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QUASI UNA NEWSLETTER |
MERCOLEDI 7 AGOSTO 2024
GIORNO #12 DELLE OLIMPIADI
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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IN CIMA AI PENSIERI
L’allungo USA nel medagliere
La giornata-12 delle Olimpiadi comincia con gli USA in vantaggio di due ori sulla Cina [24 a 22] e con un margine più netto in termini di medaglie complessive [86 a 59]. La Francia ha ceduto all’Australia il terzo posto [13 ori contro 14], un’Australia che continua a essere trainata dalle donne [12 ori su 14]. Olanda e Germania si sono portate a un solo oro di distanza dall’ottavo posto dell’Italia [8 a 9] , l’Africa è l’unico continente senza nazioni con almeno due ori.
| CARNET Gli highlights prima degli highlights
Oggi si assegnano 23 medaglie d’oro, a partire dalla nuova maratona di marcia a staffetta mista, la gara che ha rimpiazzato la 50km. Le finali dell’atletica sono sei, e nell’asta femminile Katie Moon tenterà di difendere il titolo come è riuscita a fare solo Yelena Isinbayeva. I 400 metri sono aperti a tutto dopo l’eliminazione del campione olimpico in carica Steven Gardiner. Nel lancio del disco maschile, il detentore del record mondiale Mykolas Alekna sfida il campione olimpico e mondiale in carica Daniel Stahl. Sulle siepi Soufiane El Bakkali del Marocco contro l’etiope Lamecha Girma. Se il primo si ripete, accade una cosa che sulle riviere non si vede dal 1936. Se invece vincesse Girma, sarebbe il primo etiope della storia in questa disciplina, quasi incredibile a dirsi.
A proposito di statistiche ce n’è una incredibile per l’inseguimento a squadre nel ciclismo su pista: nelle ultime 6 Olimpiadi è sempre caduto il primato mondiale. Il treno di Ganna per noi [questa è nuova, la regalo per un titolo] corre per il bronzo.
IL RUGGITO DI MAMELI
Dopo Stano e Palmisano, noi siam pronti alla morte con Caterina banti e Ruggero Tita, ai quali basta il settimo posto per rivincere l’oro tre anni dopo. Sempre nella vela, nell’ILCA 6, Chiara Benini Floriani alla regata per le medaglie, e Lorenzo Brando Chiavarini nell’ILCA7. Sergio Massidda solleva pesi, Il quartetto su pista [Elisa Balsamo, Chiara Consonni, Martina Fidanza, Vittoria Guazzini e Letizia Paternoster] pigia pedali, le nuotatrici dell’artistico vanno in acqua, e oggi è pure il giorno di Vito Dell’Aquila e Ilenia Elisabetta Matonti nel taekwondo.
CADUTE
La fragorosa sconfitta di Jakob Ingebrigtsen nei 1.500
La formula scelta da Michael Rosenberg per parlare su Sports Illustrated di Jakob Ingebrigtsen è meravigliosa: “Se la fiducia fosse biscotti, Ingebrigtsen peserebbe tremila libbre”. Non si possono correre i 1.500 senza un piano, ma è ancora più vero che non si possono correre i 1.500 metri con un piano folle. Il piano folle si riconosce all’arrivo. Se non hai vinto, non andava bene. Se sei primo, era geniale. Il paino di Ingebrigtsen stamattina è folle. In effetti, come fa notare Sports Illustrated, basta poco nei 1.500 per rovinare una gara. Ingebrigtsen era partito a un ritmo da record mondiale, e il record mondiale ha 26 anni. Josh Kerr, britannico, qualcosa in più di un rivale, non è rimasto turbato. Kerr ha vinto i 1.500 agli ultimi due Mondiali e pensa che Ingebrigtsen si consideri migliore di quanto realmente sia. Non è che lo pensa e basta. Lo pensa e glielo ha detto. “I due – dice Sports Illustrated – giocano una partita di tennis verbale da anni, con il norvegese al servizio e il britannico alla risposta. Dopo una sconfitta, il simpatico Ingebrigtsen disse che lui, Kerr, lo può battere bendato. Kerr al Guardian rispose: «Avrò sempre rispetto per le sue prestazioni. Voglio solo sottolineare che ha dei difetti e non credo che se ne accorga».
Ieri sera per esempio, Ingebrigtsen bendato non era. Non ha vinto, non ha battuto Kerr, e neppure Kerr ha battuto tutti. Dal caos di una gara sorprendente e meravigliosa è sbucato un americano, Cole Hocker, al quarto posto quando la campana dell’ultimo giro si è fatta sentire. Ha preso la corsia interna e sul rettilineo ha passato tutti. Yared Nuguse, altro americano, ha tolto al norvegese che sta nel cuore di tutti anche il bronzo. Era dal 1912 che gli USA non vincevano due medaglie nei 1.500.
