Grazie a chi mi ha ispirato:
Federico Fellini, i Talking Heads
Martin Scorsese e Diego Armando Maradona
Paolo Sorrentino, 2014
The Champ
[1932] ~ 4 nomination, 2 Oscar: attore protagonista (Wallace Beery), soggetto
pugilato
Vai a stare con tua madre
No, non voglio. Voglio stare con te
Al bimbo non piaceva l’attore che interpretava il padre. Fino all’uscita di Rocky nel 1976 nessun altro film di boxe è stato tanto apprezzato dal pubblico. L’esibizione di Jackie Cooper nei panni del bambino che ama incondizionatamente suo padre non ha lasciato occhi asciutti. «Non si è mai pianto in modo così abbondante e divertente», ha esclamato Irene Thirer del New York Daily News. Thornton Delehanty dell’Evening Post ha scritto: «In nessuna sala cinematografica c’era mai stata una serata così umida e bagnata». Anni dopo, nella sua autobiografia, Cooper confessò a proposito di Wallace Beery che «non mi piaceva molto. Già dal primo giorno di riprese. Non aveva per me nessun calore umano. Mi faceva sempre sentire a disagio». Nel 1938 The Champ venne distribuito di nuovo. Alcuni anni dopo, Wallace Beery ha ricreato il suo ruolo in un paio di spettacoli alla radio. | Frederick V. Romano. The Boxing Filmography (McFarland & Company, 2004)
Il regista non ne andava così fiero. King Vidor definì The Champ «uno dei film convenzionali» che si sentì obbligato a realizzare dopo quelli sperimentali come Street Scene, ma ammise che «andò bene». | Raymond Durgnat, e Scott Simmon. King Vidor, An American (University of California Press, 1988)
L’idolo delle folle
[1932] ~ 5 nomination, 1 Oscar: montaggio
baseball
Oggi mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra
Gary Cooper non voleva essere Gehrig. The Pride of the Yankees, basato sulla vita della star del baseball Lou Gehrig, era un altro veicolo per la creazione dell’icona Gary Cooper-eroe-americano. … Sebbene il ruolo sembrasse perfetto per lui, che era stato un giocatore di baseball in Arriva John Doe – I dominatori della metropoli, Cooper era riluttante a interpretare Lou Gehrig. Non sapeva nulla del baseball e sentiva di non poter impersonare in modo efficace un uomo così popolare e famoso. «Il ruolo di Gehrig», ha detto Cooper, «non è un gioco da ragazzi. Piuttosto una responsabilità. Quando pensi a tutti quei milioni di persone che lo conoscevano, lo guardavano, sapevano come si comportava. Non puoi ingannare le persone su un personaggio così, con del manierismo. Sinceramente non volevo prendere la parte, ma la signora Gehrig chiuse ogni discorso e disse che era così che voleva. Era difficile per me, non avendo giocato a baseball e non essendo nemmeno mancino». | Jeffrey Meyers. Gary Cooper: American Hero (Cooper Square Press, 1998)
Il ritorno del campione
[1950] ~ 1 nomination, 1 Oscar: soggetto
baseball
Ho scoperto com’è perdere e cosa vuol dire vincere. Perché continuare?
James Stewart prese lezioni di lancio. Fu la prima di una serie di tre biografie filmate i grandi eroi americani, tutti impersonati da Stewart; in questo caso di trattava della storia di Monty Stratton, il campione della Prima Divisione che giocava con i White Sox e la cui carriera era stata stroncata dalla perdita di parte di una gamba in un incidente, nel corso di una battuta di caccia. … Per quanto sia difficilmente tollerabile il sentimentalismo abbondantemente presente in tutto il film, è altrettanto difficile non rimanere impressionati dalla partecipazione con cui James Stewart si immedesima nel suo ruolo. Lo stesso Stratton aveva chiesto che fosse lui a impersonarlo, e dal canto suo Stewart “era deciso a farsi dare da lui il maggior numero di istruzioni possibile”. “Bisognava che imparassi a lanciare la palla. Due mesi prima che iniziassero le riprese Monty Stratton arrivò in studio, e per tutti i giorni successivi, per tre ore, non feci altro che lanciare la palla, nei cortili dietro i teatri di posa. Io lanciavo e lanciavo, e Monty riusciva sempre a prenderla. Un giorno mi disse: “Il fatto è che non usi il polso in modo corretto”. Tutto lì. Subito dopo andò molto meglio. Così, invece di firmare autografi sulle lettere dei miei ammiratori, cominciai a firmare palle da baseball”. | Jonathan Coe. James Stewart – Un uomo qualunque in situazioni eccezionali (Gremese, 1996)
Lassù qualcuno mi ama
[1957] ~ 3 nomination, 2 Oscar: fotografia e scenografia
pugilato
Non ho sposato un uomo. Ho sposato un peso medio
Rocky Graziano non era convinto di Paul Newman. ➣ Il film Somebody up there likes me racconta la storia della tua vita e ottiene ovunque un grande successo, ne sei orgoglioso ?
