ADDIO A DELON, L’ATTORE CHE AMAVA I CAMPIONI
Quando Luchino Visconti stava per girare Rocco e i suoi fratelli, contattò diversi organizzatori italiani di pugilato, da Umberto Branchini a Vittorio Strumolo, a Libero Cecchi. Aveva nella sua storia cinque fratelli venuti dalla Lucania a Milano, attratti dalla fama pugilistica di Simone, e voleva nel film situazioni realistiche, voleva figure che venissero da quel mondo. Era il suo metodo. Aveva fatto lo stesso con Bellissima, con Senso, con Le Notti Bianche. Simone assassinerà una donna in un bar all’angolo tra via Galileo e via Marco Polo, a pochi passi dalla redazione della Gazzetta dello sport. Il ruolo di Simone sarebbe stato affidato a Renato Salvatori, uno dei poveri ma belli, su un ring c’era salito davvero da ragazzo.
L’altro personaggio memorabile nel film, il suo fratello minore Rocco, garzone in una stireria di Milano, era stato invece assegnato a un giovane francese dal gran futuro. Alain Delon aveva esordito al cinema solo tre anni prima, nel 1957, con il suo volto d’angelo attraversato da una profezia di dolore. A ventiquattro anni sarebbe stato allora il Rocco di Luchino Visconti, un pugile molto promettente che ben presto avrebbe scalato le classifiche per diventare lo sfidante al titolo mondiale. Nel match in cui Rocco diventa campione, sul ring batte il futuro campione dei welter, il francese Sauvier Chiocca. Visconti chiamò un arbitro vero, Schindler, e fra le comparse apparvero gli allenatori Merli e Combi, i pugili dilettanti Quirci, Suardo, il futuro campione del mondo dei superwelter Carmelo Bossi.
Molte riprese furono girate al Palazzo dello Sport, alla palestra Ignis, a Porta Romana. La figura del manager fu interpretata da Paolo Stoppa, e poco prima delle riprese, Alain Delon diede un’intervista dalla palestra parigina dove Visconti lo aveva mandato a imparare la boxe, da Jean Bretonnel. È nell’archivio di Arte. Alle telecamere di Cinépanorama, “ansimante, sudato, con le mani ancora fasciate, saltando continuamente, rispondeva da dietro le corde al giornalista François Chalais“ ricorda L’Equipe, e raccontava di aver fatto un certo numero di concessioni al regista, per entrare nel personaggio.
Ancora smarrito nell’atteggiamento, il giovane Delon rispondeva al giornalista che gli chiedeva della sua vita poco regolata, una reputazione che lo accompagnava dall’inizio della sua carriera. Dagli 8 ai 14 anni aveva frequentato sei scuole e si era sempre messo nei guai, certe volte scappando, altre volte espulso, scrivevano i giornali dell’epoca nel raccontare l’ascesa della nuova stella del cinema. Si era appassionato al ciclismo, ma mai quanto alla boxe.
«Ho questa nuova coscienza professionale. Mi sono detto che per sembrare un vero pugile – raccontò – dovevo allenarmi. Ecco perché sono qui in palestra ogni mattina, due ore, tre ore. Non bevo più, non fumo, niente di niente. Non mi considero un attore. Penso che mi ci vogliano più di 10 anni per diventarlo. Un attore significa lunghi anni di lavoro. Cerco con tutte le mie forze di non lasciarmi sopraffare e, per quanto possibile, di restare semplice. Di non farmi prendere sul serio».
Stava per nascere il mito Delon, parallelo a quello di Jean-Paul Belmondo. Nel 1998, in un’intervista incrociata tra i due mostri del cinema francese pubblicata su Le Nouvel Observateur, Alain Delon non nascose di sentirsi molto meno sportivo di Jean-Paul, che da ragazzo sognava invece di diventare come Cerdan. «Questione di natura, questione anche di gusti». A Le Parisien nel 1992 raccontò di aver portato la bici di Fausto Coppi. «Io sono cresciuto al Vel d’Hiv’ con il figlio di Trois Pattes – lo chiamavamo così perché zoppicava. Durante le Sei Giorni facevamo di tutto per essere dei portabiciclette».
Ma un gusto per lo sport, ce l’aveva eccome. “Lo sport – è la sintesi definitiva de L’Equipe – occupava un posto marginale ed essenziale allo stesso tempo“, e questo fin dalla sua infanzia non infelice ma triste, lui che fuggì dalla famiglia a 17 anni arruolandosi come marinaio in Indocina“.
Quella passione non lo avrebbe mai abbandonato. Fu tesserato per il club ciclistico US Métro, alla Croix de Berny. Si fece vedere sulle strade del Tour de France 1987 e corse al capezzale del Tour 1999 al Puy du Fou, un anno dopo l’affare Festina. «Credo che la mia presenza qui sia una buona cosa in un momento in cui il Tour sta attraversando un periodo difficile», disse.
