L’Australia e i suoi tennisti

Un australiano ha un codice morale da seguire

Non può uscire sconfitto dal campo 

se non è completamente cosparso di sangue

John Newcombe

 

Questi sono frammenti d’autore di discorso tennistico sui grandi giocatori partoriti da questo paese. 

 

Rodney Heat

Il primo campione a Melbourne

Solo poche parole su un veterano, un mio buon amico, che ancora gioca un tennis raffinato, Rodney Heath, eroe in un famoso match di Davis del 1911 quando batté W. A. Larned. Heath con le sue lunghe e bellissime battute, il diritto o il rovescio, le sue incisive volée è una figura notevole nel mondo del tennis.  (William T. Tilden, The Art of Lawn Tennis, 1922)

🔸 2 Australian Open (1905-1910). Morto nel 1936

 

Lo spirito della Davis

Se c’è un Paese dove lo spirito della Davis è sempre rimasto vivo anche nei momenti in cui questa competizione ha sofferto il disinteresse di molti campioni, è certamente l’Australia. La squadra si è chiamata Australasia perché formata da giocatori australiani e neozelandesi. In realtà era stato il modo per poter far giocare in coppa un campione come il neozelandese Tony Wilding, quattro volte vincitore di Wimbledon. Alla terza partecipazione l’Australasia ha fatto centro. (Rino Tommasi, la Gazzetta dello sport, 1 dicembre 1999)

🔸  28 vittorie (1907-2003)

 

Jack Crawford

Per lui fu inventata l’espressione Grande Slam

Di Slam si era parlato per la prima volta nel 1933, quando l’australiano Jack Crawford aveva perduto l’ultima delle Quattro Finali a Forest Hills, dopo aver condotto due set a uno contro l’inglese Fred Perry. Crawford buttò giù uno scotch per combattere l’allergia durante il riposo che seguiva il terzo set, e non vide più la palla. (Gianni Clerici, la Repubblica, 11 gennaio 2003)

🔸  4 Australian Open, 1 Roland Garros, 1 Wimbledon (1931-1935). Morto nel 1991

 

Daphne Akhurts

La prima donna idolo

Ai tempi di Daphne Akhurst c’erano pochi soldi nel tennis, altrimenti sarebbe potuta diventare la prima versione di un fenomeno, una Graf o una Hingis. Nel 1917, quando aveva 14 anni, vinse il titolo di singolare studentesco del Nuovo Galles del Sud contro ragazze più grandi. Insegnante di musica, non ha mai avuto un allenatore. Imparò a giocare perché pensava che il tennis fosse divertente e sentiva di avere un talento naturale. Elegantemente vestita, spesso sfoggiava una fascia rossa tra i capelli. Le folle l’adoravano, rendendola la prima donna australiana a raggiungere lo status di idolo. Nel 1930, dopo aver sposato Royston Cozens, decise di lasciare. I suoi fan furono devastati, ma seguirono notizie peggiori nel gennaio del 1933. Daphne morì a 29 anni in seguito a una gravidanza extrauterina, lasciando suo marito a prendersi cura del figlio di sei mesi. Due anni dopo, Roysten sposò Louie Bickerton, una delle migliori amiche di Daphne e sua partner di doppio.

🔸  5 Australian Open (1925-1930). Morta nel 1933

 

John Bromwich

Il più indecifrabile

Biondo, con una mascella a lanterna, lo stile di gioco iconoclasta, un rovescio a due mani in parte precursore di quello usato dalla campionessa Monica Seles nell’era moderna. Ma a differenza di Seles, Bromwich usava entrambe le mani solo per il dritto. Il suo rovescio era a una mano sola, con il braccio sinistro. Ancora più curioso era il fatto che Bromwich decidesse di servire con la mano destra nonostante fosse un mancino naturale. Oltre a confondere i suoi avversari, Bromwich sosteneva la sua formula non ortodossa con un gioco aggressivo e un tocco opportunistico a rete. Voleava impunemente e si prendeva cura delle imboscate di chi giocava serve and volley rispondendo direttamente sulle loro scarpe da ginnastica, una tattica che si adattava bene ai campi in erba, prevalenti nel suo periodo di massimo splendore. (Robin Finn, New York Times, 23 ottobre 1999)

 

Con Vivian McGrath influenzò Gianni Merlo

L’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath, classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse i campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. (Ubaldo Scanagatta, Ubitennis)

🔸  2 Australian Open (1939-1946). Morto nel 1999

 

Frank Sedgman

Il più moderno

Forse Frank Sedgman è la risposta. La domanda è doppia, la risposta unica: quale tennista del passato avrebbe potuto vincere anche oggi?

Come apparirebbe un tennista di oggi, trasportato per magia dalla macchina del tempo all’inizio degli anni 50 del secolo scorso? Sedgman è stato il primo tennista costruito per diventare un atleta. Per essere più forte, più potente, più scattante degli altri. Un ginnasta, prima che un artista. 