«Sì, certamente. È un grande film, utile anche alla boxe. Il grande Paul Newman mi sembra un po’ delicato nell’interpretarmi mentre Anna Maria Pietrangeli è splendida. Assomiglia veramente in tutto a mia moglie». | Intervista di Lino Mannocchia, Sport Match
Lo spaccone
[1962] ~ 9 nomination, 2 Oscar: fotografia e scenografia
biliardo
Anche se mi batti, resterò sempre il migliore
Un ruolo per caso. «Non esistevano film su un giocatore di biliardo. Ero in Francia per un altro film che non si riuscì a realizzare, e fu solo per questo motivo che Rob Rossen mi mandò il copione a Parigi. Iniziai a leggerlo e quando arrivai a metà chiamai il mio agente: non mi interessa il resto, firmiamo il contratto. Non avrei fatto Lo Spaccone se non fosse saltato l’altro film. Mi documentai un po’. C’era una sala da biliardo alla 47esima. Appena tornato, il primo giorno ero là. Per ambientarmi. Un tipo venne e mi disse: vuoi giocare? Gli risposi: – no, non so giocare. Tornò dopo altri 15 minuti e disse: – Dai, solo un po’, una partitina. E io: – No, davvero, non so giocare. Dopo 20 minuti tornò e fece: – Sei un attore, vero? Ti ho riconosciuto. Allora gli dissi: – Sì, sono un attore. Devo farti una domanda. Tu non mi conosci. Che succederebbe se ti stessi ingannando e poi al tavolo ti spennassi? Quello rispose: – Se tu mi spennassi, il tipo laggiù giocherebbe dopo con te. Io feci: – E se battessi anche lui? Quello rispose: – Allora giocherebbe l’uomo al guardaroba. Insistetti: – E se batto anche lui? E quello disse: – Se batti anche lui allora chiamiamo Chicago». | Intervista a Paul Newman, TV spagnola
Rocky
[1977] ~ 10 nomination, 3 Oscar: film, regia, montaggio
pugilato
Adrianaaaaaa
Come Sylvester Stallone racconta la genesi del film. ➣ Il 19 marzo 1975, da giovane attore e sceneggiatore in difficoltà, ti sei preso la serata libera e sei andato a vedere Muhammad Ali contro Chuck Wepner, il cosiddetto Bayonne Bleeder. Cosa ti ha colpito tanto di quel match?
«Chuck Wepner era fondamentalmente considerato una barzelletta. Era conosciuto come Bayonne Bleeder, l’azzuffatore di Bayonne, ed era chiaro a tutti che il suo unico contributo alla storia della boxe sarebbe stato quello di farsi distruggere da Muhammad Ali. Nessuno pensava che avrebbe potuto vincere il combattimento, era fuori discussione, tutti si chiedevano fino a che punto sarebbe arrivato il pestaggio – quanto tempo sarebbe durato – e quanto dolore sarebbe stato in grado di sopportare prima di schiantarsi al tappeto. In sostanza per una vittoria di Wepner avrebbero pagato un miliardo di dollari scommettendone uno, ma in realtà le scommesse su quel match non furono nemmeno aperte. Mi sono seduto lì, in mezzo a una folla assetata di sangue, era terribile. Non sembrava nemmeno un pugile. Era imbarazzante, inadeguato, sembrava una borsa pesante con dei bulbi oculari. Una cosa triste. Poi, all’improvviso, è successo qualcosa di incredibile. Dal nulla, Wepner ha mandato giù l’immortale Ali.
