wrestling, organizzato da un’azienda che aveva la sede vicino casa. Nei suoi primi anni, il giovane McMahon non conosceva suo padre. Viveva con la madre e il patrigno, in povertà, e subì abusi sia fisici sia sessuali, a quanto pare; menziona di essere stato picchiato e allude all’incesto. Il suo modo di reagire era semplicemente quello di sentirsi grato quando la violenza era finita. Quando era sopravvissuto. Quando finalmente incontrò il padre, si lanciò con entusiasmo nel mondo del wrestling, comprando una quota e poi affrettandosi a invaderne il territorio, rubando i lottatori e organizzando eventi nelle città”.
Di questa attitudine alla competizione feroce McMahon ama dire: «Se non puoi competere con me, that’s America». Lo fa con magniloquenza. Con enfasi. Si è presentato come “il nuovo uomo d’affari maleducato – dice il New Yorker – che si comportava proprio come i personaggi che si pavoneggiavano sul ring, guadagnandosi l’amore rabbioso della folla”.
Ma non è questo, non è tanto questo che sta a cuore al recensore Cunningham. La parte più interessante del pezzo sul New Yorker è quella in cui la serie Mr. McMahon viene considerata “una storia in miniatura del wrestling professionistico e una straziante storia sulla narrazione in America. Negli anni Ottanta, subito dopo la crisi degli ostaggi in Iran – racconta Cunningham – il pubblico del wrestling si emozionò per lo scontro tra Hulk Hogan, eroe americano estremo con la lucentezza e la potenza del motore di motocicletta, e un wrestler chiamato Iron Sheik. Iron Sheik, il cui vero nome era Hossein Khosrow Ali Vaziri, era un iraniano americano che interpretava il suo personaggio con colorita gioia xenofoba, a volte parlando in un gergo inventato che doveva suonare vagamente mediorientale. McMahon e i suoi dipendenti avevano una comprensione istintiva dei loro fan, persone che volevano sfogare la loro aggressività mentre guardavano un morality play, secondo il wrestler Bret Hart. McMahon ripete che il suo business non è diverso da un’opera teatrale, un film, un libro. Ha utilizzato una strategia sofisticata, seppur spesso razzista, di rispecchiare nel wrestling gli eventi di cronaca, duplicandoli, in una forma così popolare da catturare l’attenzione della folla che beve birra”.
Così il New Yorker arriva con il suo recensore al punto: “Ho pensato a Donald Trump molto più di quanto avrei voluto mentre guardavo Mr. McMahon. L’associazione è ovvia: Trump, come McMahon, è ossessionato dall’idea di generare calore che catturi l’attenzione. Ha l’abitudine di negare con sufficienza le cause legali, in particolare quelle per aggressioni sessuali, e continua a erigere il suo totem dorato al dio denaro. Come ci ricorda la serie, Trump è anche apparso nelle trasmissioni WWE, interpretando una versione di sé stesso ancora più caricaturale, quella del ricco stronzo che fa da contraltare all’altro ricco stronzo per eccellenza, Mr. McMahon, forse il cattivo più sviluppato della storia. Uno heel come dicono nel wrestling. [Tutta la recensione si trova qui]