Che olimpica malinconia: gli americani innamorati di Parigi più di Woody Allen

Le Olimpiadi hanno salvato l’estate? Decisamente sì. Lo scrive il giornale più diffuso in America, il foglio del capitalismo mondiale. Jason Gay sul Wall Street Journal considera che i Giochi di Parigi sono arrivati ​​in un momento turbolento, e i numeri non mentono: il pubblico si è innamorato. Tom Cruise e Los Angeles hanno un duro compito da seguire”. 

È solo l’ultimo degli interventi che si cono accumulati in questi giorni sulla stampa statunitense. A un certo punto di Midnight in Paris, Kathy Bates dice che il compito di un artista non è soccombere dinanzi alla disperazione, ma trovare un antidoto per la futilità dell’esistenza. Tredici anni fa, Woody Allen la cercò nella bellezza della capitale francese, il centro universale della rappresentazione dell’amore. Al personaggio di Hemingway nel film faceva dire: «Io penso che l’amore vero, autentico, crei una tregua dalla morte». Bisognerebbe avere 10 minuti di tempo per fermarsi a ragionarci senza questo anti-sentimento italiano verso i francesi: questo forse sono stati i Giochi di Paris, una tregua spirituale dalla morte. 

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“La noia non ha mai avuto una possibilità” scrive il Wall Street Journal in una sintesi splendida , vedendo bellezza in un’edizione nella quale noi abbiamo visto soprattutto la politica, non nel suo meraviglioso significato reale di arte del governo di una società, la capacità di prendere delle decisioni per il bene collettivo; abbiamo visto la politica degli schieramenti e dei pensieri tossici, della campagna elettorale permanente, vergogna, vergognati tu, ciaone, rosiconi, questa roba qua, il Pd si divide, la destra si spacca.  Invece diamine, dicono gli americani, c’è stata bellezza, anche se “per esser chiari: le Olimpiadi restano un evento caotico e gonfio, storicamente rovinato da stravaganza e corruzione”, 

Alla fine, dice il Wall Street Journal, la storia dei Giochi è scritta da chi gareggia. “Puoi abbellire una quindicina di giorni olimpici con camei come Celine Dion e Snoop Dogg, ma nessuna stella è più luminosa dell’atleta che coglie l’attimo, specialmente uno che ha faticato nell’oscurità e nell’austerità. È bello che Steph Curry abbia vinto l’oro, ma è difficile battere la storia potente di uno sfavorito come Hocker che arriva primo nei 1.500, infilandosi all’interno per battere tutti i migliori. O Faulkner, la ciclista dell’Alaska che solo pochi anni fa non sapeva neppure come si agganciano i piedi ai pedali di una bici. Ci sono tonnellate di atleti così, troppi per contarli. Alcuni di questi sembrano lontani un secolo. Lo spirito olimpico può essere banale ma irresistibile: basti pensare alla scena avvenuta durante una partita di beach volley, quando in campo canadesi e brasiliani litigavano e il DJ dello stadio ha iniziato a suonare Imagine di John Lennon, allentando la tensione e alleggerendo l’atmosfera”.

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E sarà dura per Los Angeles far dimenticare Parigi, dice il Wall Street Journal, come già ieri diceva il Washington Post. “L’anteprima con uno Snoop sulla spiaggia e i Red Hot Chili Peppers è stata una roba da incubi: pacchiana, da spettacolo sopra le righe. In altre parole: molto Los Angeles. Una città egoista, fatta di sole, polvere di stelle e sequel di supereroi, che risultati può dare? Dopo due settimane di navigazione senza intoppi nella metropolitana di Parigi, ho già l’ansia pre-2028 per il traffico in autostrada e il parcheggio con servizio di ritiro e riconsegna auto.  Sospetto che alla fine Los Angeles troverà un modo. Parigi ha lasciato un modello orgoglioso. I suoi Giochi Olimpici saranno stati imperfetti, ma saranno molto difficili da battere”.