Fu come il fulmine di un dio greco venuto dal cielo e in un attimo Wepner divenne il favorito della folla, in pochi secondi, passò dall’essere una barzelletta a qualcuno in cui tutti potevano identificarsi. Come se la gente avesse iniziato a pensare: quanto piacerebbe anche a me, quanto mi piacerebbe fare una cosa impossibile, anche solo per un momento, essere ricordato e riconosciuto per questo. Se questo ragazzo totalmente inetto può mettere giù Muhammad Ali, allora posso farlo anche io. Ero seduto lì a guardare tutto questo, e a un certo punto mi rendo conto che l’intera faccenda era una metafora, non si trattava più di boxe. Rocky non ha mai avuto a che fare con la boxe, ma con il trionfo personale».
➣ Un tuo biografo ha affermato che Rocky è nato quella notte. Hai immediatamente pensato al match di Wepner come a una possibile sceneggiatura?
«Non subito. All’epoca, avevo già scritto una sceneggiatura intitolata Hell’s Kitchen che parlava di tre fratelli che si sforzavano di lasciare le cattive strade di New York, uno di loro era un pugile. Avevo venduto i diritti di Hell’s Kitchen a Ron Suppa e John Roach, due giovani sostenuti da un po’ di soldi fatti col petrolio in Texas e che avevano appena creato una società di produzione chiamata Force 10. All’epoca ero completamente al verde, loro mi avevano dato un po’ di soldini e io in cuor mio sapevo che non avrebbero mai realizzato il film – anche se ci speravo. Poi un giorno ho fatto un provino per i produttori Robert Chartoff e Irwin Winkler, quando è finito ho avuto la sensazione che non sarebbe successo nulla, perciò mentre uscivo ho detto: “Oh, a proposito, io scrivo anche” e loro hanno risposto: “Ok, portaci quello che hai”. Così gli ho dato Hell’s Kitchen, a loro è piaciuta e ne hanno parlato con Suppa e Roach. Passa del tempo e Chartoff e Winkler mi dicono: “Ci dispiace, Sly, ma è impossibile, non possiamo lavorare con questi neofiti. Non capiscono gli affari, noi molliamo. Stavo guardando tutti i miei sogni andare giù per lo scarico del cesso, ma sono tornato a casa quella sera e mi sono detto: c’è un’altra possibilità. Così ho deciso di scrivere un altro copione solo per loro. Ero ossessionato dall’idea della redenzione personale, continuavo a ripetermi: redenzione, redenzione, redenzione … ma redenzione da cosa? Ho pensato a un gangster, un cowboy, un attore, ogni tipo di persona, fino a quando sono tornato a Wepner. Perché non un perdente? Mi sono detto: esatto, ci siamo, e mi sono messo a scrivere».
➣ Hai scritto Rocky in tre giorni e mezzo, con tua moglie che dattiloscriveva il manoscritto. Questa leggenda è vera? «Sì. Avevo avuto questa opportunità da Chartoff e Winkler e non l’avrei lasciata scappare. Ero giovane e avevo un’incredibile quantità di energia, l’ho scritta con tanta rabbia. Ero molto entusiasta di tutto. Avevo una fissazione per le storie di strada. Adoravo film come Mean Streets, Marty e Fronte del porto. Mi sono ispirato a quelli». | Intervista di William Baer, GQ, 29 dicembre 2018
Il paradiso può attendere
[1979] ~ 9 nomination, 1 Oscar: scenografia
football
Stai tranquilla: non c’è niente di cui avere paura
Warren Beatty ha giocato davvero a football ma non gli piaceva. Beatty ha ammesso di essere stato spinto a entrare nella squadra di football. «Era importante per me dimostrare che sapevo fare qualcosa». Quale modo migliore e più semplice che giocare a football per esibire la propria virilità? Nell’estate in cui sua sorella Shirley si esibiva in Oklahoma, Warren entrò nella squadra per la stagione autunnale durante il suo ultimo anno alla Swanson Junior High. «Se c’è una trasformazione che ho avuto da ragazzo, direi che è stata quella da topo di biblioteca in atleta». Come confessò in seguito a un giornalista, Warren soppresse il suo impulso a recitare giocando a football, grazie al quale raggiungeva il cliché anni 50 del ragazzo di successo, sebbene non trovasse nessuna soddisfazione. “Odiavo il football ogni minuto” avrebbe rivelato una volta diventato famoso, “preoccupato com’ero che potessero schiacciarmi il naso o prendermi a calci sui denti”. Beatty sarebbe ridicolizzato per questa osservazione apparentemente narcisistica, ma il suo reale significato era più profondo. Quando faceva parte della squadra, resistette a forti pressioni da parte di entrambi i genitori perché lasciasse il football: lo consideravano pericoloso. La sua agitatissima madre espresse la sua ansia in una lettera scritta quell’autunno: “Warren è nella prima squadra di football e sta giocando molto bene. Siamo andati alla maggior parte delle partite, ma non mi diverto molto. È come se io fossi lì solo per guardare se il numero 44 si alza in piedi e sta bene”. Anche durante gli anni in cui era ossessionato dal calcio, nel cuore di Warren rimase la musica. | Suzanne Finstad. Warren Beatty: A Private Man (2005)
