Vedi caro amico, cosa si deve inventare
Lucio Dalla
Per sfuggire alla noia, cerchiamo parole. L’Équipe ha trovato un’alternativa lessicale a Cannibale. Stamattina Pogačar è il ghiottone. Per El Pais invece è il vorace. Iniziativa apprezzabile. Almeno qualcosa cambia.
Tadej ha vinto la terza tappa al Giro in otto giorni, sono cose da velocisti. Tre erano stati i successi di Arnaud Démare allo sprint nel 2022. Quando arriverà il quarto, ricorderemo che nel 2020 l’avevano fatto Ganna e ancora Démare.
Sul traguardo di Prati di Tivo, Pogačar ha dato altri 4 secondi di distacco in classifica a Martinez prendendosi l’abbuono [2:40 il ritardo del secondo]. Thomas ne ha perduti altri 12 [a 2:58]. È la 17esima tappa in un grande Giro per lo sloveno [11 al Tour, 3 alla Vuelta], a due di distanza da Roglic tra i corridori in attività. Cavendish è [ancora] irraggiungibile a 54.
Eppure, il ghiottone non ha fatto sfracelli [“Sa vincere anche senza dominare”, Repubblica]. È entrato in modalità-Tour de France. È arrivato in cima in 35:58, solo il 18esimo tempo di sempre per la scalata. Per capirci: Alexey Lutsenko al Giro d’Abruzzo di quest’anno lo avrebbe staccato di 50 secondi. Ulissi e Adam Yates gliene avrebbero dati 48. Alla Tirreno-Adriatico del 2021 Pogačar stesso era salito in 35.11.
Ha anche la maglia di miglior scalataore. Il dubbio è come faccia a non aver preso pure la ciclamino, che invece è sulle spalle di Jonathan Milan.
Tadej Pogačar e la UAE sono troppo forti per la concorrenza, scrive L’Équipe, il problema forse è che “inseguono le tappe anche a costo di infastidire il resto del gruppo” – scrive Yohann Hauptbois. “Sembra che non vogliano lasciare briciole al gruppo. Non conoscevamo bene le intenzioni dello sloveno: avrebbe schiacciato le teste dei suoi avversari già sott’acqua o avrebbe guardato la ginestra che cresce nella roccia? Il gruppo oscilla tra la rassegnazione e l’autocritica”.
El Pais con Jon Rivas aggiunge però che non stiamo parlando di “un tiranno stile Lance Armstrong, il ciclista mai esistito, ma di un ragazzo che vuole vincere tutto e non regalare nulla. Come se fosse semplice”.
La rivista Rouleur racconta con Richard Windsor che “c’è spesso un punto in un grande Giro nel quale il leader e la sua squadra scelgono di pedalare in modo più conservativo in montagna, consentono a una fuga di corridori non minacciosi di ottenere un buon vantaggio per vincere la tappa e risparmiare le energie. L’ottava tappa del Giro d’Italia si sarebbe adattata perfettamente a questa narrazione. Ma Tadej Pogačar non l’ha seguita. Dategli la prospettiva di una potenziale vittoria e quell’appetito cannibalistico diventerà insaziabile”.
[Ah, ecco, Cannibale da qualche parte c’è]
Stefano Zago su Al Vento racconta allora la giornata di questi rassegnati e delusi: “Maglietta lievemente slacciata all’altezza del petto, segno di un caldo che inizia a stringere, di una sofferenza lieve, sapore della pedalata, una danza sui pedali che rimanda alla montagna perché sono i suoi uomini ad arrampicarsi in questo modo, a prendere queste movenze, la bicicletta, dall’alto, ondeggia, alleggerita del peso dello scalatore che si libra nell’aria: è l’immagine di Romain Bardet che si infila in una fuga che non è solo una fuga, è la ricerca del tempo perduto, un viaggio che è un sentimento e non soltanto un fatto, ci avrebbe suggerito Mario Soldati. Nairo Quintana e Julian Alaphilippe a scalpitare insieme al francese e ad altri undici uomini, dopo che il filo dei fuggitivi si è spezzato e ricongiunto più volte”.
Enzo Vicennati su Bici Pro si consola con il doppio attacco di Antonio Tiberi: “Questa è la legge della jungla: facciamo tutti parte di una catena alimentare e al momento Pogačar è il re. Così la scena si è consumata quasi tutta negli ultimi tre chilometri della salita, quando Tiberi ha cominciato a guardarsi intorno. Altri giovani in passato hanno sfidato l’imperatore del momento: alcuni sono diventati grandi, altri sono spariti. Ma quello di cui avevamo e abbiamo bisogno è un italiano che getti via i timori reverenziali e scopra le carte”.
Su Bicisport è la giornata del dribbling di Alessandra Giardini. Non ci sono le sue pagelle, ma Emanuele Peri ha dato lo stesso nove allo sloveno [“Che dire, poteva fare di più? Ad essere sinceri sì”] e 7,5 a Tiberi: “Peccato per i due secondi persi negli ultimi metri perché il corridore laziale oggi meritava quanto meno di entrare nei primi tre. Due allunghi per testare le gambe degli avversari e dimostrare anche di avere una bella personalità. Nella generale ora è sesto a 1’25” dal podio”.
Oh, comunque il belghino Cian Uijtdebroeks si è ripreso la maglia bianca. Antonio Tiberi è a 21 secondi. A qualcosa bisognerà appassionarsi.
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