Hocker ha detto che «mi sentivo trasportato da Dio. Il mio corpo ha fatto tutto per me». Ingebrigtsen ha ammesso di aver sbagliato i calcoli. Cheriyuot c’è cascato. Ha speso così tanta energia per tenere il suo passo, da scivolare fino all’11esimo posto. Kerr ha detto che il suo argento è agrodolce. Ha battuto il record britannico, come alle sue spalle l’olandese Niels Laros e il nostro Pietro Arese. Cioè. Non è che pure loro due hanno battuto il record britannico, come potrebbero, ma ci siamo capiti.
Hocker è di Indianapolis. Suo padre Kyle una volta ha partecipato a una 50 miglia, no, non in macchina, Indianapolis lo fa, ti fa venire voglia. Ma Kylie 50 miglia le ha fatte di corsa. Cole si raccoglie in preghiera prima di ogni gara, come accade in quei magnifici racconti, quelle magnifiche biografie di mezzofondisti che arrivano tipo dai Giochi di Stoccolma 1912 o giù di lì. Hocker ha studiato alla University of Oregon di Eugene, ma dopo un anno ha rinunciato per passare professionista. La sua carriera sportiva è iniziata in terza elementare alla Horizon Christian School di Indianapolis, dove si è unito alla squadra di corsa campestre e ha detto a suo padre che un giorno sarebbe diventato campione olimpico. Suo padre lo ha guardato e ha pensato seh, ma si è messo ad allenarlo, non per ossessione o cosa, ma perché insegnava educazione fisica alla scuola. Ecco, tutto è cominciato così. Ma Ingebrigtsen può battere tutti bendato e – come si dice – non l’ha visto arrivare.
Così, il Wall Street Journal si prende una gigantesca pizzicata scrivendo con Laine Higgins che “mesi e mesi di millanterie e spacconate avevano preparato questo 1.500 come un match dei pesi massimi. In un angolo il bel ragazzo norvegese dalla famiglia reale in atletica, dall’altra uno scozzese spavaldo, la cui bocca potrebbe essere l’unica cosa che corre più veloce dei suoi piedi. Quel che non avevano messo in conto era l’arrivo di un uomo americano col codino”
L’eliminazione delle calciatrici mondiali della Spagna
Tra il buffalo e la locomotiva, stavolta ha vinto il buffalo. Ha vinto il Brasile dell’eterna Marta, che va a giocarsi contro le USA il titolo olimpico del calcio al posto della Spagna campione del mondo. Pablo Parra su Marca parla di debacle che deve aprire un periodo di riflessione “attorno a una squadra che nell’ultimo anno aveva vinto tutto, ma che ancora una volta vede il cittì sotto i riflettori”. Stavolta non è Jorge Vilda, l’uomo che stava in panchina quando Luis Rubiales baciò Jeninifer Hermoso eccetera eccetera. La cittì è diventata Montse Tomé e “non ha offerto una sola risposta dalla panchina, in una delle peggiori prestazioni che si ricordino. Non credo che la sconfitta contro il Brasile sia solo colpa sua. La realtà è che la Spagna è arrivata all’evento olimpico allo sbando. Prosciugata. Non c’era una sola briciola di energia nello zaino. Il fatto che la Liga sia finita così tardi ha privato questo gruppo della possibilità di esprimere tutto il suo potenziale. Questo spiega gran parte quanto è successo. Non è necessario difendere l’indifendibile. È impossibile. La sconfitta contro il Brasile è una sconfitta delle calciatrici. In percentuale più alta rispetto alla panchina. Solo Alexia si è salvata dalla debacle generale. C’è una frase che si sente già ripetere: con Vilda non sarebbe successo. Eh, con Vilda il Giappone ce ne ha fatti quattro. Così come non è giusto mettere sotto i riflettori Montse Tomé, non è necessario riaprire un cassetto che va chiuso il prima possibile”.
ARTEFICI
L’eleganza di Gabrielle Thomas, in arte Gabby
Gabby Thomas dice di non ricordare niente. In genere il suo allenatore le consiglia di partire forte e concludere in bellezza, a naso pare un suggerimento che saremmo in grado di dare un po’ tutti anche senza il patentino. Quando a Vujadin Boskov consigliavano di comprare Gabriel Batistuta come centravanti per la sua squadra, lui rispondeva: – Ecco, bravo. Parti forte e chiudi in bellezza. Ecco, bravo. Però davvero Gabby Thomas ha fatto così. Con la sua eleganza, la sua leggerezza, la rotondità di una corsa che una sera ha fatto innamorare il marito di Serena Williams, al punto da spingerlo a mettere in piedi un circuito di gare, pur di vedere Gabby Thomas, Gabby Thomas e Gabby Thomas in più meeting possibili. Julien Alfred di Saint Lucia non è mai davvero stata in corsa per bissare l’oro. Sports Illustrated racconta che “per mesi, Gabby Thomas ha immaginato questa gara, dallo spettacolo di luci pre-evento allo Stade de France ai 10 burpees che fa per riscaldarsi nella camera di chiamata, fino alla sua partenza potente e al suo finale devastante. Lo fa in ogni gara e finisce sempre con le sue braccia sollevate in aria, a celebrare un’altra vittoria. Ma non questa volta. «Non sono riuscita a vedere il momento in cui ho tagliato il traguardo. La mia mente si è svuotata».
