Un Maestro che chiamano Matto
Il calcio secondo Marcelo Bielsa
Se il calcio non fosse giocato da uomini
la mia squadra vincerebbe sempre
Marcelo Bielsa
Quando apparve Bielsa al Newell’s
➣ Ossessivo come Bilardo, ma con alcuni concetti menottiani. Chi è lei, signor Bielsa?
«Non c’è contraddizione. Quello che succede è che in Argentina i tecnici ossessivi non si sono mai preoccupati di giocare offensivamente. E sono un ossessivo dell’attacco. Guardo i video per attaccare, non per difendere. Sai qual è il mio calcio difensivo? Corriamo. Tutti. Il lavoro di distruzione ha cinque o sei linee guida e ciao, il limite è raggiunto. Il calcio offensivo è infinito. Ecco perché è più facile difendere che creare. Correre è una decisione della volontà, creare bisogni è il requisito indispensabile del talento».
➣ Se la sente di dire che lei inaugura un nuovo profilo di allenatore argentino?
«Non direi. Sono solo il prodotto di 16 anni con un messaggio. Perché Menotti e Bilardo, al di là delle loro differenze, ne avevano uno e lo diffondevano. Non sai il peso che mi sono tolto. Perché ero in svantaggio verso i miei giocatori. Guarda che differenza esiste con i ragazzi del River. Con loro Passarella può fare esempi in grande: “Perdevamo 1-0 … mi ricordo quella volta al Mundialito… quella rimonta alla Germania in cinque minuti…”. Io posso raccontare delle partite contro il Botafogo della lega rosarina. È un handicap enorme in termini di credibilità. Ora non più Ora sono uno dei pochi tecnici argentini in grado di raccontare gli episodi che hanno portato alla conquista di un campionato». | Intervista di Alfredo Alegre, El Gráfico, 1991
Le obiezioni di Menotti
«Bielsa è un giovane con delle inquietudini. Ha le sue idee e cerca di svilupparle. Ma c’è un punto di partenza su cui non saremo d’accordo. Lui pensa che il calcio sia prevedibile. E io no. Se il calcio fosse prevedibile, sarebbe risolto dalla teoria e sarebbe molto facile. Conosciamo tutti le caratteristiche di Barros Schelotto. Ma il suo calcio non è prevedibile. Forse l’altra grande differenza tra Bielsa e me è che lui si preoccupa più di impedire all’avversario di giocare che di giocare meglio del suo avversario. Tre giocatori della sua squadra partecipano poco al gioco e si dedicano maggiormente al controllo dell’avversario. Bielsa dice che Menotti è arrivato prima con il suo approccio, poi Bilardo gli è apparso come controproposta e che lui è un equilibrio tra i due. Non è così, perché altrimenti sarebbe l’equilibrio perfetto». | César Luis Menotti, Clarin, 30 settembre 1998
Come era arrivato al Newell’s
Il suo esordio è su una panchina lontana dal grande calcio: la squadra dell’università di Buenos Aires. Fa una selezione di venti giocatori dopo averne visti più di duemila, sottobraccio sempre un vocabolario. «Sono studenti, e io ho il dovere di utilizzare le parole più adeguate, anche se non di uso comune, per assecondarli. Io rispetto loro, loro rispetteranno il mio lavoro». … Si accorge di lui Jorge Griffa, la mente pensante del reclutamento giovanile del Newell’s, e lo vuole a lavorare con sé. Dopo poche settimane Marcelo se ne esce con El Proyecto. La squadra ha necessità di andare a caccia di giovani talenti, ma c’è un problema: il Paese si srotola su due milioni e mezzo di chilometri quadrati, anche se il calcio si gioca soprattutto nella parte centro-settentrionale.
Strappa una pagina da Thomas Jefferson. Vi siete mai chiesti perché gli Stati Uniti sono disegnati in quel modo, separati tra loro in modo geometrico e non geografico? Perché Jefferson, sognatore ma allo stesso tempo estremamente pragmatico, cultore della bellezza e della razionalità, pensa ai Quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio, colui che ha di fatto definito i canoni classici dell’architettura occidentale e immaginato nella sua riforma mentale del mondo un pianeta diviso in questa maniera.
