IL GIRO DEI GIRI
Tappa-9
Uno dice Napoli, pensa al traguardo in via Caracciolo e pensa a uno sprintone di gruppo. No. Cioè. Non sempre. L’arrivo a Napoli omaggia la natura della città. Non è mai lo stesso. Dipende da quale lato lo prendi, da come ci arrivi. La rivista Rouleur dice che stavolta sembra più favorevole ai velocisti rispetto agli ultimi due anni, quando il percorso aveva più strappi per incoraggiare gli attaccanti. Siamo alla terza presenza consecutiva in città dopo le quattro nel mezzo secolo precedente.
I saliscendi per precipitare su via Caracciolo non mancano. La scoperta della salita di Coroglio nel 2022 fu geniale, un tracciato assai poco convenzionale, giungendo dai Campi Flegrei, dice Rouleur, come in una classica delle Ardenne. Infatti la strada stuzzicò Mathieu van der Poel, Biniam Girmay e Thomas De Gendt. La tappa dell’anno scorso è stata altrettanto difficile ma in modo diverso, con salite più lunghe e più ampie nel sud della città. Alessandro De Marchi cercò di sorprendere il gruppo, Mads Pedersen vinse allo sprint.
Oggi ci sono meno complicazioni, la tappa parte da Avezzano e a Napoli ci si arriva da nord, da Caserta, attraverso le strade pianeggianti della litoranea, passando dalla capitale della mozzarella di bufala, Mondragone.
Gli ultimi 25 km sono pieni di strade urbane tortuose e tecniche. Nel tratto finale il Giro incrocia le ferite di un dramma recente, recentissimo. Sabato scorso, tornando da una serata in un locale, Sara Romano è stata travolta e uccisa da un suv nel rione di Cavalleggeri. Stava dando il cambio alla guida a un’amica. Il Giro passa davanti ai fiori deposti in quella curva maledetta nel pomeriggio, stasera il quartiere tiene una fiaccolata silenziosa per ricordarla e per chiedere più attenzione, più sicurezza, più cura, magari pure qualche dissuasore lungo il rettilineo dal quale le macchine arrivano a velocità folli. Quando sarà passato il Giro, i dissuasori [forse] potranno metterli, chi lo sa, chi lo può dire.
Due storie napoletane
Una è su L’Équipe Magazine. Dove si racconta la vita di Raffaele Ferrara, definito “ex corridore professionista, ex delinquente legato alla camorra, diventato influencer. Coperto di tatuaggi fino al collo e occhiali alla moda sul naso”, vive da quasi trent’anni a Castelfranco Veneto, “ma non ha perso quell’impagabile accento napoletano che in gruppo non sentiamo più” dai tempi di Giuliano Figueras [decimo al Giro 2001] e Totò Commesso [due tappe al Tour fra 1999 e 2000].
Ferrara racconta le sue origini nel quartiere di San Pietro a Patierno. «Non eravamo una famiglia camorrista, ma è successo quasi automaticamente. Andavo in giro dall’età di 5 anni, vedevo tossicodipendenti, spacciatori, poi la gente ha iniziato a chiedermi piccoli favori. Cresci e ti arruolano, ti insegnano a sparare, ti sparano, c’erano anche finti interventi della polizia per vedere se eri capace o no. È stata la mia vita fino a 17 anni. Mi piaceva essere rispettato». Fu proprio grazie a una corsa contro la camorra che Ferrara scoprì il mondo del ciclismo. Racconta a Valentin Pauluzzi: «A organizzarla era stato un appassionato del mio quartiere, un bravo ragazzo che spesso prendevo in giro. Pensai: – Che diavolo sta facendo? Non potremo mai cambiare il mondo. Le mie uniche ruote erano quelle dello scooter, senza casco, senza targa, tre di noi sopra. Fu la mia prima volta in bici, mi sono divertito tantissimo».
Così il padre, appassionato di ciclismo, lo tesserò per una società. «Quando mi allenavo – racconta lui – la gente mi prendeva in giro, mi tirava oggetti, mi sputava addosso, sembravo un perdente. Io scendevo dalla bicicletta, mi toglievo le scarpe e li prendevo a calci. Ero molto aggressivo, avevo paura di non avere abbastanza paura. Ho dovuto combattere a Napoli contro i napoletani e al Nord perché ero napoletano».
Fu notato in alcune gare locali, lo portarono a Varese per un provino, cadde di proposito nella speranza di essere rimandato a casa, «per fare quello che veramente volevo: il camorrista. Mio padre capì il giochino. Per rispetto dei suoi sacrifici, rifeci il provino e sono arrivato secondo. È iniziata così la mia carriera, ma ho corso sempre al 40% delle mie possibilità».
Racconta del suo rapporto gioioso con Davide Rebellin, della Vuelta corsa nel 2002, il Tour de France nel 2003, il Mondiale del 2006 vissuto da riserva. Quando ha smesso col ciclismo, ha fatto il camionista per l’azienda del suocero. Dodici anni. Gli è costato un divorzio. Con il covid ha avuto un’idea. Fare quel che faceva Vieri. Ma con il ciclismo. Delle dirette Instagram con altri ex ciclisti. È passato su Twitch, ha coinvolto Vincenzo Nibali e Domenico Pozzovivo. È nata così la SqualoTV. È finito nel giro della federazione di Cordiano Dagnoni per produrre contenuti da social network durante le gare di RCS.
La seconda storia napoletana è su Giro di Ruote. Giovanni Battistuzzi racconta la storia di Ferruccio Varriale, napoletano del borghese Vomero, padre medico, mamma insegnante al liceo, famiglia benestante, primo di tre figli, l’unico a essere nato prima della Seconda guerra mondiale. Anzi. Nato il 10 giugno del 40. Alle due e mezza del pomeriggio. «Per anni ho creduto di essere l’ultimo bambino nato prima dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale». A 13 anni gli regalarono la prima bicicletta, a 16 ebbe una Bianchi – quella di Coppi – a 19 vide lui. Coppi in persona. Ricorda pure la data: 16 febbraio 59.
«Stavo andando all’università, non ricordo perché, ma ricordo tutto il resto. Al bancone del bar c’era lui, Fausto Coppi, con gli occhiali e il Borsalino. Era lì davanti a me e io avevo la bocca aperta. Mi misi vicino, chiesi un caffè. Lui stava parlando con un signore distinto. Rimasi là a bere il caffé con enorme lentezza. Poi, quando stava per andarsene, gli rivolsi la parola: ‘Signor Coppi me lo firmerebbe un autografo?’. Lui si girò, mi sorrise timido, fece cenno di silenzio. Poi prese il libro che avevo in mano, estrasse una penna dalla tasca interna della giacca e scarabocchiò il suo nome e cognome. Poi mi chiese come mi chiamassi. Scrisse: ‘A Ferrucio, con simpatia’. Ferrucio, con una c in meno. Ma chissenefrega».