La costanza di Jasmine Paolini nella prateria della WTA

  TENNIS      

 

  La chiameremo l’età dell’incertezza, l’età in cui è possibile vedere in finale a Wimbledon la stessa partita che in un altro Slam di sei anni prima, Australian Open 2018, si era tenuta nel tabellone delle qualificazioni. Non era mai successo da quando il tennis è entrato nell’era Open. È questa l’età delle rapide ascese, delle discese ardite e delle risalite. È l’età in cui i prati di Londra possono produrre un’ottava vincitrice diversa nelle ultime otto edizioni dopo Serena Williams, Garbiñe Muguruza, Angelique Kerber, Simona Halep, Ashleigh Barty, Elena Rybakina e Markéta Vondroušová: le ultime due non avevano mai vinto uno Slam prima e non lo hanno rivinto dopo. E dunque Jasmine Paolini o Barbora Krejcikova, la pallina si posa domani sulla prossima casella della roulette. Dopo il 23esimo e ultimo titolo di Serena Williams [Melbourne 2016], in 27 tornei dello Slam il tennis femminile ha avuto 17 vincitrici differenti, di cui 15 alla loro prima volta, 10 alla prima e all’ultima.

Embed from Getty Images

Eppure, dentro questo quadro di molte tempere mescolate, Jasmine Paolini ha messo due pennellate che non riescono tanto di frequente. Ha messo la finale del Roland-Garros e quella di Wimbledon una dietro l’altra nello stesso anno, come prima di lei hanno fatto soltanto in cinque negli ultimi 25 anni, nessuna dopo Serena Williams. È per questo che Stefano Semeraro su La Stampa scrive che Jasmine Paolini vive nel presente, perché tutto il resto è una sconfitta, quindi vince sempre. Coglie l’attimo, e qui a Wimbledon è un attimo che dura da due settimane

L’ANTAGONISTA

▔▔▔▔▔▔▔▔

È la finale tra due ragazze venute dal nulla. Di Jasmine Paolini abbiamo imparato a memoria i tratti essenziali della sua biografia, il papà toscano, la mamma polacca dalle origini ghanesi, quel suo affidarsi anima e tennis alla cura di Renzo Furlan. Barbora Krejcikova ci sorprese nel giugno di tre anni fa, quando sulla terra parigina batté in finale l’ex bimba prodigio russa Anastasia Pavlyuchenkova, la ragazza che porta un piccolo fulmine tatuato dietro l’orecchio sinistro, e al lobo un lucchetto chiuso. Krejcikova rimise al centro della scena la scuola ceka, anche fisicamente, perché a premiarla arrivò Martina Navratilova, commossa quanto lei nel sentire il dolore che ancora dentro portava per la morte di Jana Novotna, la campionessa di Wimbledon 1998 che Barbora si era scelta come coach su consiglio della mamma. 

Barbora Krejcikova è una supernova, scrisse Sophie Dorgan su L’Équipe, la giocatrice di un piccolo club di provincia della Repubblica Ceca, il trionfo della normalità in un circuito dove tutti cercano di distinguersi. Ha costruito il suo successo sulla precisione diabolica del rovescio. L’indomani fece qualcosa di storico vincendo anche il torneo di doppio, come l’ultima volta era successo a Mary Pierce nel 2000, mentre il paese celebrava pure il titolo jr di Linda Noskova. 

Dalla Polonia di Iga Swiatek [eliminata ai quarti di finale], Bartosz Gebicz, giornalista di Przegląd Sportowy, scrisse che Krejcikova era un altro esempio di quanto il tennis ceco sia potente. La stessa Iga è andata lì molte volte per allenarsi, così come Agnieszka Radwańska. Perché le loro risorse nel tennis sono così avanzate in questa porzione d’Europa?. Sembriamo molto modesti rispetto alla Repubblica Ceca, le cui autorità hanno costruito un sistema che offre più opportunità. Hanno considerato il tennis una disciplina da promuovere. C’è un motivo per cui siamo dinanzi al miglior tennis dell’ex blocco comunista. Non solo le giocatrici, anche gli allenatori. Molti sono andati in Germania e sono tornati con un know-how. Le infrastrutture e in generale il sistema sono paragonabili all’Occidente. Ci sono stati un sostegno e un finanziamento adeguati. Impossibile da noi. Negli anni ’80 in Polonia abbiamo lottato con le conseguenze e i limiti della legge marziale. Nessun torneo, nessuna attrezzatura, nessuna struttura, nessuna conoscenza. Solo carenze. Come potevamo competere con un avversario che aveva tutto?”. 

