Grazie Parigi, capace di sognare e trasgredire: come a noi non riesce più

  AVREMO SEMPRE PARIGI

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DATECI UNA PORZIONE DI THOMAS JOLLY

«Non ne posso più di tutto questo pessimismo» 

Tony Estanguet

Quando Céline Dion ha finito, quando ha soffiato l’ultima nota dell’Hymne A L’Amour di Edith Piaf davanti a una mongolfiera che si era sollevata portando il sacro fuoco di Olimpia nel cielo sopra la Senna, quando ha sfiorato la perfezione dopo due anni di silenzi e di concerti cancellati per la sua condizione neurologica incurabile che le causa spasmi muscolari, anche alle corde vocali – ecco, quando sotto il temporale ha soffiato l’ultima nota del pezzo per il suo amore pugile perduto, allora è arrivato il momento dei singhiozzi, pensando a chi ha amato la Francia e non ha potuto vederla in una notte così. 

Parigi, quanto sei bella quando ti prendi in giro da sola, quando metti in scena un fisarmonicista sul Pont d’Austerlitz e una donna che balla con un vestito fatto di croissant, quando una dozzina di Marie Antoinette senza testa ballano alle finestre de La Conciergerie, dove l’ultima regina del paese è stata imprigionata prima di andare incontro alla ghigliottina. Quanto sei bella quando lasci intravedere la simbologia dietro la scelta di una mongolfiera, forse per ridere di voi e di noi, di noi che vi pensiamo come dei palloni gonfiati. 

Parigi, quanto sei bella quando ti accompagni a un comico franco-marocchino [Jamel Debbouze] e a una stella del calcio franco-algerina [Zinedine Zidane], quando li fai incontrare per consegnare la torcia olimpica a un gruppo di ragazzi che hanno attraversato di corsa i tuoi quartieri. Quanto sei bella quando fai sfilare sulla Passerelle Debilly drag queen e giovani stilisti, una ragazza italiana che sempre sorride con le sue mani bioniche e le sue protesi alle gambe, una pop star nata in Mali e cresciuta nei sobborghi più trascurati di Parigi [Aya Nakamura] che fa una pernacchia all’estrema destra, dalla quale non era ritenuta un simbolo della francesità. Con il suo slang multilingue in cui canta, allora l’hai mandata di fronte all’Académie Française, l’arbitro della lingua del paese, accompagnata dalla banda musicale della Guardia Repubblicana. Tutto questo a neppure 24 ore da un attacco incendiario, un sabotaggio a tre linee su quattro del TGV, con 800mila persone bloccate nelle stazioni. Maestà, il popolo non ha più treni. Che prendano i bateaux-mouches. 

 

Un sabotaggio che Jean-Denis Coquard su L’Équipe legge come la prova che “al termine di una tornata elettorale molto tesa, la Francia non è ancora una società, neppure nel momento di ospitare una celebrazione olimpica attesa da cento anni, quando il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha dichiarato aperta l’Olimpiade tra qualche fischio, di fronte a una Torre Eiffel trasformata in una palla da discoteca”.

Enchanté è stata la prima parola, e poi sono venute le più famose e storiche libertà, uguaglianza, fraternità, e dopo sorellanza, sportività, festa, oscurità, solidarietà, solennità, eternità. Tutto è stato omaggio e parodia, Giovanna d’Arco e Joséphine Baker, Marie Curie e il ladro gentiluomo Arsenio Lupin, la Gioconda rubata caduta nelle mani dei Minions. Un ripetuto omaggio agli esclusi, ai discriminati, i miserabili, i gobbi di Notre-Dame che ogni giorno releghiamo sui tetti, dove s’arrampicano gli operai a riparare le grandi opere sfregiate dagli incendi. Le campane della cattedrale hanno risuonato per la prima volta dall’incendio del 15 aprile del 2019, mentre dieci donne d’oro sono riemerse dalla Senna, la ninfa che si trasformò in un fiume per sfuggire a una violenza sessuale.