Rick Maese sul Washington Post ha scritto che Thomas “non è una debuttante né un volto nuovo, ma la sua vittoria a Parigi la lancia in una nuova stratosfera”. Svolgimento: “Così nasce una stella: con un’esplosione. Primi passi pieni di potenza e ogni falcata che trasudava grazia. È successo in fretta — senza battere ciglio — e al momento giusto quella stella ha iniziato a brillare, abbastanza luminosa da far brillare un intero stadio e far svenire una città. Sì, Parigi è la Città delle Luci, ma nessuna ha brillato più di Gabby Thomas”, eccetera eccetera.
Thomas si allena ad Austin, Texas, con Tonja Buford-Bailey, ostacolista, tre volte ai Giochi, bronzo alle Olimpiadi 1996.
L’americana più dominante non è Katie Ledecky
Dopo aver conquistato nove medaglie ai Giochi di Tokyo, le aspettative della lotta libera americana sono alte, altissime. Amit Elor è stata la prima a scendere sul tappeto e stamattina è la più giovane vincitrice di un oro in questo sport per gli USA. Ha battuto in finale la kirghisa Meerim Zhumanazarov. Nei quattro match del suo torneo, ha superato ai punti le avversarie con un complessivo 31-2, “soffocando la testa di un’avversaria sul pavimento – racconta un cruento Washington Post – e lasciandone un’altra in lacrime”. Se poi si allarga lo sguardo oltre Parigi, dall’ultima sconfitta subita da Elor nel 2019, sono arrivati otto titoli mondiali tra categoria jr e adulte, ha vinto 41 incontri su 41 nelle competizioni internazionali e ha superato le avversarie con un punteggio complessivo di 353-8. Racconta il Washington Post: “L’atleta donna più dominante in America non è quella che vince le gare di stile libero con decine di secondi di scarto o quella che esegue salti mortali e avvitamenti che prendono il suo nome. Di fronte ad Amit Elor, Katie Ledecky e Simone Biles sfigurano. L’atleta donna più dominante in America è quella che si mette sotto la tua clavicola, ti gira sulla schiena e ti fa mettere in discussione le tue scelte di vita, quella che va per il mondo a frustare il sedere delle avversarie, da Belgrado a Buenos Aires. Quella che non perde mai ma in qualche modo sembra stupita ogni volta che vince”. Lo scrive Dave Sheinin, e fa venire una voglia matta di saper scrivere così.
Il ragazzo che gioca a scacchi e scala pareti
C’è un ragazzo texano di 18 anni che scala pareti più velocemente di chiunque altro al mondo, si chiama Sam Watson, ha battuto il record del mondo e si allena restando seduto. Lo dice il Wall Street Journal raccontando di come Watson trascorra sì innumerevoli ore in palestra per affinare la sua forza, la sua flessibilità, la sua potenza, tutta quella roba, ma in effetti trascorre anche “innumerevoli ore seduto immobile. È in quel momento che Watson si china su una scacchiera e si concentra sull’unica abilità che accomuna grandi maestri nerd e atleti capaci di scalare muri alti 15 metri in meno di 5 secondi. Il segreto di Watson che sfida la gravità è allenare la sua mente attraverso partite di scacchi-blitz da tre minuti. Gli serve per identificare schemi e prendere decisioni in frazioni di secondo”.
Questo, dice, è decisivo nel suo sport, dove l’avversario è un altro tipo come te con un po’ di gesso spalmato sulle mani. Ogni volta che Watson si trova di fronte a un muro, impiega un attimo per individuare la linea vincente. Alla Coppa del Mondo di arrampicata di aprile, il suo tempo di 4,80 è diventato il nuovo record mondiale. Il precedente record di 4,86 era sempre suo. Quando nelle qualificazioni gli hanno tolto il primato, Watson è andato a riprenderselo salendo in 4,75. A Parigi sta trascorrendo i suoi momenti liberi nella sala da pranzo del Villaggio in compagnia di una scacchiera e un cartello, invitando tutto il mondo in sette lingue a farsi avanti. Molti si avvicinano, siedono, muovono alfieri e cavalli. Credono che si stia giocando per divertimento, Quel che non sanno è che stanno aiutando Watson ad allenarsi per vincere la medaglia d’oro.