Bielsa fa la stessa cosa: divide l’Argentina in settanta zone e cinque sottozone, e va alla ricerca di giocatori. Ernesto Che Guevara lasciò Rosario a bordo della Poderosa. La Poderosa di Marcelo Bielsa è una Fiat 147 (la versione sudamericana della 127), cui infligge ventincinquemila chilometri per perlustrare l’intera griglia. | Carlo Pizzigoni. Locos por el futbol (Sperling & Kupfer)
“Il paradosso nel calcio è che sempre più spesso la bellezza, il bel gioco, è considerata un ostacolo sulla via della vittoria. C’è addirittura la dicotomia: meglio vincere o giocare bene? Assurdo. Bisognerebbe giocare bene per vincere, basta. Ma sono le semplificazioni dei media, che per rendere un’idea comprensibile alle masse la riducono ai minimi termini
La differenza tra un filosofo e un caudillo
Bielsa insegna coraggio, coinvolgimento, orgoglio delle proprie radici. La grandezza di Mourinho consiste nel fatto che i giocatori si getterebbero nel fuoco per lui, ma Bielsa è ancora più grande perché i giocatori si getterebbero nel fuoco per le sue idee: differenza sottile, ma decisiva, tra un caudillo e un filosofo. Bielsa per molti versi è la trasposizione sportiva del professor Keating dell’Attimo fuggente, quello di “capitano, mio capitano“. Non di soli tre punti si campa: ma il bello è che ragionando come lui — non a caso detto il Matto — i tre punti si susseguono con buona regolarità. | Paolo Condò, la Gazzetta dello sport, 2012
Un modello per Guardiola
Sarà un caso che uno dei cardini degli allenamenti di Guardiola sia la divisione del campo in cinque corridori verticali? Certo che no. È risaputo che, prima di iniziare la sua avventura di allenatore al Barcellona, Pep sfruttò la comune conoscenza del regista spagnolo Fernando Trueba per andare a conoscere Bielsa. Passarono la giornata guardando film e parlando. Alcuni schemi furono illustrati dislocando sul prato dei mobili da giardino. Ogni volta che può, Guardiola ripete che – semplicemente – Bielsa è il più bravo di tutti. | Tommaso Pellizzari, Corriere della sera, 5 luglio 2016
“ Preferisco giocare rischiando di non fare neppure un punto, ma con l’obiettivo di ottenerne tre. Se nessuno rischia, non c’è partita, non c’è calcio. Anche se la società dice che chi perde è un idiota
Bielsa secondo Jorge Valdano
Ritengo Marcelo Bielsa un eroe. Perché costa fatica essere un tipo onesto, quando la “furbizia” propone scorciatoie tentatrici verso il successo. Scorciatoie che in molti casi sono esaltate da buona parte dell’opinione pubblica. Le sue squadre, nella buona e nella cattiva sorte, sono generose, coraggiose, rispettose delle regole. Quanto al discorso di Bielsa, solitamente è di una sincerità brutale. Non ha alcun problema nel catalogare come ingiusto un risultato positivo perché «alla menzogna preferisco il discredito». O a dichiararsi responsabile di un risultato negativo perché «non ho saputo interpretare correttamente i segnali della partita». Atteggiamenti anni lontani anni luce da quelli di coloro che si appropriano dei successi e attribuiscono i fallimenti agli altri. Quando parliamo di Bielsa, ci riferiamo a un uomo che, dopo avere preso di petto e strattonato un lavoratore che aveva accusato di scarsa professionalità, convocò una conferenza stampa per riconoscere di essersi comportato «come un selvaggio» e che, dopo avergli chiesto pubblicamente scusa, si diresse alla caserma della Ertzaintza (la polizia autonoma dei Paesi Baschi) per autodenunciarsi. Gli agenti non si sono ancora ripresi dallo stupore. Ho già detto che esistono vari modi di sedurre. Ma farlo con l’etica è il modo più difficile e coraggioso. Anche se a volte, come potete vedere, può risultare un po’ stravagante. | Jorge Valdano. Le undici virtù del leader (2013. In italiano: Isbn Edizioni, 2014)
Il Bielsa di Bilbao
Non ha una casa, si è sistemato all’hotel Embarcadero di Getxo, 15 km da Bilbao, ed è lì che, quando può, lo raggiunge dall’Argentina la moglie architetto. Poche stanze, tanto stile, un paesino sul mare collegato al capoluogo con un moderno treno leggero dove l’aristocrazia bilbaina vive in case spettacolari costruite attorno a un centro storico arroccato le cui pareti sono tappezzate di manifesti pro Eta.