 

“Dieci mesi dopo la cerimonia color seppia della Coppa del mondo di rugby – scrive L’Équipe – questa introduzione ha messo in risalto una Francia appariscente, gioiosa e mista. Una colonna sonora eterogenea e moderna, con dei ponti audaci tra ieri e oggi, ammiccamenti militanti e ribelli come per l’uscita di Aya Nakamura. Abbiamo celebrato l’apertura verso gli altri, accogliendo gli stranieri indipendentemente dal fatto che avessero delle piume come Lady Gaga, o no. È stato fantastico, incredibilmente festoso, al ritmo di una pista da ballo improvvisata, tacchi esagerati, scarpe da ginnastica, fianchi ondeggianti, abiti tradizionali, su un tappeto rosso fradicio. Anche i poliziotti ballavano allegramente, senza dubbio rassicurati da una serata che si svolgeva senza preoccupazioni per la sicurezza, così onnipresente negli ultimi mesi”

Sublime, magica, commovente, unica. Sono gli aggettivi sparsi tra le pagine del quotidiano sportivo francese. Uno spettacolo totale, lo ha definito Le Monde. Ha vinto la gioia di Thomas Jolly di prendersi gioco della tradizione, spezzarla, e quando ti prendi gioco della tradizione, i tradizionalisti ci restano male. Amen. Pazienza. Gli americani lo hanno capito meglio di altri. 

COSA DICE IL MONDO DELLA CERIMONIA

Un tributo a Parigi e alla sua gente, lo definisce Stephanie Apstein su Sports Illustrated. “Uno spettacolo potente, degno della nazione ospitante” in una città che “vive la vita in pubblico. È per questo motivo che gli attacchi terroristici del 13 novembre 2015, gli attacchi che hanno ucciso 130 persone e ne hanno ferite 416 in uno stadio, in un teatro e in una mezza dozzina di bar e ristoranti, hanno scosso così tanto i parigini. È un popolo che offre biglietti scontati per i musei ai disoccupati, credendo che tutti dovrebbero avere accesso alla cultura. Questi spazi pubblici sono cruciali in una città la cui dimensione media degli appartamenti supera a malapena i 600 piedi quadrati, dove qualsiasi minaccia a essi costituisce una minaccia per la città stessa”. 

La rivista The Athletic la chiama “un’orgia di bellezza estetica” nonostante abbia piovuto “nell’unico giorno dell’unico anno in cui Parigi più di tutti avrebbe voluto evitare la pioggia”. 

Al popolo delle anime che ancora si emozionano, la minoranza che sta al mondo per guardare la bellezza di uno sguardo e non la pagliuzza nell’occhio, Jerry Brewer sul Washington Post ha scritto che “le Olimpiadi non guariranno il mondo, ma Parigi ha offerto una scintilla di speranza”. La pioggia è stata l’ultimo elemento di simbolismo, stavolta involontario, perché “ogni Olimpiade tenta di creare un mondo idilliaco, seppur temporaneo. Non c’è posto migliore per sognare che questa meravigliosa metropoli. Gli organizzatori hanno fatto sembrare facile l’impossibile. Ma come ha detto la pioggia, è una sfida farsi dare una mano, che si tratti del cielo o del resto del mondo. È un peccato che ci voglia un’intera città di persone armate per garantire a tutti noi una sensazione così bella, ma ehi, non prendiamoci gioco di una notte serena”.

Il Washington Post dice che “un pensiero audace può riportare in auge un evento mondiale la cui popolarità è crollata. Un secolo dopo le Olimpiadi del 1924, la cerimonia di apertura di venerdì ha rappresentato un ritorno alla sede naturale della Francia. E dopo due Olimpiadi pandemiche, in sordina e praticamente senza spettatori, ha segnato una rinascita trionfale dello show dei Giochi: colorato, conviviale, appariscente e strano, una miscela di patriottismo ardente e di sfarzoso internazionalismo”

Il Times di Los Angeles, la città di Hollywood, ha scritto che “i francesi – noti come coloro che producono il formaggio più delizioso al mondo, la più raffinata haute couture e innumerevoli altre squisite creazioni – hanno organizzato quella che è stata sicuramente la cerimonia di apertura più unica nella storia del Giochi Olimpici, una delle più spettacolari di tutti i tempi”. 