Watson è cresciuto a Southlake, in Texas, un posto più noto per aver prodotto reclute di football a cinque stelle che scalatori da cinque secondi. Ma da bambino aveva l’abitudine di arrampicarsi sugli scaffali della dispensa della famiglia. I suoi genitori non riuscivano a farlo smettere. Così, terrorizzati, decisero che la cosa più prudente da fare fosse insegnargli la maniera giusta di salire per andare a prendere il barattolo dei biscotti. In effetti, potevano anche mettere il barattolo più in basso, ma non ci pensarono.
Oh, comunque giocano a scacchi per migliorare le prestazioni nei loro sport anche il quarterback Joe Burrow dei Cincinnati Bengals, il tennista Carlos Alcaraz e il cestista Luka Doncic, lui con una app sul telefono.
📌 PUNESSE | “I ragazzi dell’arrampicata sportiva, e quella sprint soprattutto, rubano l’occhio e sono moderni nel senso che vanno su in quattro secondi e il filmato diventa immediatamente virale sui social. Sembrano leghisti alla vigilia delle nomine Rai” [antonio dipollina, Repubblica].
Le Nazionali USA veleggiano
Questo era l’obiettivo, era qui che Emma Hayes doveva portare l’ex squadra più forte del mondo. Ha lasciato il Chelsea dei molti trofei per restituire al calcio americano la gloria perduta, e la gloria del calcio americano appartiene alle donne. Dopo due Olimpiadi in cui il soccer europeo aveva preso per sé tre posti in finale su quattro, l’orologio è tornato alla stessa finale del 2004 e del 2008, le USA contro il Brasile dell’eterna Marta. Sono le USA del dopo Megan Rapinoe, il dopo Alex Morgan, il dopo Hope Solo. Le USA che hanno segnato ai supplementari il gol decisivo con Sophia Smith e hanno abbracciato Alyssa Naeher per una sua parata decisiva su un ultimo attacco disperato del Giappone. Sports Illustrated considera che “la nuova cittì ha fatto sì che le USA giocassero con intesa e convinzione, segnando un netto cambiamento rispetto alle prestazioni della squadra ai Mondiali dell’estate scorsa”.
The Athletic fa notare che Smith, Trinity Rodman e Mallory Swanson hanno contribuito a 10 degli 11 gol della squadra nel torneo e che “ormai è chiaro come la cittì della nazionale Emma Hayes voglia tenere in campo il più possibile la formazione titolare. La squadra ha avuto rotazioni forzate solo quando Tierna Davidson è tornata da un infortunio e la centrocampista Sam Coffey è rientrata da una squalifica per cartellino giallo”.
| FIGURINE CHI SONO Sophia Smith, 23 anni, da 4 in Nazionale. Suo padre Kenny ha giocato a basket per l’Università del Wyoming a Laramie, sua sorella Savannah sempre a basket con l’Università del Colorado settentrionale a Greeley diventando la miglior marcatrice di tutti i tempi. Il basket è stato lo sport di Sophia al liceo, la Fossil Ridge High School di Fort Collins. L’estate scorsa dovette saltare i Mondiali per una lesione al ginocchio. È apparsa sulle copertine di Sports Illustrated, Elle, Vogue, Time. Il suo fidanzato Michael Wilson gioca in NFL per gli Arizona Cardinals.
Alyssa Naeher, 36 anni, premiata in America come migliore portiera della stagione, fino a Rio era una riserva, a Tokyo si fece male in semifinale. Ama i cruciverba, andare in bicicletta, trascorrere l’estate all’aria aperta senza lasciare Chicago. Durante la carriera scolastica, è stata una straordinaria giocatrice di basket, segnando oltre 2.000 punti. Si è laureato in kinesiologia presso il Dipartimento di studi sul movimento umano della Pennsylvania State University. Nello spogliatoio la chiamano Limone. Pensava di dover saltare i Giochi perché ha maggio si è lesionato un muscolo della coscia. Ha iniziato a giocare a calcio insieme con la sorella gemella Amanda. Si allenavano insieme nel giardino di casa e giocavano nella stessa squadra da bambine. Amanda ha poi giocato al Messiah College di Mechanicsburg. Suo padre John ha gareggiato nell’atletica e giocato a basket per il King’s College di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Alyssa dice che c’è sempre stata grande vicinanze tra le portiere della Nazionale, Hope Solo, Nicole Barnhart e Ashlyn Harris hanno tutte avuto un grosso ruolo nella sua formazione.
