Un lanciatore nel baseball è “solitudine e forza, concentrazione e volontà”. Un lanciatore nel baseball è “il lupo solitario ritto in mezzo al diamante, che assume su se stesso tutto il peso del gioco”. Deve avere un “movimento fluido, la frustata del braccio avanti ogni volta con la stessa angolazione, la gamba destra raccolta in alto che spinge fuori dal rubber fino al momento del rilascio”.
Quando Paul Auster lo descrisse così in Sunset Park [in italiano per Einaudi], sapeva cosa stava dicendo. In una intervista di sei anni fa con Anna Lombardi per Repubblica, raccontò la sua passione per il baseball. Aveva incrociato a un certo punto l’annuncio di Philip Roth di ritirarsi dalla scena, non scrivo più, me ne vado, il romanzo è morto – questo pensava – e Auster lo criticò sostenendo che il mondo era ancora pieno di storie da raccontare, il romanzo si sarebbe adattato ai tempi.
A Repubblica disse che però con Roth non ne aveva parlato, perché [alla Gianni Minà] «io, Philip e Don DeLillo eravamo grandi appassionati di baseball. Quando ci ritrovavamo insieme preferivamo parlare soprattutto di quello. Ci incontravamo per il piacere di stare insieme e ovviamente parlare di sport era più divertente e rilassante. È quello che fanno gli amici. Non si incontrano per discutere del loro lavoro: tanto meno per criticarsi».
La maggior parte delle cose che sappiamo su Paul Auster e lo sport, si deve a uno scambio di lettere con JM Coetzee, una corrispondenza raccolta in Here and Now: Letters (2008–2011), di cui diede conto tempo fa il New Yorker.
In piena crisi della finanza mondiale, Coetzee gli confessava una sua debolezza. Wall Street cedeva e lui se ne stava in poltrona a guardare lo sport, il cricket soprattutto, cinque giorni di fila a non far altro, stavano giocando Australia e Sudafrica.
“Ero assorbito, coinvolto emotivamente, mi staccavo solo a malincuore. Per vedere la partita ho messo da parte i due o tre libri che stavo leggendo. Il cricket si gioca da secoli. Come in tutti i giochi, ci sono un certo numero di mosse che puoi fare e solo un certo numero di effetti che puoi causare. All’età di trent’anni, qualsiasi spettatore serio deve avere momenti di déjà vu, più che momenti, si tratta di periodi prolungati. Giustamente. Tutto è già stato fatto prima. Mentre una cosa che si può dire di un buon libro è che non è mai stato scritto prima. Allora perché sprecare il mio tempo accasciato davanti allo schermo televisivo guardando dei giovani che giocano? È una perdita di tempo. Non imparo nulla. Non mi rimane niente. Ti suona familiare? Lo sport è come il peccato: lo si disapprova ma si cede perché la carne è debole”.
Coetzee scriveva il penultimo giorno dell’anno e quelle righe capitavano sotto gli occhi di Auster due ore prima della sua partenza per l’aeroporto. Stava lasciando casa per dirigersi in Europa, “in una Parigi gelida, nella mia camera d’albergo, incapace di continuare il pisolino che speravo di fare per scongiurare gli effetti di una notte insonne”.
Rispose a penna, dicendo che guardare lo sport in TV, “sono d’accordo con te, è un’attività inutile, una totale perdita di tempo. Eppure quante ore della mia vita ho sprecato in questo modo? Il conteggio totale è senza dubbio spaventoso, e il solo pensarci mi riempie di imbarazzo. Tu parli di peccato – rispose Auster – (scherzando), ma forse il vero termine è piacere colpevole, o forse solo piacere. Nel mio caso, gli sport che mi interessano e che guardo regolarmente sono quelli che praticavo da ragazzo. Si conosce e si comprende intimamente il gioco, e quindi si può apprezzare l’abilità, le abilità, spesso sorprendenti, dei professionisti. Non mi interessa niente dell’hockey su ghiaccio, per esempio, perché non ci ho mai giocato e non lo capisco veramente. Nel mio caso, tendo a concentrarmi e a seguire delle specifiche squadre. Il coinvolgimento diventa più profondo quando ogni giocatore è familiare, e questa familiarità aumenta la capacità di sopportare la noia, tutti quei momenti tristi in cui non succede niente”.
