La finale femminile agli Internazionali degli italopitechi

  In quarant’anni di cronache per Repubblica, Gianni Clerici usò 19 volte la parola italopitechi. Il conio lo aveva lasciato nella redazione del Giorno dalla quale veniva. Spiegò che si trattava di «pochi mascalzoni panattiani e, qualche anno prima, pietrangeliani». Gli italopitechi del Foro Italico si erano manifestati la prima volta sul due pari di un Panatta-Newcombe che valeva il passaggio del turno in Coppa Davis, il posto in finale. Il neologismo era nato quel giorno, e accostato a Pietrangeli in maniera retroattiva.

Gli italopitechi di Clerici riempiono il Foro, gradoni di travertino, stracolmi di spettatori un po’ troppo nazionalisti e se la prendono con i tennisti stranieri, colpevoli di tentar di vincere. In genere si manifestano in orde usciti dalle lor tane e in questa edizione si sono accaniti contro Sebastian Korda, secondo le cronache insultato ripetutamente per essersi legato sentimentalmente alla figlia di Pavel Nedved, ex laziale, ex juventino, tutti i difetti possibili agli occhi del tifo romanista, che parteggiava quel giorno per Flavio Cobolli, col volto di De Rossi tatuato da qualche parte. 

Nella stessa edizione, e nel giro di poche ore, abbiamo avuto una borraccia sulla testa di Novak Djokovic e una invasione di campo con vernici e colla, una protesta degli ambientalisti di Ultima Generazione. Ora, il punto non sono loro. Il punto è stata l’assenza di controlli. Un concentrato tale di episodi da fari scrivere a Piero Valesio su Domani che prima di candidarsi all’assai ipotetico ruolo di quinto Slam, di strada da fare ce n’è parecchia. 

Gli Internazionali degli italopitechi sono iniziati con gli annunci Vendo Biglietto alla notizia della rinuncia di Yannik Sinner e proseguono con la vasta copertura su tutti i tiggì della nazione dei tornei di doppio e delle mirabile imprese delle coppie Errani-Paolini e Bolelli-Vavassori. È la prova definitiva dell’avvenuta degradazione del tennis a terreno di coltura per il nazionalismo più cieco, quello che esclude da iridi e pupille qualunque altro dio all’infuori di Mameli. 

Il torneo che si candida a quinto Slam ha visto andare in scena con le tribune semivuote una delle partite di tennis più desiderabili dell’età contemporanea, Iga Swiatek vs Cori Gauff. Si è giocata in un Campo Centrale allegramente deserto ha fatto notare L’Équipe. 

Una battaglia di coraggio e ferocia, ha scritto il giornale francese, tenutasi nel più totale disinteresse degli orfani di Passaro. Swiatek ha spinto una prima palla di piombo, spesso a più di 200 km orari nei primi game di servizio, la giovane americana ha accettato senza batter ciglio la sfida del tiro piatto.

  È così che Swiatek si ritrova in finale per la terza volta al Foro Italico dopo i titoli del 2021 e del 2022. Senza aver perso un set. Dai tempi di Serena Williams [2013] non c’è una giocatrice capace di vincere Madrid e Roma di fila. Può provarci la polacca, alla ricerca del 21esimo titolo in carriera, anche se lei ripete di non pensare alle statistiche o alla storia. Ha giurato di non aver visto l’altra semifinale, la partita della sessione notturna di giovedì, troppo tardi. La partita che ha promosso Aryna Sabalenka, riproponendo in finale a Roma il nuovo classico del tennis.

Due stili di gioco e un grande duello – spiega L’Équipe – uno basato su ritmo e rigore, l’altro su colpi iniziali con cui prendersi dei rischi. Franck Ramella dice che non esiste sfida più dura che affrontare Iga Swiatek in una finale sulla terra battuta. Il servizio dell’una contro la risposta dell’altra, il fuoco in attacco contro il ghiaccio in difesa“. Nei primi mesi dopo il ritiro di Ashleigh Barty, Swiatek aveva travolto tutti. Poi Sabalenka ed Elena Rybakina sono arrivate al suo livello, qualche volta l’hanno superata. Anton Dubrov, l’allenatore di Sabalenka già battuta in finale a Madrid, dice che per Aryna stare in campo è come una medicina. Ha ricordato i momenti difficili vissuti a gennaio per la morte del suo ex compagno.

Va in scena una nuova edizione della sfida. Speriamo che la premiazione riesca meglio dell’altr’anno. Nomi pronunciati male, imbarazzo ed errori perfino al momento della consegna dei premi dopo la finale del torneo femminile. Il “piatto” viene chiamato “targa” e quasi vieninternae dato alla tennista sbagliata. La vincitrice – raccontava Fanpage – attende la coppa e fa un gesto eloquente: me la date o la prendo da sola?.

Tutto a notte fonda.

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