Marcelo passa con la sua parlata silenziosa, la camminata veloce, i pensieri in corsa e lo sguardo basso tra le contraddizioni di Getxo: ogni mattina si sveglia prestissimo e passeggia, solo, fino ad Algorta, villaggio di pescatori lì vicino. Perché anche Marcelo ha le sue contraddizioni: una fame quasi compulsiva, un inarrestabile gusto per il cibo e la voglia di essere in forma, lottare contro peso e ‘panza’, come si dice in castigliano. La sua vita vissuta quasi sempre in tuta – quelle dell’Athletic le compra lui al negozio del club, non vuole che gliele regalino – sembra simbolizzare questo suo conflitto interno tra cibo e fitness. | Filippo Maria Ricci, la Gazzetta dello sport, 20 marzo 2012
Bielsa e le grandi squadre
Si dice, tuttavia, che nell’estate del 2013, Bielsa era nella lista dei dirigenti come candidato alla sostituzione di Tito Vilanova. Ma alcuni come Xavi, in contatto con i giocatori dell’Athletic, si sono mossi dietro le quinte per sabotare la sua candidatura. Il fascino di Bielsa non funziona più dall’altra parte dei Pirenei. «Un grande club non lo seguirà mai”, ha detto Luis Fernandez, “perché in questi club il potere spetta ai giocatori. I più piccoli. Sono i più docili e malleabili, e ottengono il massimo». | Patrick Sowden, France Football, 25 febbraio
“ Cerco di migliorare la qualità dei miei calciatori provando a farli emozionare ogni volta che giocano. L’attenzione ai più deboli è una strategia. Invece uno dei primi messaggi che ci invia la società è: il più debole è un fastidio. Il rifiuto degli stranieri, o di chi ha pelle di altro colore, nasce dal rifiuto della povertà, perché quando invece lo straniero con la pelle scura ha i pozzi di petrolio o è un turista, lo si tratta in un altro modo… Una squadra di calcio è una società, solo in piccolo, con le stesse logiche del dare e del ricevere
L’amore incondizionato del tifoso
«Il calcio è gambeta, è dribbling, il suo gesto più alto e bello, non si può insegnare o modificare. Però se non se ne fanno più di dribbling, devo pensare a come aggirare e superare l’avversario». Marcelo Bielsa fra ricordi e attualità filosofeggia, a ruota libera: dagli schemi ai film, dai modelli alla cucina. Si lascia andare a una chiacchierata, fra un risotto al tartufo e una chitarrina al guanciale (mamma quanto mangia el Profe!). «Il calcio è il primo tema di conversazione nel mondo. E ha una cosa particolare: che a volte vince anche chi prima della partita è sfavorito o peggiore. Questo fa sì che si radichi in modo molto forte nei settori più popolari della società». Cioè i meno abbienti vedono nel calcio un tentativo di riscatto sociale. … Memorie di un personaggio unico: «Ero vissuto in Messico e lì ho conosciuto un basco che era stato esiliato. L’esilio ti allontana dai tuoi luoghi ed è molto doloroso, insomma lui era uno specialista nella sofferenza. Gli chiesi “cos’è la cosa più importante per un uomo?”. “Essere amato senza condizioni”, mi disse. Ecco, il tifoso è così: ti ama in cambio di nulla. C’è una frase che ho letto a Siviglia e ho avuto all’inizio difficoltà a capire: ti amo anche se vinci. Cioè il rifiuto alla ricompensa (la vittoria) per aumentare il significato del legame affettivo. Cioè non importa nemmeno la vittoria, ti amo in cambio di nulla». | Iacopo Iandiorio, Extra Time, la Gazzetta dello sport, 17 maggio 2017