È la settima semifinale conquistata in sette edizioni, cinque volte è diventata una finale, tre volte una medaglia d’oro. Candace Buckner sul Washington Post celebra le parate di Ashleigh Johnson. “In mezzo a tutta la turbolenza che avviene in una piscina durante una partita di pallanuoto, in mezzo agli attacchi sopra gli spruzzi e ai colpi sotto la superficie, l’acqua attorno ad Ashleigh Johnson rimane calma. Protegge la porta e dà alla squadra numero 1 al mondo la certezza che in qualsiasi scenario – un possesso, gli ultimi secondi – andrà tutto bene. Johnson para così tanti tiri che non riesce a ricordarli tutti. Nemmeno la sua ultima parata di ieri sera, una deviazione di sinistro che ha assicurato la vittoria per 5-4 sull’Ungheria. In tutto, Johnson ha parato 17 tiri; i due portieri nel precedente quarto di finale tra Italia e Olanda ne hanno fermati 15. Quando gli Stati Uniti hanno vinto la terza medaglia d’oro consecutiva a Tokyo nel 2021, Johnson ha effettuato 80 parate, più di qualsiasi altro portiere, uomo o donna, durante il torneo”.
È stata nominata due volte miglior portiere ai Mondiali e ha vinto il premio di giocatrice dell’anno per quattro volte. Otto anni fa era sui giornali come prima donna nera della squadra di pallanuoto USA, oggi Johnson sente parlare di lei come di un modello. «Crescendo – dice – ho iniziato a raccontare alle giovani che incontravo una nuova storia». C’erano sempre quei famosi pregiudizi fra i piedi, così quando le chiedevano se davvero potessero fare questo sport, se davvero potessero nuotare, o parare una palla restando a galla nell’acqua, Ashleigh dice di aver risposto «certo che sì, certo che lo possiamo fare questo sport. Ora ti spiego come proteggere i capelli, ora ti spiego come prenderti cura della pelle. Penso che certe storie siano super potenti. Ecco perché gli stereotipi si diffondono facilmente, perché vogliamo storie. La mia missione è stata raccontarne una nuova». In semifinale c’è l’Australia. È la riedizione della finale 2000.
ITALIANISMI
L’elogio dalla Spagna al modello italiano nella ginnastica
Tre anni fa tornammo da Tokyo e il quotidiano spagnolo El Pais si chiese quale fosse il segreto dello sport italiano, com’è possibile che loro sì e noi no. Un’inchiesta raccontò come funziona il sistema finanziato dai militari. Più o meno contemporaneamente L’Équipe guardava l’improvviso fiorire di tennisti fra i primi-100 al mondo e chiedeva alla federazione di seguire il modello italiano. Erano così affascinati che a fine 2022 definirono Jannik Sinner la delusione sportiva dell’anno. In assoluto. Non solo del tennis. È che si aspettavano grandi cose. Ovviamente in Italia ci siamo offesi, fraintendendo il senso. Dopo gli Europei di nuoto a Roma, ancora dalla Spagna El Mundo si domandò in quale modo l’Italia fosse diventata una potenza, scoprendo il metodo e la ricerca che avevano spostato l’attenzione dei tecnici dal mezzofondo agli sprint, dove le gare [e le medaglie] sono di più.
El Pais adesso fa lo stesso con la ginnastica, dopo l’oro di Alice D’Amato e il bronzo di Manila Esposito alla trave, scrivendo che “la ginnastica artistica femminile dell’Italia deve essere un modello per la Spagna e un riferimento per tutta l’Europa”. È buffo perché certe volte il calcio ci abbaglia, molte volte, quasi sempre. Al nostro occhio pallone-centrico, dopo gli Europei, pareva proprio che il modello migliore di sport da seguire fosse il loro.
Elisa Estapé Tous, professoressa di ginnastica artistica all’Università di Leòn, ha scritto allora su El Pais: “Il grande miglioramento dell’Italia è il risultato di una corretta programmazione iniziata forse due cicli olimpici fa. Il modello di lavoro della federazione, del direttore tecnico, dei suoi allenatori altamente qualificati e del lavoro dei club e dei centri di formazione ha funzionato. Nonostante varie sfortune come infortuni gravi (Asia d’Amato e Martina Maggio tra le altre), nonostante diversi fallimenti nella finale dei Mondiali 2023 di Anversa che hanno portato l’Italia al quinto posto. In Spagna questo sport ha bisogno di cambiamenti, di aria nuova e di un profondo processo di rinnovamento. La programmazione a medio e lungo termine, il processo di formazione e aggiornamento dei tecnici deve rappresentare un pilastro per lo sviluppo della ginnastica artistica femminile. Il modello centralizzato non è un’opzione chiara, vista l’esperienza francese con l’algerina Nemour, si tratta di un modello obsoleto, a maggior ragione se non si ottengono risultati. Inoltre, un programma tecnico deve essere sviluppato parallelamente al monitoraggio delle ginnaste e a un’adeguata formazione degli allenatori. Motivazione, clinic, scambi di tecnici e di ginnaste per allenamenti, aiuti alle società e risorse: sono le basi per creare una struttura che possa raggiungere in futuro risultati rilevanti e di altissimo livello.È abbastanza chiaro che sono necessarie una riflessione e un ripensamento della struttura. Forse l’esempio dell’Italia aiuterà in questo rinnovamento tanto atteso”.
| ATLETICA Il bronzo di Mattia Furlani
Gaia Piccardi, Corriere della sera: “Tra i giganti dell’Olimpiade, c’è un bambino italiano con una nuvoletta di pensieri indecenti e di ricci spettinati in testa. È un’anima lunga, si chiama Mattia Furlani, ha solo 19 anni ma è qui per restare. Il volo è il suo mestiere, l’aria il suo elemento, la sabbia il suo habitat“.