Sedgman atleta e Sedgman ragazzo erano diversissimi. Il primo impressionava in campo per la spavalderia con cui forzava il dritto, pesantissimo, e si presentava a rete per raccogliere il punto. Stile pulitissimo, ritmo costante, grande facilità nel toccare al volo. Velocità straordinaria negli spostamenti, nei cambi di passo e di direzione. Ma fuori dal campo Frank era timido, quasi imbranato, inibito dagli opprimenti divieti morali e di etichetta di Hopman. | (Stefano Semeraro. Centre Court – Il tennis dei pionieri (Absolutely Free)

🔸  2 Australian Open, 1 Wimbledon, 2 US Open (1949-1952). Ha 92 anni

 

Roy Emerson

  Detentore del record di Slam fino a Sampras

Tra le sue molte qualità, Emerson era una persona accomodante e socievole, popolare tra i suoi coetanei con una evidente gioia di vivere e amore per il tennis. (John Bercow. Tennis Maestros)

 

Roy aveva trascorso la giovinezza in un caseificio, nelle zone rurali di Blackbutt, nel Queensland. Imparare a giocare a tennis faceva parte della cultura del tempo, un passatempo nazionale. Roy Emerson ricorda che la sua famiglia ha costruito un proprio campo da tennis usando i tumuli di argilla dalle colline dove le formiche facevano la loro tana, mescolando il terreno con il granito per formare una superficie piana. “Era un formicaio trasformato in un campo di gioco con un filo di ferro intorno. Il tennis non è un gioco facile. Sii paziente, accelera i tuoi passi e non colpire mai la palla più forte di quanto tu possa controllarla”. (B.W. Cook, LA Times, 18 maggio 2017)

🔸 6 Australian Open, 2 Roland Garros, 2 Wimbledon, 2 US Open (1961-1967). Ha 83 anni

 

John Newcombe 

L’ultimo dei Grandi

Nel 1967 e nel 1974 è stato al vertice delle classifiche, ma fuori dal campo ancora oggi, a quasi 70 anni (splendidamente portati) «Baffo» John è un numero 1 per simpatia, umanità, saggezza.

Il filo della tradizione «aussie» si è spezzato: come mai? «È successo nel 1968, con l’arrivo del professionismo. La Federazione escluse i “pro” dalla Coppa Davis: per 5 anni smettemmo di viaggiare con i giovani e non riuscimmo a trasmettere loro i nostri segreti. Una cultura andò persa. Ma Rafter sta lavorando bene, fra 5-6 anni l’Australia tornerà nella top-10».

Lei commenta il tennis in tv: la vedremo mai nelle vesti di coach? «No, guardi: sono sposato da 46 anni, ho sei nipoti e un business in Texas con il mio tennis-ranch. E soprattutto devo migliorare il mio golf». (Intervista di Stefano Semeraro, la Stampa, 12 gennaio 2014)

 

«È chiaro che il migliore di ogni tempo deve uscire dalla terna Djokovic, Federer e Nadal. Ma come si fa a non considerare Rod Laver? E Ken Rosewall dove lo mettiamo? E Bill Tilden, che dominò gli Anni 20 e 30? Sa cosa le dico: facciamo che il più grande di sempre è stato Lew Hoad: inavvicinabile nel ‘56, polso d’acciaio, volleatore superbo…». (Intervista di Gaia Piccardi, Corriere della sera, 15 luglio 2019)

🔸  2 Australian Open, 3 Wimbledon, 2 US Open (1967-1975). Ha 65 anni

 

Lew Hoad

Il polso più forte e più pigro di sempre

Figlio di negoziante, biondo con gli occhi azzurri, è più potente e meno paziente. “Era abbastanza forte da usare il top-spin come un colpo offensivo”, ha scritto Bud Collins nella sua “Modern Encyclopedia of Tennis”. “Colpiva forte, preferiva cercare il vincente. Aveva un tennis esuberante: commetteva errori banali quando non era in giornata. Ma quando la potenza si combinava con la concentrazione, attaccava come un’onda”. Ha braccia forti, si allena costantemente con i pesi e pratica pugilato nel circolo della polizia. Vanta anche un polso fermo con cui riesce a mascherare le intenzioni e cambiare direzione all’ultimo. Lo aiuta l’esperienza giovanile con il ping pong, dove è arrivato in finale nei Campionati nazionali junior del 1951, e ha preso poi l’abitudine di tagliare il manico delle racchette di qualche centimetro per mantenere un’impugnatura più alta.

   In questo modo, ha detto Adrian Quist, ex campione australiano con una seconda carriera di successo come general manager della Dunlop, “colpiva ogni palla, da ogni posizione, con naturalezza. Non si preoccupava troppo del movimento dei piedi. Semplicemente, quando gli arrivava una palla la colpiva forte e bene”.