Negli ultimi tre anni Barbora Krejcikova ha dovuto battersi contro una serie di infortuni che le hanno impedito di ripetersi. Sono gli stessi tre anni in cui il tennis italiano è diventato un’altra cosa, con la prima finale maschile di Berrettini a Wimbledon, l’esplosione del timido Sinner, il primo Slam in Australia a 38 anni dal Panatta parigino, la Coppa Davis di Malaga, la finale in Fed Cup con una squadra femminile rigenerata da Tathiana Garbin, il doppio ritrovato con Errani-Paolini, e adesso pure una Jasmine da prime-cinque nel mondo, una Jasmine da doppia finale di Slam.

Federica Cocchi sulla Gazzetta dice: Il profumo dei gelsomini è quello che più di tutti richiama la primavera, le belle giornate, il sole. Jasmine “Gelsomina” Paolini ha portato una ventata di gioia, e anche il sole su Wimbledon finalmente libero dalle nubi grigie e dal carico di pioggia dei giorni scorsi.

***

TITOLI     Corriere della sera: Le sette vite di Jasmine” – Gaia PIccardi ha scritto: Nel torneo delle tradizioni centenarie, che spera di riaccogliere domani sul centrale la principessa Kate, c’è una variabile impazzita che non perde il buonumore nemmeno sul ciglio del burrone. Anzi. Jasmine Paolini continua a sorridere attingendo a mille risorse e sette vite mentre l’avversaria, la croata Donna Vekic, sembra sull’orlo delle lacrime, e alla fine del trekking estremo dentro se stessa riemerge esausta ma con gli occhi che brillano

▥   La Gazzetta dello sport: Intervista a Sara Errani.  Sara la maestra «Jas deve insistere nel suo gioco». La compagna di doppio sempre nel box della Paolini. E da lunedì prepareranno l’assalto al podio di Parigi

▥   Corriere della sera: Avanguardia Jasmine” – Massimo Gramellini ha scritto: Dov’è finito l’italiano mediterraneo, indisciplinato, vittimista e mammone? Il numero uno del mondo è uno spilungone rosso che parla bene tedesco ed è più compassato di un lord inglese, la finalista del singolare femminile una combattente solare con babbo toscano, mamma polacca e nonno ghanese, e il semifinalista di quello maschile un ragazzo-padre di ventidue anni che alterna il biberon alla racchetta, da lui impugnata ancora come un pennello e non come una clava. Sinner, Paolini, Musetti: ma che Italia è?

▥   Repubblica: Intervista al papà di Jasmine Paolini A Paolo Rossi ha detto: «Chi siamo noi? Una famiglia normale, come tante…». «La bimba… la bimba è sempre stata tranquilla, si stava tutti nel bar e lei è cresciuta nel bar. Nel bar nostro, e la portavano a giro, come diciamo noi, intendo la gente del paese. Cinquemila anime, ci conosciamo tutti. Quando qualcuno andava a farsi una passeggiata lungo il fiume, lei lo accompagnava. Stiamo parlando di vent’anni fa. Jasmine era buona, dove la mettevi stava, lei era così allora ed è così ancora. Poi magari si trasforma in campo, vero? Io la chiamo “treno”, Jasmine, perché il treno va su due binari e non si sposta, va fino in fondo. E la sua mamma è uguale, sono spiccicate da questo punto di vista. Toste e ostinate». 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.