Emanuela Audisio, Repubblica: “Gioventù sfrontata, non bruciata. Una cavalletta. L’incredibile leggerezza dell’essere. Entra a balzi. Con quel simpatico cespuglio che ha in testa. Poi corre, corre velocissimo, lascia solo un centimetro e mezzo sull’asse di battuta. Veleggia, tre passi e mezzo, un battito di ali, un metro di vento contro, ma che importa? 8,34 al primo salto. Allarga le mani come a dire, signori è arrivato l’aliseo che gonfierà le vostre vele. Et voilà Mattia da Rieti, per tutti quelli che dicono che a quell’età si fanno stupidate e non si è maturi”
Giulia Zonca, La Stampa: “Bisogna tornare agli Anni Venti dell’altro secolo per trovare uno più giovane sul podio dell’atletica, Frigerio, nella marcia, che i 19 anni di Mattia, nel 1920, non li aveva ancora compiuti. Non ci sono paragoni possibili, altra epoca, altro mondo e altro sport, quindi Furlani è il primo, dal dopoguerra a oggi, che stritola l’età e la rende un fattore di leggerezza invece che di scarsa esperienza”.
| PALLAVOLO Le due semifinali dell’Italia
Oa Sport fa notare che l’Italia giocherà le semifinali dei tornei di pallavolo alle Olimpiadi di Parigi con entrambe le squadre per la prima volta, ma una prima volta doppiamente storica, perché soltanto gli USA ci erano riusciti, e in sette occasioni. La Nazionale femminile non era mai andata oltre i quarti di finale. Flavio Vanetti sul Corriere della sera dice: “Al diavolo i fantasmi di Tokyo. Il remake di Italia-Serbia dei quarti del volley femminile non è più l’ incubo di un 3-0 incassato, è invece una galoppata gloriosa, con lo stesso punteggio ma invertito, e con l’ascensione verso la semifinale”.
| ATLETICA Che succede all’allenatore di Jacobs
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera racconta la vicenda dell’allenatore di Jacobs, Rana Reider, al quale è stato ritirato l’accredito ai Giochi. “È di nuovo coinvolto in un episodio di molestie, come sembrerebbe dalla decisione del Comitato Olimpico canadese di revocargli l’accredito cacciandolo dal campo di allenamento dell’atletica leggera? Oppure, come spiega il suo avvocato Ryan Stevens, è stato «ingiustamente privato della possibilità di seguire i suoi atleti senza aver subito alcun processo e sulla base delle accuse di tre donne a caccia di pubblicità e risarcimenti»? da lunedì Rana Reider, non può più seguire i suoi atleti a Parigi e tra questi l’olimpionico dei 200 metri Andre De Grasse, che aveva chiesto al suo comitato olimpico, quello canadese, di accreditarlo come coach privato. Al suo ritorno in patria Reider (che negli ultimi due mesi ha fatto base a Rieti con un folto gruppo di pupilli) verrà interrogato per decidere su un eventuale rinvio a giudizio. La sanzione sportiva, indipendente da quella penale, potrebbe revocare il diritto ad allenare e non solo quello di entrare nei campi di gara. E a quel punto Jacobs e De Grasse dovrebbero trovarsi un altro coach”.
Flavio Vanetti, Corriere della sera: “Si scrive Francia-Italia ma si legge Andrea Giani vs Fefè De Giorgi. Non sappiamo che cosa provano loro due quando si trovano di fronte nei panni di c.t. rivali — è già successo un anno fa nella semifinale dell’Europeo —, ma fa strano che Fefè e Giangio siano in questa situazione. Tre Mondiali vinti insieme, un’infinità di incontri condivisi prima di finire, da allenatori, di nuovo l’uno contro l’altro. De Giorgi è il c.t. dai nervi distesi, Giani è l’espressione della correlazione biunivoca tra carisma e volley. Di nuovo rivali, ma sempre amici”.
POPOLI
L’eterna lotta di Cuba
| Il vecchio nemico yankee ha sempre avuto molti volti e le Olimpiadi sono sempre state per Cuba il posto giusto per sfidarlo. Poteva accadere su un ring con Teofilo Stevenson, su un paio di giri di pista con Alberto Juantorena, con una rete di pallavolo in mezzo a due metà del campo. Solo che i tempi cambiano, le mamme invecchiano, il mondo si incarognisce e pure i nemici in politica mutano. Se Cuba non ha smesso di pensare con inimicizia agli yankee, gli yankee non pensano più a Cuba come il posto da mettere in cima alla lista degli stati carogna.