La bici, sempre. Su Le Nouvel Observateur ha detto: «Non mi ci vedo a comprare un teatro, potrei farlo, ma non è il mio genere. Se ci fosse ancora il Vel d’Hiv, forse lo comprerei e ci farei girare le bici come una volta». I velodromi non hanno segnato solo l’infanzia di Delon, ma lo hanno accompagnato anche nella sua carriera cinematografica. Il Vigorelli appare anche in Rocco e i suoi fratelli. Nel 1976 è in Monsieur Klein, di Joseph Losey: una commovente rievocazione del Vel d’Hiv. Delon produsse il film, un fallimento commerciale prima di diventare un classico. Fu girato sulla pista del Bois de Vincennes. «una ricostruzione meravigliosa, ne sono stato sopraffatto», disse.
Tredici anni dopo Rocco, Alain Delon nella boxe assunse un ruolo da promoter. Nel settembre del 1973 si fece carico di tutte le spese necessarie a Jean-Claude Bouttier per battersi contro Carlos Monzón per il titolo mondiale dei pesi medi. Delon allestì una palestra nella sua villa di Douchy dove viveva con Mireille Darc, dove è morto stamattina. La aprì al pugile. «Delon ha iniziato come me, come commesso di macelleria, questo ci unisce», avrebbe detto il pugile. Nel 2015, l’ex giornalista di L’Équipe Jean-François Renault raccontò nei dettagli la sua visita a Douchy, non del tutto gradita. La star criticò il giornale per aver pubblicato un estratto di una mappa Michelin che indicava il punto del suo immobile. Ogni giorno al cancello c’era un mucchio di curiosi.
Tentò di allestire una scuderia di galoppo nel 1972, senza successo, diventò socio dell’uomo che regnava sul trotto francese, Pierre-Désiré Allaire, addestratore, allevatore, proprietario, driver. Delon sognava di vincere in un modo o nell’altro il Grand Prix d’Amérique, nel 1975 acquisì da Allaire Fakir du Vivier. Ma dopo due anni lo vendette. Allaire sarebbe stato condannato nel 1983 per aver truccato il premio Londonderry 1977. Delon se ne andò e disse: «Mi sento a mio agio tra gli squali. Ho visto quest’aspetto nel mondo dello sport»
Il Delon promoter di boxe non durò un solo match. Organizzò pure il successivo match di Monzon, il 9 febbraio 1974, contro il messicano José Napoles. Allestì un tendone sul piazzale della Défense.
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Venticinque anni dopo Rocco e i suoi fratelli, avrebbe rimesso i guantoni in Parole de flic, di José Pinheiro, anno 1985, accanto al campione francese dei pesi medi Stéphane Ferrara. All’età di 60 anni, di nuovo sul ring in Le Jour et la nuit di Bernard-Henri Lévy, un terribile flop al botteghino, mentre il suo più grande successo commerciale sarebbe stato Asterix alle Olimpiadi, accanto a Zinédine Zidane e Michael Schumacher, Amélie Mauresmo e Tony Parker. Aveva il ruolo di Giulio Cesare.
Monzon rimase molto legato a Delon. «Quando questa storia sarà finita – disse nei giorni del carcere a Batan per uxoricidio – me ne andrò dall’Argentina ingrata e irriconoscente e mi stabilirò in Francia». Sviluppò una specie di ossessione per Delon. A Le Figaro Magazine disse: «In Francia ho molti buoni amici, fra cui Alain Delon, loro non si dimenticheranno di me come stanno facendo gli argentini. Alain verrà qui con un milione di dollari e mi tirerà fuori dal carcere».
In una intervista di cinque anni fa con Flavio Vanetti del Corriere della sera, l’ex motociclista Giacomo Agostini ha raccontato di una cena a Parigi con Delon e Monzon. «Eravamo al Teatro Dassault a Champs-Élysées. Alain era con una splendida amica, ma a sorpresa arrivò Mireille Darc, compagna dell’attore. Così mi chiese di fingermi il fidanzato della ragazza. Non aspettavo altro… Serata fantastica. Con l’amante di Delon».
Scrive l’Equipe nel salutarlo definitivamente che nel 1975, appena 40enne, Alain Delon rivelò forse alla televisione svizzera il segreto della sua vita: «Sono uno che brucia le passioni, che le brucia e che le butta via per guadagnarne altre. È un bisogno di vivere. Per non perdere tempo. E poiché mi è chiaro che ogni giorno mi avvicina all’esito finale, non voglio perdere un secondo del mio tempo».