È fidanzato con una tennista australiana, Jenny Staley, finalista agli Australian Championships del 1954. Le chiede di sposarlo durante la festa per i suoi ventun anni, a marzo del 1955. Programmano di annunciare il fidanzamento a giugno, quando saranno entrambi a Londra per preparare Wimbledon. Ma Jenny scopre di essere incinta, e allora il 18 giugno, il giorno prima dell’inizio dei Championships, celebrano direttamente il matrimonio alla St Mary’s Church. Avranno tre figli, si ameranno per tutta la vita. Nemmeno la corte di Lauren Bacall, una delle donne più belle del mondo, vedova di Humphrey Bogart, lo distoglie dalla sua Jenny. La poca flessibilità e un fondo di pigrizia mai sopito lasciano irrisolta la domanda su quanto avrebbe davvero potuto vincere. “Hoad – ha detto Jack Kramer – sapeva essere il migliore. Ma giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, era il più discontinuo di tutti”. 

È uno dei pochissimi ad aver trionfato a Wimbledon per due anni di fila. Ci sono riusciti, nel singolare maschile, solo Rod Laver, John Newcombe, Björn Borg, John McEnroe, Boris Becker, Pete Sampras, Roger Federer e Novak Djokovic. Ma dopo la finale del 1957, ha raccontato il sarto Ted Tinling, più che ai complimenti per la sua partita Hoad era interessato al contenuto della striscia dei Peanuts. | Alessandro Mastroluca, Supertennis

🔸 1 Australian Open, 1 Roland Garros, 2 Wimbledon (1956-1957). Morto nel 1994

 

Per scoprire il segreto di Hoad era sufficiente stringergli la mano, e rendersi conto dell’incredibile forza che aveva nel polso  Rino Tommasi

 

Rod Laver

L’ultimo a fare il Grande Slam

Era nato, Rod, da una famiglia di proprietari di bovini, a Langdale, un villaggio non lontano da Brisbane. Era tanto vasta, la sua famiglia, da formare con i parenti una squadra di cricket dilettantistico, dove il piccolo si inizia allo sport. I Laver si spostarono poi a Rockhampton, dove il papà aprì una macelleria, e i tre fratelli e una sorellina si misero subito a costruire un campo in terra, simile a quello che avevano avuto, nella fattoria. Lo dotarono addirittura di luci serali, e, sotto quelle luci, si vide apparire Hollis, il Maestro. «Rod non ha il sangue caldo come te e gli altri figli» disse a Papà Laver. «Ha la calma della mamma. Se riesco a mettergli addosso il killer istinct diverrà qualcuno. «Insieme al cosiddetto killer istinct, la capacità di vincere, Hollis insegnò al piccolo Rod un rovescio liftato che nessuno dei campioni mancini aveva mai posseduto, e lo convinse che dieci prime palle di battuta valgono più che tre aces e un doppio errore.

Passiamo, anche per ragioni di spazio, al 1956, quando un giovanissimo Rod di 18 anni affrontò il suo primo viaggio fuori dall’Australia. Scoprì che «l’erba di Wimbledon è la migliore del mondo» e che quella di Forest Hills (New York, dove si giocavano i Campionati d’America) «nemmeno adatto a una mucca, per il rischio che la poverina ci si rompa una zampa». E scoprì anche che «sulla terra il tennis è un altro sport, ogni punto è come la guerra, e ne venite sporchi come foste caduti in una buca». Assistette, Rod, al match di Forest Hills nel quale Lew Hoad perse la possibilità di fare Grand Slam, battuto nella finale del Quarto Torneo dal suo fraterno amico e partner di doppio Ken Rosewall. E tornò a casa sognando di superare i suoi celebri compagni di squadra. Si attende, dal 1969,qualcuno capace di un Grande Slam. Non immagino due. All’ultimo atto, lo Us Open, lo chiamava la moglie che stava partorendo. (Gianni Clerici, la Repubblica, 11 gennaio 2016)

 

  Quel magnifico 1969. Per una singolare coincidenza, Rod «Rocket» Laver realizzò il Grand Slam nel 1969, l’anno in cui Neil Armstrong «portò» l’umanità sulla Luna. A coniare il nomignolo «Rocket» (missile), che tutt’oggi contraddistingue l’ormai 81enne ex tennista australiano, fu il leggendario coach Harry Hopman, che tuttavia glielo affibbiò con palese intento ironico: quando se lo trovò di fronte in qualità di smilza e minuta promessa, non poté esimersi dal rimarcare che il ragazzino non brillava neanche per rapidità di movimento.