Una performance che viene definita “molto francese”, con “una sfilata di moda nel bel mezzo di una cerimonia di apertura” e con la rappresentazione di un menage-à-trois che faceva molto Jules e Jim. 

I superlativi non mancano neppure nel resto del mondo. “Parigi è magica, magica, olimpica. La cornice eccezionale della Senna è stata teatro di una prima assoluta fuori da un impianto sportivo. L’audacia e il genio dei nostri vicini sono riusciti a portare il più grande evento del mondo a un livello successivo”, giudica La Tribune de Genève dalla Svizzera.

“Una cosa è certa – riassume la Frankfurter Allgemeine Zeitung dalla Germania – questo spettacolo passerà alla storia”. È la stessa sensazione che rimase dopo Londra. “È stata tutta una questione di determinazione di fronte alle avversità” dice il Guardian dall’Inghilterra, mentre Le Temps da Ginevra aggiunge che “la pioggia non è riuscita a rovinare un momento che gli organizzatori avevano annunciato come grandioso”. Uno spettacolo “pieno di momenti kitsch” per l’austero Financial Times, dove si legge che “i leader politici di estrema destra avevano denunciato la cerimonia prima ancora che iniziasse”.

COSA SI DICE IN ITALIA

I più perplessi, ça va sans dire, siamo noi, les italiens. I giornali italiani. Professorali. Questo sì, questo no. Deve essere per via di quell’idea ormai radicata che se non ti mostri cinico, sei un povero ingenuo, un’anima candida che sta al mondo come un’alice nel paese delle meraviglie.

Diamo la precedenza a chi viene da destra.

Il Giornale con Benny Casadei Lucchi scrive che uff, lo show è stato lunghissimo. “Sono involontariamente simpatici i francesi. Con il loro modo di essere diversamente umili, di travestirsi da modesti senza riuscirci, si sono presi anche la pioggia. Sono simpatici perché proprio non gli riesce di fare le cose per bene. Esagerano, esagerano, esagerano e succede questo”. 

Pazienza. Verrà bellissima la cerimonia di Milano-Cortina. Nel frattempo Libero lo ha trovato uno show “in stile Pride e cafonal” ma per fortuna in questo disastro qualcosa di bello c’era. L’ha trovata la Gazzetta, dai.

Noi. Eravamo noi. Les italiens. Quelli che considerano sciovinisti i francesi. 

“La sfilata più bella è tricolore” titola la Gazzetta, perbacco, e del resto qualche giorno fa per la finale degli Europei era degno di citazione il fatto che la moglie di Alvaro Morata fosse italiana. 

È stata una cerimonia per giovani che un paese come il nostro, impermeabile a ogni innovazione, al cospetto di un mondo entusiasta dimostra di aver fatto fatica a leggere, interpretare e capire. Un copione scritto da un direttore artistico di 42 anni. Da noi a 42 anni stai ancora facendo il giro dei teatri a portare il curriculum.

Aldo Cazzullo sul Corriere della sera dice che lungo faubourg Saint-Honoré, la via dell’Eliseo, c’era “un poliziotto ogni due metri, mai visto uno schieramento così neppure alla Casa Bianca dopo l’11 settembre. I lettori di QrCode sono rotti, ai cancelli si creano affollamenti tutt’altro che opportuni. Il presidente argentino Milei saluta felice i passanti sbigottiti — «ma questo chi è?» —, mentre i suoi compatrioti calciatori venivano rapinati di denaro e cellulari negli spogliatoi. Ma queste cose in tv non si sono viste. E lo spettacolo era stato pensato soprattutto per i due miliardi di telespettatori. È stata anche una festa”, ammette poi, ma scovando “a mezzanotte, il poliziotto di guardia davanti al Grand Palais” che “certo non sa di parafrasare i fratelli Vanzina quando si congeda dai commilitoni: «E anche questa cerimonia olimpica ce la siamo tolta dai piedi»”.  Un sacco di giovani stagisti avrebbero pagato per andarci. 