Ma tutto quello sport guardato in tv, contrariamente a quanto pensava Coetzee, non era un’esperienza così distante dalla lettura. “Non c’è dubbio sul fatto che le partite hanno una forte componente narrativa. Seguiamo i colpi di scena per conoscere il risultato finale. Non è come leggere un libro, non il tipo di libri che tu e io cerchiamo di scrivere. Ma è un’esperienza più strettamente legata alla letteratura di genere. Pensa ai thriller o ai romanzi polizieschi. Sono sempre lo stesso libro, ripetuto all’infinito, migliaia di sottili variazioni sulla stessa storia, eppure il pubblico ha una fame insaziabile di questi romanzi. Come se ognuno fosse la rievocazione di un rituale. Tendo a pensare allo sport come a una sorta di performance artistica. Tu ti lamenti del déjà vu di tante partite e partite. Ma non succede la stessa cosa quando vai a un recital della tua sonata per pianoforte preferita di Beethoven? Conosci già il pezzo a memoria, ma vuoi sentire come lo interpreterà quel particolare pianista. Ci sono pianisti e atleti ambulanti, ma poi arriva sempre qualcuno che ti toglie il fiato. Mi chiedo se due gare siano mai state davvero esattamente identiche. Tutti i fiocchi di neve sembrano uguali, ma la saggezza comune dice che ognuno è unico. Più di sei miliardi di persone abitano su questo pianeta e presumibilmente le impronte digitali di ognuno sono diverse da quelle di chiunque altro. Delle molte centinaia di partite di baseball che ho guardato – forse anche migliaia – quasi ognuna ha presentato qualche piccolo dettaglio o evento che non avevo mai visto in nessun’altra partita. C’è il piacere nel nuovo, ma anche il piacere del noto. Il piacere di mangiare il cibo che ci piace, il piacere del sesso. Non importa quanto esotica o complessa possa essere la propria vita erotica, un orgasmo è un orgasmo, e noi lo anticipiamo con piacere a causa del piacere che ci hanno dato in passato”.
Eppure, in effetti, riconosceva Auster, “ci si sente un po’ stupidi dopo aver passato un’intera giornata davanti al televisore a guardare dei giovani che si lanciano palline uno contro l’altro. I libri restano sul tavolo senza essere letti. Non sai come siano passate le ore, e peggio ancora la tua squadra ha perso”.
Lo scambio sarebbe proseguito ancora un altro paio di volte. Coetzee si mise a confutare il principio dello spettacolo sportivo come attrazione estetica, chiedendosi allora perché mai il football fosse un grande business mentre la danza deve essere sovvenzionata.
“Perché una gara sportiva tra robot non interessa? Perché le donne sono meno interessate allo sport rispetto agli uomini?”. [Ahia]. Secondo Coetzee, “quel che l’approccio estetico ignora è il bisogno di eroi che lo sport soddisfa. Questo bisogno è più intenso tra i ragazzi abbastanza giovani. Ho il sospetto che sia il residuo di questa fantasia giovanile ad alimentare l’attaccamento degli adulti allo sport”.
In sostanza: brama di eroismo. Curioso, pensava Coetzee, perché “gli Spartani alle Termopili combatterono insieme e morirono insieme; erano tutti eroi, ma non erano una squadra di eroi. Una squadra di eroi – chiudeva la lettera – è un ossimoro”.