Eppure, quel piccoletto trapunto di efelidi e dai capelli rossicci sarebbe divenuto un autentico prodigio. …  Nel gennaio 1969, lo Slam australiano si tenne per la settima e ultima volta sull’erba dell’impianto di Milton Court, a Brisbane. Si trattò di fatto di un campionato nazionale, poiché degli appena 48 partecipanti (contro gli usuali 128 dei quattro tornei principali), appena venti erano stranieri. Erano gli anni in cui gli australiani dominavano il circuito e i più fieri rivali di Laver furono i connazionali Roy Emerson, Fred Stolle e Tony Roche, a loro volta vincitori seriali di major. La semifinale contro Roche costrinse il mancino di Rockhampton alla partita più lunga della carriera, per di più sotto un sole infuocato e con il 95 percento di umidità. Entrambi ricorsero a pastiglie di glucosio e pillole di sale, asciugamani gelati ai cambi di campo e persino foglie di cavolo sotto i berretti, fino a che Laver la spuntò con l’omerico punteggio di 7-5, 22-20, 9-11, 1-6, 6-3.  Con tre quarti di Grand Slam in tasca, Laver fece rotta per i prati di Forest Hills, quasi ingiocabili per le stesse perturbazioni che pochi giorni prima avevano funestato, ma reso memorabile, il festival musicale di Woodstock.

La finale fu rimandata al lunedì e gli organizzatori impiegarono persino un elicottero per asciugare il terreno zuppo d’acqua. Di là dalla rete, Laver trovò ancora Roche, che nel corso dell’anno l’aveva battuto in cinque degli otto incontri disputati. Anche stavolta partì bene, aggiudicandosi il primo set. Poi, Laver chiese il permesso di calzare scarpe chiodate e soverchiò l’avversario rimasto con le classiche sneaker. (Paolo Bruschi, il Manifesto, 24 agosto 2019)

🔸 3 Australian Open, 2 Roland Garros,  4 Wimbledon, 2 US Open (1960-1969). Ha 81 anni

 

Ken Rosewall

Il più longevo

C’è un’immagine di Ken Rosewall che non riesco a dimenticare. Cappellino bianco con visiera, fazzoletto da cow-boy al collo, l’australiano scivola sulla terra verde di Forest Hills ed ha appena colpito con la sua Wilson in metallo un rovescio in back in allungo. Nella sua interessante autobiografia, Rod Laver definisce l’amico-rivale il “meno apprezzato, tra i grandi giocatori, nella storia del tennis” e, subito dopo, si augura di poter assistere lassù in cielo, magari nelle vesti di raccattapalle, a una sfida tra Rosewall e Big Bill Tilden, cioè il tennista che, secondo gli esperti, avrebbe annientato ognuno di loro con i suoi colpi da fondo campo. “Vorrei tanto vedere cosa saprebbe fare Tilden, anche divinamente ispirato, contro il rovescio di Ken”, si domanda Laver. La perfezione stilistica di Rosewall, ancor più incredibile se si considera che nacque mancino e venne convinto a cambiar mano, era pari solo alla sua sobrietà, caratteristica che, sempre stando a Laver, lo mantenne sempre in un ruolo defilato rispetto ai fuoriclasse della sua epoca.

Già, ma qual è veramente l’epoca di Rosewall? Appena diciottenne, nel 1953, mise a segno la doppietta Australian Open-Roland Garros e conquistò i quarti a Wimbledon e le semifinali a Forest Hills.  Aveva quasi quarant’anni (ve lo immaginate?) quando conquistò la quarta finale di Wimbledon, nell’inutile tentativo di cancellare l’unica macchia di una carriera eterna. | (Remo Borgatti, Tennis Magazine)

🔸  4 Australian Open, 2 Roland Garros, 2 US Open (1953-1974). Ha 85 anni

 

Margaret Smith Court

La donna più vincente

Margaret Smith, prima che tennista, è un fenomeno atletico, forse il più straordinario tra le straordinarie amazzoni dei campi: non esclusa, tenetevi bene, Martina Navratilova. Nata mancina e piccolo borghese, Margaret si vergogna di apparire diversa dalle altre allieve del Border Ltc di Albury, e prende a giocare con la destra, com’era accaduto al suo compatriota Rosewall. La prima volta che le mostrano un paio di spikes domanda candida a che servono quei chiodi. Calzate le scarpette, corre su un’atroce pista di carbonella le 220 yarde in 26’’2, finendo a una narice da Glenys Beasley, atleta olimpica.