“ È giusto che il più bravo sia pagato di più. Ma se è il più forte, non deve avere più privilegi, casomai maggiori responsabilità. L’unico modo per gestire le gerarchie, anche se può sembrarvi una favola della buonanotte per i bambini, è la bontà. Il perdono è più efficace del castigo. La gioia dà più risultati della colpa. Ma nel calcio di vertice esiste solo un messaggio: ti amo se vinci. E il messaggio dilaga. Fino ai tifosi, che cadono nella trappola. I media cambiano radicalmente giudizi in caso di vittoria o di sconfitta
Modelli ed eredi
«Il mio modello è stato Van Gaal. Il film che mi è piaciuto di più, e sono un divoratore di cinema, è stato Il Padrino. Allenatori? Mi piace Nagelsmann, Sampaoli è migliore di me, nella flessibilità cioè nel non innamorarsi delle proprie idee, anche se un po’ devi, per convincere gli altri». | Iacopo Iandiorio, Extra Time, la Gazzetta dello sport, 17 maggio 2017
Lettere a Marcelo Bielsa
Caro Bielsa, le sarei molto grata se rispondesse a questa strana lettera, che contiene molte cose, forse troppe, rispetto al poco tempo a sua disposizione. Leggo con grande interesse la sua deliziosa prosa, apprezzo la sua sincerità e i suoi rimandi, per questo mi sono abbonata a l’Équipe dopo una cena all’ambasciata francese in India, dove tutti non facevano altro che parlare di Lei. Ed era una strana situazione perché i francesi parlano solo di sé e del loro paese o del loro paese in funzione di sé. Capirà il mio stupore. Per questo la faccio breve e appellandomi alla sua competenza e, seguendo la formula della rubrica, le scrivo le mie dieci domande: 1) Quando ha cominciato a ritagliare articoli di giornale? E anche oggi che la carta va svanendo, continua a farlo? 2) Lei quindi crede nel giornalismo? E se sì, perché non rilascia interviste? 3) Come ha fatto a sfuggire alle interviste di Gianni Minà? … 6) Mi direbbe le sue paure maggiori, se ne ha?
Sonia Gandhi
Madame Sonia, mai avrei pensato che questa pagina potesse interessare a una donna del suo rango, della sua storia e della sua classe. Mi perdoni la sfrontatezza, ma quando devo mostrare il massimo esempio estetico a un calciatore per fargli capire l’eleganza portata con scioltezza, proietto le sue foto in sari. Mi piace la sua curiosità, per questo cercherò di rispondere in modo esauriente alle sue domande …
6) Superati i sessant’anni la morte non è più astrazione, non che io sia mai stato uno di quelli che pensava che tutto durasse per sempre, le partite insegnano proprio il contrario: che tutto ha una fine. Però mi pareva che la morte fosse un evento remoto, insomma, come se ci fossero una infinità di partite da cominciare e finire. Ecco, la paura è cominciata quando ho capito che la vita è un numero limitato di partite da giocare. | Marco Ciriello. Il catenaccio mi sta antipatico * (Magic Press, 2017)
* Il catenaccio mi sta antipatico finge che Marcelo Bielsa sia titolare di una rubrica di posta su l’Équipe e ne raccoglie le risposte. Gli scrivono – tra gli altri – Cantona, Sepúlveda, Depardieu.