Ancora solo tre anni fa, i Giochi di Tokyo iniziavano mentre Joe Biden portava nuove sanzioni economiche contro alcuni funzionari e alcuni enti di Cuba, in risposta alla repressione governativa delle proteste, entrate nel vivo la domenica prima l’inizio delle Olimpiadi. Erano sanzioni che volevano colpire Alvaro López Miera, capo delle forze armate, e la Brigata speciale nazionale, i Berretti neri del ministero dell’Interno, colpevoli agli occhi dell’ingombrante vicino di aver usato la violenza e aver arrestato certi manifestanti. Le fonti riferivano di almeno un morto negli scontri tra i manifestanti e la polizia. Internet era saltato.
Gianni Minà parlò di tempesta perfetta. “Un grosso focolaio di covid 19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perchè la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per “assalto al regime castrista”, false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi. Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana”
leggi anche Lo sport Cuba dopo il castrismo
Slalom 18 aprile 2021
Questa era Cuba alle soglie della sua prima Olimpiade dopo l’uscita di scena della famiglia Castro. Era la prima Cuba senza baseball ai Giochi, dopo tre ori (1992, 1996, 2004) e due argenti. Andò in Giappone con una spedizione di soli 69 atleti, la più povera da mezzo secolo. Per la prima volta sotto i 100 dai tempi dell’altra Tokyo, era il 1964 e c’era appena stata la crisi dei missili. Cuba si presentò tre anni fa anche senza la Nazionale di pallavolo maschile argento mondiale 2010, né quella femminile dei due ori mondiali (1994 e 1998) e tre ori olimpici (1992, 1996, 2000). Senza squadre. Secondo l’istituto sportivo nazionale Inder, le restrizioni ai viaggi avevano cancellato la metà dei 22 ritiri pre-olimpici previsti all’estero.
Tre anni dopo, la partecipazione di Cuba procede al ribasso. Con un nuovo calo di eccellenze sportive. I convocati sono stati 61, otto in meno, anche stavolta neppure una squadra, con 18 presenze nell’atletica, 10 nella lotta, 5 nel pugilato, e un colosso più colosso di tutti, uno che da cinque Olimpiadi torna a casa portando una medaglia d’oro nella borsa e la foto di lui che la morde. Mijain Lopez è diventato a Tokyo il primo lottatore da 4 ori di fila e dentro i confini del Paese questo significava una cosa sola, era una medaglia in più della leggenda di Teofilo Stevenson, il peso massimo che non volle mai passare professionista. Alla fine del 2019, Lopez era uscito da una pausa di tre anni. Adesso ne ha 41 e gli ori cono cinque per lui convinto che «tutto ciò che vuoi ottenere nella vita, dipende solo da ciò che sei disposto a provare».
El Terrible lo chiamano. Quando ha battuto in finale il cileno Yasmani Acosta Fernandez, è diventato diventando il primo atleta di uno sport individuale a vincere cinque ori, e prima di uscire dal tappeto si è tolto le scarpe e le ha lasciate là, il gesto simbolico che i lottatori usano fare per dire che basta, adesso basta così. Il Wall Street Journal dice che “con una lista di successi più lunga di una piscina, Michael Phelps ha la forte pretesa di essere considerato il più grande atleta nella storia olimpica. Dopotutto, le sue 23 medaglie d’oro sono più del doppio di quelle di chiunque altro. Ma a quanto pare c’è quest’altro atleta, poco conosciuto dalla maggior parte del mondo dello sport, che potrebbe avere più diritto nel rivendicare quel titolo. Pesa 140 chili e ha dedicato la sua vita a sopraffare alcuni degli uomini più forti del pianeta. Sembra più una favola che un atleta: solido come una montagna, inafferrabile come l’aria”.
La straordinaria serie di medaglie di López non è che un dettaglio della sua leggenda. Quando si è ripresentato a Parigi, López non aveva ancora mai concesso un solo punto a un avversario alle Olimpiadi. Racconteranno ai nipoti di avergliene soffiato uno l’iraniano Mirzazadeh e l’azero Shariati, battuti 3-1 e 4-1. In finale a Tokyo l’avversario scelse l’abbandono. Tra quell’Olimpiade e questa, López ha messo i piedi sul tavolo e non ha fatto niente, niente di niente, pensava di ritirarsi, non ha mai lottato, poi ha pensato vabbè, dai, andiamoci a prendere un altro oro.