Al tempo delle attrici maggiorate, Margaret vantava ben altre caratteristiche vitali: 71 chili per 1,75 di altezza. Braccia lunghissime e mani ancor più lunghe, venti centimetri esatti. Da ferma, a piè pari, saltava la rete e riusciva a competere con i tennisti australiani di Davis nel loro prediletto esercizio ginnico, il salto del canguro, attuato richiamando le ginocchia allo sterno. Non è però da credere che Margaret fosse una virago, e lo dimostrano i suoi tremori, rossori, avvilimenti all’inizio della trionfale carriera. Una volta lanciata, poi, travolse tutto… fuorché, forse, Billie Jean. (Gianni Clerici. Wimbledon, Mondadori)

🔸  11 Australian Open, 5 Roland Garros, 3 Wimbledon, 5 US Open (1960-1973). Ha 77 anni

 

Evonne Goolagong

Campionessa anche da mamma

Ha sempre avuto un dono di leggerezza, mobilità, tipici della sua razza, gli aborigeni. Sempre l’aveva portata con sé, dal giorno in cui, inattesa apparizione, la vedemmo sul centrale di Roma battere Chris Evert, nel 1971. Giocava, come indicava il tabellone, per l’Australia, e pochi si soffermarono a riflettere sulla sua nascita, il colore nocciola della pelle. L’allora giovane Scriba, che in Australia c’era andato dieci anni avanti, era ritornato incredulo e avvilito, visitando una sorta di campo profughi, dove veniva riunita gente sfuggita alla vita nativa nel deserto, gente abbruttita dall’alcool, e dalle malattie della cosiddetta civiltà che gli era stata imposta. Gente sotto shock esistenziale e ereditario seguiti allo sbarco degli inglesi, che avevano sterminato, tra le altre, l’intera popolazione della Tasmania: un povero pastore aveva osato ribellarsi con la sua lancia, ferendo un aggressore. Genocidio.

Tra le molte famiglie sfortunate, quella della Goolagong era riuscita a scampare, attraverso chissà quali avventure. Il padre era un pastore nomade, ribattezzato col nome di Ken, unico aborigeno in una comunità bianca, nel villaggio di Barellan, quattro case assiepate intorno a un enorme silo, il cuore della cittadina. C’era, a Barellan, un campo di tennis di proprietà di un ricco colono, Bill Kurtzman e la piccola Evonne prese a frequentarlo, dapprima raccattapalle scalza dei bianchi, via via principiante, compagna di gioco, infine folgorante creatrice di magiche traiettorie  Il matrimonio la rese madre e, mentre tutti consideravano la sua carriera terminata, Evonne si presentò a Wimbledon con un bambino tra le braccia, e rivinse il titolo, nel 1980: seconda mamma, dopo che simile avventura era accaduta a Dorothea Douglas Chambers, 66 anni avanti. (Gianni Clerici, la Repubblica, 27 gennaio 2007)

🔸 4 Australian Open, 1 Roland Garros, 2 Wimbledon (1971-1980). Ha 68 anni

 

Talmente gentile ed elegante da dare l’impressione che le dispiacesse, vincendo, procurare un dolore alla sua avversaria  Rino Tommasi

 

I Supermacs

McNamara e McNamee

Peter McNamara era il più alto, il più longilineo dei Supermacs e anche il più raffinato. “Aveva un rovescio da morire”, dice di lui McNamee. “Era più elegante di Roger Federer”. È un epitaffio di cui ogni tennista sarebbe orgoglioso. McNamara è deceduto sabato a casa in Germania, a 64 anni, alla fine logorato dal cancro alla prostata. Pochi lo sapevano, così voleva, molti ne sono rimasti scioccati. Per Boris Becker era “uno dei bravi ragazzi del tennis”. Per Pat Cash “un grande compagno di squadra, un vero australiano senza fronzoli fino alla fine”.

A quarant’anni dalla loro apparizione, è facile aver dimenticato quanto fossero celebri i Supermacs nel loro periodo di massimo splendore. Le loro vittorie agli Australian Open nel 1979 e a Wimbledon nel 1980 (in occasione del 25° compleanno di McNamara) e del 1982 furono notizie da prima pagina. I Supermacs erano indivisibili, ma non erano identici. Come singolarista McNamara volò più in alto. Ha battuto Yannick Noah in una partita di Coppa Davis in Francia nel 1981, e alla fine dell’anno era nella top 10. Nel 1983, dopo aver battuto Ivan Lendl in una finale del tour, era n. 7. Col tempo, i Woodies hanno seguito le orme dei Supermacs, ma anche loro avrebbero ammesso che in quelle scarpe si stava comodi. (Greg Baum, The Sydney Morning Herald)

🔸 Nel doppio: 1 Australian Open, 2 Wimbledon (1979-1982). McNamee ha 64 anni. McNamara è morto nel luglio scorso

 