Genio o impostore
Più che un nome è un marchio, un modello registrato. Genio per alcuni, impostore per altri, la sola evocazione del nome Bielsa genera passioni, un tempo a Marsiglia, oggi a Leeds. «Il pro-Bielsa gli perdona ogni errore, l’anti-Bielsa si concentra solo su quelli. Con lui, siamo sempre immersi in un dibattito nel quale l’analisi non ha spazio», lamenta Martin Mazur, giornalista argentino del defunto El Gráfico, eccellente conoscitore del suo connazionale. «Bielsa è un accademico, uno che riflette sul gioco del calcio», dice Mazur. In quanto tale, sarebbe stato molto più apprezzato e rispettato se si fosse seduto in uno studio televisivo per condividere la sua scienza del calcio o pubblicare le sue analisi su giornali come fa Jorge Valdano. Ma Bielsa è un intellettuale che ha deciso di mettere i piedi nel fango e nel prato. Si è messo in gioco per essere giudicato in base ai risultati ed è tanto più vulnerabile perché è isolato. Forse è anche necessario vedere in coloro che lo accusano di impostura una forma di sfiducia sociale, un disprezzo di casta verso un uomo che viene da una prestigiosa famiglia borghese di Rosario (suo fratello era Ministro degli Affari Esteri, sua sorella vice-governatrice della provincia di Santa Fe), un calciatore mediocre che si è intrufolato in un ambiente con il quale non aveva nulla a che fare, per tenere le sue lezioni. Nessuno dubita della sua conoscenza del gioco anche se i suoi avversari ritengono che sia nella migliore delle ipotesi un teorico, nel peggiore dei casi uno scienziato pazzo isolato nel suo laboratorio per praticare i suoi esperimenti, senza preoccuparsi delle conseguenze economiche per i suoi datori di lavoro. | Patrick Sowden, France Football, 25 febbraio
“ È un po’ come la politica della terra bruciata. È un personaggio straordinario, imprevedibile, eccezionale nel suo genere, ma al quale non dobbiamo affidare le chiavi Jean-Michel Vandamme, ex direttore generale del Lille
I contratti di Bielsa
Tutto è messo a punto e pianificato con lui, non accetta sorprese. Non è un semplice contratto di lavoro che firma – quando lo firma – , ma un contratto operativo generale, dozzine di pagine in cui tutto è registrato nero su bianco, una valutazione delle settimane che dovranno trascorrere per identificare i suoi bisogni e le condizioni della sua presentazione. La Lazio, dove ha sbattuto la porta prima ancora che la stagione iniziasse, l’ha imparato bene. Lo stesso vale per il Marsiglia che la sera del primo giorno della sua seconda stagione lo ha visto andar via perché Margarita Louis-Dreyfus voleva cambiare qualcosa. Ingestibile, Bielsa? No, se si rispetta il contratto; sì, perché si libera da ogni responsabilità, senza preoccuparsi delle conseguenze, quando crede di essere ingannato. | Patrick Sowden, France Football, 25 febbraio
“ Gli ho fatto vedere la città, abbiamo sempre parlato di calcio. Ad un certo punto, ha tirato fuori un file e all’interno c’erano informazioni su tutti i dipendenti del club, i giocatori, il personale tecnico, amministrativo. Mi faceva domande. Prima di arrivare a Leeds, aveva visto tutte le partite della stagione precedente. Tutte. Ha dato la sensazione di conoscere la squadra meglio di noi Angus Kinnear, direttore generale del club
La sua narrazione
L’argentino è consapevole del potere del suo marchio, conosce la sua influenza, sa che occupa un posto speciale in questo ambito del calcio che detesta, ma i cui codici usa per raggiungere i suoi obiettivi. … Una forma di messa in scena. La ghiacciaia, la tuta da ginnastica, lo sguardo verso il basso, le uscite sconvolgenti e inaspettate diventano accessori del ruolo che occupa. Il suo record è scarso? Tra vent’anni, la memoria collettiva potrebbe ricordare i brividi di San Mames, del Velodrome e di Elland Road più delle righe del curriculum vitae di Mourinho. | Patrick Sowden, France Football, 25 febbraio
Ai confini della poesia
El Loco, il Matto: questo è il soprannome di Marcelo Bielsa, che Guardiola giudica il miglior allenatore del mondo. Nato nel 1955 a Rosario, come Che Guevara, Menotti e Messi, ha lanciato Sensini, Balbo, Batistuta.