Toro Scatenato
[1980] ~ 8 nomination, 2 Oscar: attore (Robert De Niro), montaggio
pugilato
Tu ti scopi mia moglie?
De Niro decise di incontrare LaMotta e lo cercò in uno strip club sulla Seventh Avenue di New York tra la 47esima e la 48esima Strada. “Era il responsabile della sicurezza”, dice De Niro, poi fa una pausa e ride: “Beh, davvero, era il capo dei buttafuori“. La prima impressione dell’attore fu di un vecchio guerriero che “combatte contro il suo peso”, una battaglia che De Niro stesso avrebbe intrapreso quando avrebbe dovuto prendere circa 30 chili per girare (e poi perderli una volta che le riprese erano finite). La mMotta era davvero una figura marginale. Il suo ultimo match c’era stato nel 1954; era rimasto sotto gli occhi dell’opinione pubblica facendo degli stand-up nei club e uno spettacolo personale recitando Shakespeare, ma il pubblico andava agli spettacoli per vedere un bullo diventato una caricatura. Scorsese non riusciva a capire l’entusiasmo di De Niro per questa storia. “Non sapevo nulla della boxe”, dice Scorsese. “La boxe era sempre stata un ring in TV o al cinema, dove trasmettevano i match nel fine settimana. Per me era lo sport che portava via lo schermo ai film”. Tuttavia, accettò di aiutare a sviluppare il progetto, anche senza molta passione o concentrazione. … Scorsese aveva studiato tutti i classici sulla boxe ed era turbato dal fatto che per la maggior parte la camera fosse posizionata fuori dal ring. L’unica eccezione che notò fu in Anima e Corpo di Robert Rossen, del 1947. A volte Rossen aveva messo il suo operatore, James Wong Howe, su dei pattini a rotelle per ottenere un’intimità senza precedenti (e fino ad allora non più raggiunta) con i suoi pugili. Scorsese voleva ottenere quell’effetto, senza pattini a rotelle, il che significava, alla fine, posizionare la camera su un carrello. Normalmente i pavimenti su cui rotolano i carrelli sono in cemento o legno. Un ring è molto più morbido, per attutire i colpi. … È possibile, e profondamente ingiusto, che De Niro abbia vinto il suo Oscar per la sua fame prodigiosa. È possibile e profondamente ingiusto che Scorsese non abbia vinto il premio come miglior regista – è andato a Robert Redford per il suo insipido e borghese Gente Comune – perché era un outsider di Hollywood. È stato incredibilmente giusto invece che Thelma Schoonmaker abbia vinto l’Oscar per il montaggio alla sua prima nomination. L’Academy non aveva nulla contro di lei e il suo lavoro era ben visibile, specialmente nelle scene di boxe. Ho chiesto a Schoonmaker se qualcuno all’epoca avesse avuto la percezione che stessero facendo qualcosa di speciale e lei ha riso. “No”, ha detto. | Richard Schickel, Vanity Fair, 22 febbraio 2010
Momenti di gloria
[1982] ~ 7 nomination, 4 Oscar: film, sceneggiatura originale, costumi, colonna sonora
atletica
Se non corri non puoi vincere
Il provino di Nicholas Farrell. «Ero appena uscito dalla scuola di recitazione quando feci il provino per la parte di Aubrey Montague. Pensai che in un giorno fosse arrivata la fortuna di un’intera carriera. Tutti noi attori nella rosa ristretta dei candidati dovemmo fare una corsa per l’audizione, 200 yard attorno a una pista di cenere mentre un allenatore ci guardava, verificando che fossimo abbastanza in forma e che avessimo uno stile di corsa che potesse essere adatto alla camera. Verso la fine, un povero ragazzo si chinò, mise le mani sulle ginocchia e vomitò la colazione. Dopo aver girato la sequenza d’apertura, uno dei membri della troupe disse che la mia corsa sembrava quella di qualcuno che avesse il ciclo. Altri, piuttosto sgarbatamente, aggiunsero che era più una specie di ballonzolare. Di certo non mi sono messo a fare ricerche sugli stili di corsa sulla media distanza negli anni ’20. Era la mia andatura naturale».