“L’apparente invincibilità di López – spiega il Wall Street Journal – inizia dalle sue dimensioni. Anche per gli standard dei pesi massimi è enorme, capace di afferrare gli avversari e capovolgerli all’indietro sopra la testa o spingerli completamente fuori dal tappeto”. Il lituano Mindaugas Mizgaitis dice che è come lottare contro una rocchia che si muove. Ma nella lotta greco-romana contano solo i muscoli, serve rapidità di gambe per eludere gli attacchi altrui. López ha affinato la sua agilità a Cuba lottando contro avversari più leggeri. Ha una rapidità incredibile fra quelli della sua categoria. Quando annunciò che si sarebbe ritirato dopo i Giochi di Tokyo, i rivali festeggiarono, credendo di avere finalmente una possibilità. Cuba aveva perfino già convocato un altro atleta al suo posto, ma quando López è uscito dalla tana a nessuno è venuto in mente di lasciarlo fuori. Anzi. Gli hanno pure dato la bandiera da sventolare sul battello lungo la Senna. A due settimane dla compleanno numero 42 stavolta si è arreso. «Ecco, ho finito» ha detto. «Bisogna lasciare spazio ai giovani che stanno arrivando».
AVREMO SEMPRE PARIGI
Ops, la verità è che a Parigi si stanno divertendo
Con garbo, con molto garbo, con eleganza, con una certa eleganza, con pazienza, con malcelata pazienza, il corrispondente del Corriere della sera da Parigi, Stefano Montefiori, stamattina si prende circa 250 parole in attacco del suo pezzo per rimettere i fatti al centro del Villaggio. Ragazzi, ci sussurra dopo aver probabilmente sentito il fegato farsi amaro in questi giorni, ragazzi guardate che le cose stanno in un altro modo. Lui che Parigi la conosce meglio di chi c’è andato in queste due settimane, mooolto meglio delle bolle di irrealtà presenti negli uffici centrali dei giornali, scrive: “L’ultima volta che a Parigi si è respirata per strada questa atmosfera di fratellanza, questa voglia di essere felici, questo affetto e gratitudine verso una delle città — nonostante tutto — più belle, romantiche e gioiose del mondo, è stato paradossalmente dopo gli attentati del 2015. Allora la formula Parigi è una festa del romanzo di Hemingway era la risposta alla tragedia, il bisogno di ballare con gli occhi ancora gonfi di lacrime per mostrare al mondo che Parigi ce l’avrebbe fatta perché fluctuat nec mergitur , come dice il suo motto: è sbattuta dalle onde ma non affonda. Stavolta, incrociando le dita, i tanto temuti attentati non ci sono stati, eppure Parigi è di nuovo una festa”.
Una festa. Parbleu. In undici giorni avevamo creduto ai giornali. Avevamo creduto a un disastro olimpico. Ehm no, dice Montefiori, prendendosi cura con garbo eleganza e pazienza di non smentire apertamente i colleghi che hanno scritto cose prima di lui, guardate che “la Senna fa tribolare i nuotatori, a molti la cerimonia d’apertura non è piaciuta, e al Villaggio olimpico manca l’aria condizionata (scelta ambientalista annunciata peraltro in ampio anticipo, la delegazione americana è arrivata con i suoi climatizzatori). Insomma, le disfunzioni sono tante, forse connaturate a eventi giganteschi come questo, forse no, ma in ogni caso non intaccano l’entusiasmo, il piacere, lo stupore dei parigini, dei francesi e dei milioni di turisti che si godono assieme questi Giochi, gomito contro gomito, negli stadi, nella metro, nelle code che si formano sui marciapiedi senza una protesta”. Il passaggio chiave è questo: “Sono due mondi che quasi non si sfiorano: le polemiche e le critiche internazionali da una parte, la gioia di essere a Parigi proprio in questi giorni dall’altro”.
Un grazie grosso così da Slalom. “È come se qui a Parigi la Francia e il mondo si siano presi una vacanza dalla parte peggiore di loro stessi. Torneremo presto alla realtà, ma illudersi è stato bellissimo”. Gigi Riva su Domani ha invece spiegato com’è che “le Olimpiadi sono diventate la cartina di tornasole per misurare un sentimento antifrancese largamente diffuso, in Italia e altrove. L’origine – dice – è la grandeur. O meglio non la grandeur in sé, peraltro ridimensionata nei fatti, quanto l’ostentazione del passato glorioso e i riverberi postumi per qualunque cosa sia «de France». Dai formaggi ai vini, dal patrimonio artistico ai valori civili che l’Esagono si pregia di incarnare e sui quali rivendica un diritto di primogenitura. Un combinato disposto tra operazioni di marketing e orgoglio nazionale che, è vero, talvolta scade nel ridicolo, e dovrebbe strappare al massimo un sorriso sarcastico, ma il cui sostrato provoca invidia, per paradosso, nei sovranisti di ogni dove, gelosi di tanto attaccamento di un popolo intero verso lo Stato”.
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