I Woodies

Woodforde e Woodbridge. I signori del doppio

A rendere tutt’altro che scontata la nascita del loro connubio era il fattore età. I due, infatti, non sono stati i classici coetanei cresciuti giocando assieme, dato che tra di loro intercorrevano quasi sei anni di differenzaWoodforde è nato ad Adelaide il 23 settembre del 1965, mentre Woodbridge il 2 aprile del 1971 a Sydney – indice che le loro strade si sono incrociate quando la natura aveva già fatto parte del proprio corso, soprattutto per Woodforde. Mark, infatti, era prossimo ai 25 anni, oltre che forte di quattro titoli nel circuito – di cui lo U.S. Open del 1989 in coppia addirittura con John McEnroe – quando i due decisero di disputare assieme una competizione, in quel di New Haven, torneo prologo dell’imminente Open degli Stati Uniti, anno 1990. Il risultato fu una debacle clamorosa, una sconfitta senza appello contro Steven Devries e David MacPherson al primo turno, che nessuno dei due si è mai dimenticato. “Fu così che cominciò la nostra storia, in una maniera totalmente disastrosa, aiutata dal fatto che, lo ricordo ancora, io giocai a destra e Todd a sinistra” rammenta Mark. “Una prestazione sconcertante che pensavamo non ci avrebbe risparmiato dalle ire di Ray Ruffles, il coach che ci seguiva all’epoca, che era solito riprenderci in maniera accalorata quando ci rendevamo protagonisti di prestazioni di basso livello. Ed invece scoppiò a ridere, rassicurandoci che nella successiva occasione non avremmo potuto fare altro che migliorarci. Una volta capito che forse era il caso di cambiare le nostre posizioni in campo, demmo vita ai Woodies”.

Pur non dotati di grandissima velocità al servizio, la miscela ottenuta dalla fusione dei loro stili di gioco fu esplosiva: le grandi capacità al volo di Woodbridge – che Agassi, uno che ha affrontato Sampras tante volte quanto fatto colazione, ha definito il miglior volleatore mai affrontato – e la proverbiale sagacia, oltre alla maggiore competitività da fondocampo, del mancino Woodforde fecero un numero spropositato di vittime per diverse stagioni. Dallo scorso gennaio, a testimoniare la loro grandezza, potete trovare due statue di bronzo che li rappresentano a Melbourne Park, a fianco a quelle di Laver, Rosewall e degli altri campionissimi che hanno fatto grande il nome dell’Australia nel tennis. | Luca Brancher, Tennis Magazine, 13 luglio 2010

🔸 In  doppio: 2 Australian Open, 1 Roland Garros, 6 Wimbledon, 2 US Open (1992-2000). Woodbridge ha 48 anni. Woodforde ha 54 anni

 

Fred Stolle

Il più glaciale

Rimarrà nella storia del tennis come un grande perdente di successo. non è un giocatore appariscente sul campo, con quelle gambe rigide, gli spostamenti sincopati e il temperamento apparentemente refrattario alle emozioni. Certo, dall’alto dei suoi 190 centimetri è dotato di un servizio paralizzante e come tutti gli australiani dell’epoca gioca magnificamente di volo, seppur senza troppa fantasia a dispetto di un ottimo rovescio, dettando un ritmo di gioco costante ed estremamente efficace, senza far troppa fatica, che gli concede di rado di rivaleggiare con gli stessi Emerson e Laver, più talentuosi, performanti e acclamati di lui. Bob Hewitt è il suo naturale compagno di doppio, eccellente specialista della disciplina ma caratterialmente agli antipodi del partner, tanto è composto Stolle quanto è spaccone e talvolta maleducato Hewitt, inviso ai selezionatori australiani che mai lo prenderanno in considerazione per un impiego in Coppa Davis. (Nicola Pucci, Sport 660)

🔸  1 Roland Garros, 1 US Open (1965-1966). Ha 81 anni

 

Patrick Rafter

  Il signore della veronica

Il ventiquattrenne Rafter, uno dei nove fratelli cresciuti nella città mineraria di Mount Isa nel Queensland, ricorda Cash in molti aspetti: nel look trasgressivo, con i capelli raccolti in un codino dietro la nuca, e nelle capacità acrobatiche. Rafter era conosciuto anche per l’incapacità di centrare le prove che contano. In questa stagione però il suo miglioramento è stato eccezionale. Si è buttato alle spalle tutti i cattivi ricordi, come un incidente al polso e la travagliata storia d’amore con una ragazza inglese, che lo ha condizionato nel rendimento per almeno due anni. (Roberto Lombardi, Corriere della sera, 9 settembre 1997)

 