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▥   LOS ANGELES E NOI  Domani: “È in Europa che le Olimpiadi ci lasciano a bocca aperta”   ➔  Aligi Pontani ha scritto: “Non è un caso, e non può esserlo, che le ultime edizioni dei Giochi davvero indimenticabili, senza fare classifiche, siano state europee: la Barcellona del ’92, che riportò l’allegria dei giovani al potere, la Atene del 2004, uno struggente ritorno a casa, la Londra del 2012, colonna sonora dell’olimpismo, la Parigi di ieri, dove la grandeur è stata solo quella dei ragazzi che l’hanno onorata. … Certo che sarà giusto e bello alternare la nostra bellezza a quella degli altri. Ma oggi, adesso, dopo questa sbornia da occhi lucidi, viene da pensare e da dire: non è un caso che i Giochi siano nati qui, e non è un caso che qui ci facciano sempre restare a bocca aperta, sempre, come davanti a un piccolo, grande, immenso miracolo”

▥   CHE BELLO ESSERE STATI A PARIGI   La Stampa: “L’estate formidabile di Parigi e il miracolo della tregua olimpica” – La Francia, mai così divisa e rabbiosa, si è trasformata magicamente in un Paese unito Dopo la lunga attesa tra le difficoltà di una città-cantiere l’orgoglio improvviso di un popolo ➔  Andrea Marcolongo ha scritto: “Anch’io, come tutti i parigini, ho iniziato a sbuffare a febbraio, sono stata sull’orlo di una crisi di nervi a giugno, sono partita in vacanza a luglio disertando con superiorità le Olimpiadi che hanno trasformato il quartiere in cui vivo in un campo minato e sono stata colta da un inconsolabile rimpianto il 26 luglio quando, da una televisione di fronte al mare di Corfù, ho seguito la cerimonia d’inaugurazione dei JO. E l’altra sera, davanti alla cerimonia di chiusura, ho provato il pascoliano dolore della festa che finisce troppo presto e senza di me.

Nel mio caso deve essere senz’altro l’effetto della Nemesi greca, che giustamente ha punito con il rimorso la mia mancanza di fede per quelle che sono state, almeno secondo me, le Olimpiadi più contemporanee e insieme più classiche di sempre (domenica mi sono commossa vedendo il pianista Alain Roche, sospeso in verticale nello Stade de France, suonare l’inno omerico ad Apollo, un tributo filellenico che non avrei potuto immaginare nemmeno nei miei sogni migliori). Non sono l’unica, anzi, pare che sia quasi una sindrome, come ho letto nel Figaro qualche giorno fa, quella dei parigini che a metà luglio ostentavano con snobismo la prenotazione delle vacanze e che alla fine dello stesso mese si sono resi conto di essersi persi uno spettacolo magnifico che non tornerà mai più”.

▥   LOS ANGELES E I TRASPORTI   Washington Post: “Non si può prendere in prestito la Torre Eiffel, ma le Olimpiadi di Los Angeles 2028 possono imparare da Parigi.  ➔  Rick Noack ha scritto: “Los Angeles può già vantare il merito di una qualità rara: ha ospitato i Giochi nel 1984. Da allora i budget sono aumentati vertiginosamente. Ma gli organizzatori affermano di poter fare l’Olimpiade 2028 con una previsione di spesa di 6,88 miliardi di dollari, rispetto ai 9,7 miliardi stimati per le Olimpiadi di Parigi, evitando la costruzione di spazi temporanei e utilizzando la mini-metropoli di UCLA come Villaggio degli atleti. Los Angeles conta di lavorare a un’estensione della metropolitana per collegare il centro e il campus UCLA a partire dal 2027. Un’opera che ridurrebbe un viaggio di due ore a mezz’ora di treno e renderebbe il piano del Villaggio Olimpico più fattibile. Ma la città sarà ben lontana dal raggiungere l’ambizioso piano iniziale di 28 grandi progetti infrastrutturali di trasporto per il 2028. Ci sono dei dubbi anche sulla promessa di LA di non usare le auto. Con solo quattro anni di tempo residuo, potrebbero essere necessari piccoli aggiornamenti e soluzioni temporanee ai programmi di partenza. Gli organizzatori potrebbero chiedere alle aziende di far lavorare in quel periodo i dipendenti da remoto. Inoltre c’è in ballo l’ipotesi di prendere in prestito una grande flotta di autobus, copiando ciò che Salt Lake City ha fatto nel 2002 per le Olimpiadi invernali”.

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