Il regista Hugh Hudson. «Gran parte delle riprese sono state fatte a Liverpool. Abbiamo usato il municipio per la scena della palla e, a Birkenhead, abbiamo trovato una vecchia pista in cenere – non ne erano rimaste molte – che assomigliava molto al vecchio stadio di Parigi usato per le Olimpiadi del 1924. Non volevamo fare un “film sull’eredità”, quindi a Vangelis è stato chiesto di comporre una musica che lo rendesse moderno. Il film è stato usato dai thatcheristi per far aumentare il morale durante il conflitto delle Falkland. Ma la gente faceva la fila per andare a vederlo anche a Buenos Aires. Erano interessati al significato reale del film: la difesa di fronte all’ipocrisia dell’establishment. | Interviste di Jack Watkins, the Guardian, 9 luglio 2012
When we were kings
[1997] ~ Oscar miglior documentario
pugilato
Come George Foreman visse i giorni di Kinshasa. ➣ Com’era Kinshasa nel ’74? «Stavo in albergo, mi allenavo, non andavo in giro. Ero ignorante: non sapevo fosse l’ex Congo belga, che la città prima si chiamasse Leopoldville, né che Mobutu avesse preso il potere nel ’65. Ero all’oscuro delle carestie, del fatto che il 65 per cento della popolazione fosse analfabeta. Non ero il solo. Qualcuno provò a mandarmi un pacco da Washington e l’impiegato chiese: lo Zaire è un’isola nel mar del Giappone?».
➣ Spike Lee, il regista, dice che a quei tempi dire africano era un insulto. «Bè non era un complimento. A chiamare africano un nero rischiavi il pestaggio. I neri erano scimmie che dovevano tornare in Africa, nella foresta. Lo pensavano in molti. Africano equivaleva a primitivo e selvaggio. Gli americani avevano il progresso, invece l’Africa era una giungla. A me lì mancavano soprattutto i miei amati cheeseburger. Kinshasa era stata ripulita. Scrissero che Mobutu aveva radunato nel nostro stadio i peggiori criminali e ne aveva fatti fuori parecchi. Eliminò anche chi aveva sbagliato a stampare il suo nome nei biglietti, una o al posto della u, e zac, niente più vita. Don King, l’organizzatore, dovette cambiare poster pubblicitario. Il primo recitava: “Dalla nave degli schiavi al mondiale”».
➣ Lei scese dall’aereo a Kinshasa accompagnato da un pastore tedesco. «Era un volo Pan-Am. Il cane si chiamava Dago. Viaggiò con me in prima classe, seduto accanto, me lo permisero. Invece quando andai a Kingston, in Giamaica, per l’incontro con Frazier, non me lo fecero portare».
➣ Quei cani non erano un bel ricordo. «Ancora? Hanno scritto che erano i cani della polizia belga e che la gente ne era terrorizzata. Non è vero, Dago giocava con gli africani, nessuno ne aveva paura. E io che avrei dovuto dire quando Mobutu mi regalò un leone?».