Il codino, la crema, il sorry mate. Già nei primi anni si vedeva che sotto rete era una tigre, funambolico, determinato; che il servizio era un colpo buono, su cui lavorare per elevarlo a livelli di eccellenza. Il diamante però era ancora grezzo: da fondo era un agnellino, difficile vedere un giocatore così leggero ed inconsistente. I suoi colpi viaggiavano insicuri, lenti, spesso imprecisi, troppo arrotati per essere d’attacco e troppo deboli per esser insidiosi. Il fisico su cui costruire c’era, ma pareva avviato ad una onesta carriera di metà classifica o ricca di gloria come doppista. Serviva allora un cambio di rotta, senza se e senza ma… e puntualmente, eccolo che arriva. Spinto dalla famiglia e da quella federazione che prima lo aveva messo alla berlina, Pat inizia  lavorare sotto la supervisione “un certo” Tony Roche. Tanti scambiano l’inizio di quell’ascesa con il cambio di immagine che Rafter mette in piedi, guadagnandosi l’attenzione di milioni di donne nel mondo: quei bermuda stile hawaiano che spesso indossava in campo, i capelli lunghi raccolti in un codino, la crema solare che metteva a strisce sul viso. Pochi però si ricordano per che cambiare (e vincere)  serve una vera metamorfosi, fuori ma soprattutto dentro il campo. E in quei due anni di lavoro, gli effetti si videro non tanto nella tecnica – comunque particolare, perché diversa sia da quella classica sia da quella arrotatissima post-anni 80 – quanto nell’interpretazione del gioco, ovvero coprendo i suoi limiti tecnici e massimizzando la sua qualità principale di fighter unito all’istinto per il gioco offensivo.

Il dritto infatti migliora, anche se non sarà mai penetrante e preciso come quello dei manuali; meglio il rovescio (rigorosamente a una mano), con un braccio rigido e un movimento di polso molto accentuato quando chiudeva. Sono ormai perfetti i pezzi forti del repertorio, che esplodono letteralmente. E al primo posto il back: Rafter lo esegue in modo sublime, rifilando delle autentiche rasoiate ben accompagnate con le gambe. Altro punto di forza sono le volèe, sia in quelle di opposizione che in quelle acrobatiche: Pat sotto rete trova quel timing, quella posizione e quella sensibilità che dal fondo non riuscirà mai ad avere, tutti ricordano la sua inconfondibile “veronica” – la volée alta di rovescio – considerata da molti esperti come la miglior volèe alta di rovescio di sempre. Potente e agile, sembrava anzi più uno smash che un movimento fatto di sola agilità, compostezza, equilibrio. Sarà poi per quel polso e a quel gomito che madre natura gli ha donato che questo effetto pare naturale, sta di fatto che lui (con Sampras) diventa stato l’ultimo a scrivere pagine nuove nella storia del tennis come gioco aereo.

Ovviamente non senza il suo servizio: non gli è mai mancato, lo sappiamo, ma ormai Pat lo mulina alla grande, e diventa anzi il tappeto rosso con cui è sicuro di poter scendere a rete in tutte le condizioni di gioco, e contro ogni avversario. Il suo movimento si riconosceva con un lancio di palla piuttosto alto (famosi i suoi “sorry, mate!“, per scusarsi, solo Dominik Hrbaty farà meglio) ed un notevole caricamento della schiena e delle gambe, un istante dopo però esplodeva tutta la sua potenza grazie ad una poderosa azione della spalla, che con un giro quasi completo gli permetteva di ricoprire al meglio la palla in aria, accelerando alla grande. Un kick come pochi, ma anche un movimento esigente, per quelle articolazioni che proprio all’apice del momento d’oro, subiranno danni seri, probabilmente decisivi. (Davide Uccella, Ubitennis)

🔸  2 US Open (1997-1998). Ha 47 anni

 

Tony Roche

 Grande anche da coach

Se si dovesse costruire un giocatore ideale assemblando i colpi migliori di vari tennisti, alla voce “volée di rovescio” ci sarebbe un solo dubbio: Edberg o Roche? (Pietro Farro. Il tennis è un grattacielo – Effepi Libri)

 

A 25 anni guadagnava più del primo ministro. Ma la segreta ambizione di Tony Roche, figlio mancino di macellaio, ottavo australiano a vincere il Roland Garros, non aveva nulla a che fare con i servizi in slice e le volée di rovescio. Il giovane Tony avrebbe voluto seguire le orme del padre, allenatore dilettante, e diventare una stella del rugby a 13.

Peraltro, il primo approccio con lo sport che gli avrebbe dato gloria come giocatore e ancor più come coach, qualche dubbio ha fatto scattare. “Adesso ti faccio un ace” gli dice il suo avversario, che però liscia la palla e perde la presa della racchetta che, racconta il Daily Telegraph, vola dall’altra parte della rete. Il piccolo Tony, che non ha ancora dieci anni, non si scansa in tempo e ci rimette due denti.

Lo sport però, Tony ce l’ha nel sangue. È nato a Sport City, che si scrive Wagga Wagga e si legge Uòga Uòga, dove gli impianti sono più delle scuole e le vecchie glorie tornano per insegnare. Un’isola felice con cinquantamila abitanti e decine di campioni nel pedigree: dal golf (Steve Elkington) al cricket (Mark Taylor, ex capitano della nazionale, al rugby (i tre fratelli Mortimer), tutte le grandi tradizioni Aussie si abbeverano qui. Dicono sia, appunto, merito dell’acqua del fiume Murrumbidgee, che alimenta l’acquedotto locale.