Il Newell’s Old Boys gli ha intitolato lo stadio. Tata Martino, Almeyda, Gallardo, Pochettino, Sampaoli si riconoscono suoi allievi. Un suo fratello è stato torturato sotto il regime di Videla, poi è diventato ministro degli Esteri nel governo Kirchner. Ha un po’ del fanatico (i giocatori si pesano prima di ogni allenamento) e un po’ del visionario. Non rilascia interviste individuali da almeno vent’anni, in compenso non si sottrae alle domande, anche le più pungenti, in conferenza stampa. Non segue le partite seduto in panchina ma su una cassa, una ghiacciaia, quel che capita. Nel 2015 fu premiato dalla Federcalcio a Coverciano e arrivò in auto da Marsiglia. E, fiero del riconoscimento, convocò moglie e madre, che arrivarono in aereo (a sue spese). Preparò una relazione di 50 cartelle, corredata da diapositive, salutata da un’ovazione dei tecnici italiani, Antonio Conte in prima fila. Dice di aver analizzato 50mila partite. Dice che in tutto i moduli di gioco sono 28. Gioca con un 4-3-3 che può diventare 3-3-3-1 come 3-3-1-3. Ma questo, detto tra noi, conta fino a un certo punto.
A Marsiglia si dimise dopo la prima di campionato, persa in casa col Caen. A Lilla lo licenziò la società perché, senza permesso, era volato in Argentina a dare l’ultimo saluto a un amico, malato terminale. Con la Lazio aveva firmato un contratto, ma si era poi tirato indietro. Lo voleva Zanetti all’Inter, ma nessuno gli ha dato retta. Qualche sua frase: «Voglio un calcio più aggressivo e meno paziente. Per due motivi: sono ansioso di natura e sono argentino». «La gioia della vittoria dura 5′. Eccitazione, felicità, ma solo 5′. Poi c’è un grandissimo vuoto e una solitudine indescrivibile». «C’è la sconfitta che serve e la vittoria che non serve».
Quest’anno allenava a Leeds, in B. Con l’Aston Villa segna l’1-0 con un avversario a terra. Mancano 13′ alla fine. Impone ai suoi, riluttanti, di far pareggiare l’Aston Villa. Finisce 1-1, avesse vinto sarebbe stato ancora teoricamente in corsa per la promozione diretta (pur con una distanza incolmabile da recuperare in differenza reti), ma ha voluto fare il signore e così deve passare dai playoff. Vince 1-0 sul campo del Derby County ma perde 2-4 il ritorno in casa. Fino all’85’ si stava sul 2-2. Resta in B, per giunta sfottuto dai giocatori (3) del Derby che portano le mani agli occhi nel gesto del cannocchiale: il loro allenatore, Lampard, aveva accusato Bielsa di aver inviato uno spione a studiare i suoi allenamenti.
Inchiesta aperta dalla Federazione. E Bielsa: «Voglio facilitare il lavoro d’investigazione, è tutto vero. Ho fatto così da ct di Argentina e Cile, l’ho fatto da quando sono in Inghilterra. Non è illegale, non è vietato». Paradossale: il miglior allenatore del mondo, secondo Guardiola, ci tiene a sapere cos’abbia in mente Lampard, un pivello in panchina, e poi ha l’onestà di ammetterlo pubblicamente. … Saranno tanti a chiamarlo il Matto. A me però certi matti piacciono (8), quando sono ai confini della poesia. | Gianni Mura, la Repubblica, 19 maggio 2019
I corsivi sono tratti dalla sua lectio al festival letterario “Encuentro”, tenutasi a Perugia il 14 maggio 2017