➣ Ali si acclimatava, lei si tuffava nell’aria condizionata. «E che male c’era? Avevo già combattuto in Giamaica, non al Polo Nord. E da un anno mi svegliavo alle tre del mattino per ricreare la stessa situazione del match. In allenamento il mio sudore lasciava macchie di due metri sul pavimento. Ali fu più abile di me: lui sembrava il nero, io il bianco. Eppure il mio staff era nerissimo, il suo invece bianco. Il suo allenatore Dundee e Pacheco, il medico, non avevano mica la pelle scura. Io però non ero un bel tipo: sempre scontroso, minaccioso, arrabbiato».
➣ Ali invase l’Africa, lei la subì. «All’ottava ho pensato: lo faccio venire avanti, appena si scopre, lo metto ko. Il suo destro mi ha preso in contropiede, sono finito a gambe all’aria, e quando ho sentito l’arbitro dire “otto” era troppo tardi. Ali ha parlato di strategia. Per me ne aveva solo una: sopravvivere. Non inseguo più altre interpretazioni. Ali è una persona e un uomo straordinario. Il più grande di tutti. Ho perso da un campione immenso. Nel ’96 agli Oscar l’ho aiutato a salire i gradini. È stato un onore, non una vendetta per la sua sciagura fisica». | Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 26 ottobre 2014
Million Dollar Baby
[2005] ~ 7 nomination, 4 Oscar: film, regia (Clint Eastwood), attrice (Hilary Swank), attore non protagonista (Morgan Freeman)
pugilato
Non voglio altri allenatori, capo. Io voglio lei
Eastwood amava Joe Louis. ➣ Cosa ne pensi della boxe femminile? O prima ancora, cosa pensi della boxe? «Ngli anni in cui diventavo grande, il campione era Joe Louis e lo ammiravo. Da ragazzo pensavo che la boxe fosse una roba fantastica. Quando ho iniziato a girare film, mi sono allenato. Avevo un amico, Al Silvani, che era un famoso allenatore. È uno sport interessante. Mi piace quando è fatto bene. Per quanto riguarda le donne, non saprei. Io penso in genere che le persone dovrebbero poter fare ciò che vogliono fare. Immagino di non essere prevenuto come Frankie Dunn, il mio personaggio, ma per un po’ ho pensato che forse le donne non avrebbero dovuto fare quel tipo di cose. Però conoscevo una ragazza che è diventata una pugile. Era a Las Vegas, io lavoravo lì e ho detto a Silvani di andare a darle una mano, lui l’ha fatto. Lo ha fatto per un po’, dopo ha rinunciato, saggiamente, suppongo. Non lo so. Si tratta di Lucia Rijker, che è nel film e interpreta Blue Bear». | Intervista di Amy Taubin, Filmcomment Magazine, gennaio-febbraio 2005
The Fighter
[2010] ~ 7 nomination, 2 Oscar: attore non protagonista (Christian Bale), attrice non protagonista (Melissa Leo)
pugilato
Mai arrendersi in questo sport
Christian Bale non ha visto i film di boxe. ➣ Hai avuto qualche motivo di apprensione nel girare un film sulla boxe, un genere così difficile e governato da convenzioni? «No. Sono una persona che … cioè … non sono proprio un cinefilo. Non conosco i generi dei film o cose del genere. Faccio solo quello che mi interessa».
➣ Ci sono altri film sulla boxe che ti piacciono? «Ce ne sono tanti, lo so. Non ne ho cercato nessuno, ma ce n’è un sacco. La boxe è un ottimo sfondo per delle storie. L’aspetto del vincente o del perdente, queste personalità…».
➣ Sei un appassionato di qualche sport? «Forse perché sono cresciuto in molte città diverse, non ho mai avuto radici da qualche parte e dunque una squadra che volevo davvero veder vincere. Mi sono spostato così tanto, il tifo non ha mai significato molto per me. Vorrei guardare la Formula 1. Ora guardo la MotoGP e guardo la boxe».
➣ Ci sono pugili che ammiri oggi? «Tutti, li ammiro tutti. Quando sei salito sul ring con un pugile professionista, sei un idiota se poi non li ammiri tutti».