Finita la scuola, Tony trova lavoro come promoter per la Dunlop a Sydney. Si allena con Harry Hopman e la generazione d’oro del tennis australiano.  …  È ancora un tennis diverso, ancora passatempo per gentiluomini e non già quello sport di muscoli e tensioni che Roche conoscerà come coach prima di Chris Lewis, il neozelandese capace grazie ai suoi consigli di due finali Wimbledon, poi di Ivan Lendl, che “la roccia” ha guidato a sette trionfi Slam su otto, di Pat Rafter, vincitore di 2 UsOpen serve&volley, e ancora di Roger Federer, che finalmente gli ha regalato Wimbledon, i Championships. (Enzo Anderloni, Supertennis)

🔸  1 Roland Garros (1966). Ha 74 anni

 

Pat Cash

Il guardiano della tradizione 

Umorale, strafottente, erbivoro puro, dotato di un serve and volley senza complessi: tennista che, per rincorrere una delle classiche e sublimi iperboli di Gianni Clerici, “Se avesse potuto, avrebbe risposto al volo anche al servizio”. Nel mio immaginario, già deviato da un’idea estetica del gioco, il suo compito storico era quello di guardiano della tradizione. Cash stese Lendl in 3 set con la forza e l’arroganza dei più indecifrabili. Come un James Hunt qualsiasi l’australiano non vinse più uno slam, devastato da infortuni e da una schiena tutt’altro che generosa. Ma lì, in quel momento, era giocatore imbattibile, capace di coprire la rete in maniera incredibile. Ogni punto mi sembrava più bello del precedente, ogni discesa a rete un attacco al potere. Tutto lo spettacolo pareva un inno alla ribellione e allo stesso tempo un omaggio alla tradizione, perché per quanto il tennis di Cash fosse quanto di più consono a quei prati, il personaggio lo era molto poco. Se ne convinsero tutti quando celebrò la vittoria scalando le tribune del Centre Court per un tuffo nell’entusiasmo del suo clan. (Andrea Aiello, Quando c’era il tennis – I Corsivi, Corriere della sera, 2014)

🔸  1 Wimbledon (1987). Ha 54 anni

 

Lleyton Hewitt

L’ultimo numero 1

Nel 2002 sono Hewitt e Agassi i più forti giocatori del mondo. Safin gioca a sprazzi e il tennis di Federer non è ancora “l’esperienza religiosa” poi cantata da David Foster Wallace. Quello di Rusty è lontano dal classico serve and volley australiano, il cui ultimo esponente di spicco è stato Rafter, classe 1972, che si ritira a fine 2001. Il suo è invece un tennis di corsa e resistenza, di “garra”, ben esemplificato dal suo grido di battaglia “C’mon!” e che poi Rafa Nadal tradurrà in “Vamos!”. Tanta grinta, ma scarsa simpatia, il suo tennis accende pochi appassionati. Il tennis di Hewitt era adatto all’erba: certo non era un giocatore di serve and volley (anche se sapeva giocare a rete), ma lo slice da destra, il lob liftato, il dritto anomalo dal centro con attacco in controtempo erano armi pericolose sui prati.  Non a caso ha vinto ben otto dei suoi trenta titoli sull’erba. | Stefano Priarone, il Foglio, 22 gennaio 2016

 

Lleyton Hewitt ha sfruttato al meglio, vincendo due prove importanti del Grande Slam, la fase di passaggio dal dominio di Pete Sampras a quello di Roger Federer. Ha compensato con grandi qualità agonistiche e di corsa alcuni limiti tecnici, anche perché la grande tradizione del tennis australiano aveva già iniziato prima di lui un declino nella produzione di campioni e di talenti difficile da spiegare senza uno studio più ampio della società australiana. (Rino Tommasi)

🔸 1 Wimbledon, 1 US Open (2001-2002). Ha 38 anni

 

  Gli australiani e il loro torneo. L’Australian Open ha una storia meno antica e meno nobile rispetto agli altri tornei dello Slam. Il libro d’oro si salva perché arricchito dai nomi dei grandi campioni australiani che per anni hanno fatto dell’Australia il primo paese del mondo. Quando la generazione di quel grande motivatore (più che maestro) di Geppetto Hopman si è esaurita lasciando i Sedgman, i Cooper, gli Hoad, i Rosewall, i Laver, i Newcombe ed i Roche senza eredi, gli australiani hanno reagito e hanno capito che senza i campioni di casa il loro torneo sarebbe morto senza la partecipazione dei migliori campioni stranieri. Per convincerli alla lunga trasferta hanno dovuto rinunciare all’erba e costruire un nuovo stadio. (Rino Tommasi, la Gazzetta dello sport)

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