Anche Paolo Brusorio su La Stampa è critico. “Doveva essere un bagno di folla, è stato un naufragio. Con un colpo di coda e di classe nel finale. Fradicia grandeur. Portare la cerimonia inaugurale dei Giochi fuori da uno stadio è stato un azzardo che non ha pagato quanto ci si poteva aspettare. Tre anni per organizzarla e neanche il pensiero o l’idea che potesse piovere”. 

Maurizio Crosetti su Repubblica ha trovato di aver trascorso “quattro ore bulimiche, quasi per nulla emozionanti, assolutamente pop e autocelebrative. Uno specchio che l’immortale Paris ha rivolto verso sé stessa, scoprendosi tanta, troppa e fradicia. Senza lo stadio-mondo, lo stadio catino che tutto contiene come una placenta (mai era accaduto), quasi senza gli atleti messi a galleggiare sui vaporetti, e dopo un po’ veniva la nausea anche solo guardando quel ballonzolare sulla Senna color topo”.

Vittorio Sabadin sul Messaggero la pensa in modo diverso e scrive che il direttore artistico Thomas Jolly è stato “molto bravo a organizzare una storia che sembrava un film di quasi quattro ore, cominciato nelle fogne di Parigi con i ragazzi dello skateboard diventati tedofori, senza dimenticare nessuno degli stereotipi attraverso i quali abbiamo sempre giudicato la Francia: ce li ha mostrati quasi tutti, capovolgendoli uno per uno. Macron ha vinto la scommessa. Ci sono sicuramente ragioni per criticarlo, ma non certo perché gli manchi il coraggio di osare”

Emanuela Audisio, ancora su Repubblica, si domanda: “Quando hai la poesia di Paul Verlaine ( Il pleure dans mon coeur comme il pleut sur la ville) che te ne fai del sole? Meglio l’acqua del cielo e quella della Senna, lo suggeriva anche Jean Vigo in Atalante, per vedere chi si ama bisogna tuffarsi nel fiume. Alla fine uno show che ha ringraziato il barone de Coubertin e che ha parlato soprattutto a questa generazione dei Giochi: diversità, fluidità, contaminazioni. E poi finalmente terra. La passerella a forma di Tour. «Avremo sempre Parigi », dice Humphrey Bogart nell’addio a Ingrid Bergman in Casablanca. Bagnata, sfortunata, un po’ eroica, ma ce l’abbiamo anche noi”.

 

Avremo sempre Parigi, avremo sempre la Francia. Forse è una Francia che non esiste più, come accennava ieri Gigi Riva su Domani, El Pais lo dice in un altro modo, dice che si tratta della Francia in cui la Francia crede. “La cerimonia ha inviato al mondo un messaggio di universalismo, tolleranza e anche modestia”, un messaggio che arriva da una Francia “stanca di anni di attacchi e di divisioni”.

Nel suo liveblogging Libération parla di una sala stampa “a bocca aperta e fradicia. Alcuni filmano, altri osservano. Alcuni stanno piangendo”. È stata una cerimonia “ambiziosa e riuscita” per il giornale della gauche francese, E adesso che tutto è finito, ora che cominciano le gare, ora che Parigi ci lascia da soli con i nostri cliché e i nostri pregiudizi, Carlos Arribas su El Pais trova una memorabile formula nel dire che “la grandeur è in fondo un sentimento provinciale che ironicamente si traduce in paroloni”. 

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