➣ Ci sono atleti in particolare a cui sei affezionato? «Per me viene per primo Frank Bruno, cresciuto in Inghilterra. Nigel Benn mi piaceva molto, ma in passato. In particolare oggi dico Valentino Rossi». | Sports Illustrated, 10 dicembre 2010
Tonya
[2018] ~ 3 nomination, 1 Oscar: attrice non protagonista (Allison Janney)
pattinaggio artistico
A noi serve il modello di una famiglia felice
La rivelazione dopo l’uscita del film. Tonya Harding ha lanciato una bomba giovedì sera nello speciale della ABC Truth and Lies: The Tonya Harding Story. Per la prima volta, la Harding ha ammesso di sapere che l’ex marito Jeff Gillooly e il suo amico Shawn Eckardt avevano orchestrato un piano per ferire la collega pattinatrice Nancy Kerrigan prima delle Olimpiadi del 1994. Parlando con Amy Robach della ABC, Harding ha detto di aver capito che il suo ex marito e il suo amico erano dietro l’attacco a Kerrigan. … L’ammissione di Harding è una svolta importante per l’ex pattinatrice. Per più di 20 anni ha negato di sapere qualcosa. Le sue dichiarazioni di innocenza sono un pezzo importante nella storia e nella trama del nuovo film Io, Tonya. | Janice Williams, Newsweek, 12 gennaio 2018
Icarus
[2018] ~ Oscar miglior documentario
➣ Cosa ti ha fatto decidere di iniziare questo progetto? «Il ciclismo è stata la mia passione per tutta la vita. Durante l’era [Lance] Armstrong, la conversazione era sempre: si è dopato? Quando ha confessato a gennaio 2013, non ero così sorpreso. Ciò che mi ha colpito di più è che fino ad oggi non ha mai fallito un test antidoping. Era stato testato 500 volte nella sua carriera. Tutte queste agenzie anti-doping ora stanno dicendo: “Guarda cosa abbiamo fatto, abbiamo preso il Gran Poobah del doping”, ma è stata la testimonianza dei suoi compagni a farlo fuori».
➣ Perché il titolo “Icarus”? «Sentivo che il mito greco rappresentava la storia di Lance, e la storia di ogni atleta caduto. Icaro poteva volare e continuava a spingere e spingere. Quando alla fine Lance è stato preso, la scienza non può dire di aver avuto dei meriti; era per via dei tanti nemici che si era fatto nel suo sport. Questa è essenzialmente la storia di Icaro. Puoi volare, ma se ti avvicini troppo al sole, le tue ali bruceranno».
➣ Sei in contatto con Grigory? «Non in contatto diretto, no. Gli avvocati si fanno sentire attraverso l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, e otterrò un rapporto sui progressi. Ma non sono riuscito a parlargli nell’ultimo anno». | Carl Carchia, Sports Illustrated, 1 agosto 2017
Dear Basketball
[2018] ~ Oscar miglior cortometraggio d’animazione
basket
La lettera di Kobe Bryant. Caro basket, sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te. Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso, dalla mia mente, al mio corpo, al mio spirito e alla mia anima. Nelle vesti di un bambino di 6 anni innamorato non ho mai visto la luce in fondo al tunnel. Mi vedevo soltanto correre al di fuori. E così ho corso. Ho corso su e giù per ogni campo, rincorrendo ogni pallone per te. Mi hai chiesto il massimo sforzo, io ti ho dato il mio cuore. Ho giocato quando ero stanco e dolorante, non perché fossero state le sfide a chiamarmi, ma perché TU mi hai chiamato. Ho fatto qualsiasi cosa per TE, perché questo è ciò che fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive come hai fatto tu con me.
Hai dato a un bimbo di 6 anni il sogno di essere un giocatore dei Lakers e ti amerò sempre per questo. Ma non posso amarti in maniera ossessiva per molto tempo ancora. Questa stagione è tutto quel che mi rimane da darti. Il mio cuore può reggere il peso, la mia mente pure, ma il mio corpo sa che è giunto il momento di salutarci. Ma va bene così. Sono pronto a lasciarti andare. Volevo che tu lo sapessi, cosicché potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare assieme. Le cose belle e quelle meno belle. Ci siamo dati l’un l’altra tutto quello che avevamo. Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa io farò, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1… Ti amerò sempre. Kobe”