L’illustrazione del New Yorker
Nel frattempo siamo a febbraio del 2009, Auster è rientrato a Brooklyn e nel riprendere il concetto di “piacere colpevole che spesso ci lascia con una sensazione di disgusto verso noi stessi”, aggiunse una riflessione sul significato di eroismo in relazione alla prima infanzia.
“Con i ragazzi, penso, ha in gran parte a che fare con un’idea del maschile, dell’identificazione sessuale, del prepararsi a diventare un uomo e non una donna. […] Da bambino americano, nei primi anni Cinquanta, cominciai le mie simulazioni della vita maschile da cowboy. Ancora una volta, era tutta una questione di ornamenti esterni: gli stivali, il cappello, le Colt ben strette nelle fondine. Poiché nessun cowboy che si rispetti potrebbe chiamarsi Paul, ogni volta che indossavo il mio costume da selvaggio West insistevo che mia madre mi chiamasse John, e mi rifiutavo di risponderle ogni volta che se ne dimenticava. Ma poi – non ricordo più in quale momento, anche se sicuramente avevo tra i quattro e i cinque anni – una nuova passione si è impadronita di me, una nuova serie di simboli, un nuovo regno in cui affermare la mia mascolinità: il football nella sua incarnazione americana. Non ci avevo mai giocato, capivo a malapena le regole, ma da qualche parte, in qualche modo, mi sono messo in testa che i giocatori di football sono i veri eroi della civiltà moderna. Ancora una volta, era tutta una questione di aspetto esteriore. Non volevo tanto giocare a football quanto vestirmi come loro, possedere una divisa da football, e la mia madre sempre indulgente esaudì il mio desiderio comprandomene una. Casco, spalline e maglia bicolore, i pantaloni speciali che arrivavano fino al ginocchio, un pallone in pelle, tutto quello che mi permetteva di guardarmi allo specchio e fingere di essere un calciatore”.
Insomma: è chiaro. Auster insiste: guardare lo sport è un’esperienza estetica. Lo è stato da bambini, continua a esserlo da adulti. Una volta aveva scritto una lettera a Otto Graham, il miglior quarterback dell’epoca, invitandolo alla sua festa per l’ottavo compleanno. Il bello è che Graham gli aveva risposto, spiegando perché proprio non potesse. “Ricordo una fantasia distinta di Otto Graham che veniva a casa mia e noi due andavamo in cortile e giocavamo con un pallone. Quella era la mia vera festa di compleanno. Non c’erano altri ospiti presenti, nessun altro bambino, nemmeno i miei genitori, nessuno tranne me e l’immortale OG”.
L’Auster scrittore si sentiva in grado di decriptare il vagheggiamento dell’Auster bambino. Così, a Coetzee scrisse di sapere con la massima convinzione “che questa fantasia rappresentava il desiderio di crearmi un padre sostitutivo. Nell’America della mia giovane mente, i padri avrebbero dovuto giocare a palla con i loro figli, ma mio padre raramente lo faceva con me, raramente era disponibile in uno qualsiasi dei modi in cui immaginavo che i padri dovessero essere disponibili con i loro figli, e così ho pensato che invitando un eroe del football in casa mia potessi avere qualcosa che mio padre non mi aveva dato. Tutti gli eroi sportivi sono dei padri sostitutivi? È per questo che i ragazzi sembrano avere più bisogno di eroi rispetto alle ragazze? Tutta questa fissazione giovanile per lo sport non è altro che un ennesimo esempio della lotta edipica in clandestinità? Non sono sicuro. Ma l’intensità maniacale degli appassionati di sport – non tutti, un gran numero – deve provenire da qualche parte molto profonda dell’anima. Qui è in gioco qualcosa di più di un semplice diversivo momentaneo o di un semplice intrattenimento”.
Alle soglie della primavera 2009, Coetzee avrebbe replicato di nuovo. David Foster Wallace aveva già definito Roger Federer un’esperienza religiosa, quando lo scrittore sudafricano parlò di lui a Paul Auster, ne parlò come uno dei pochi esempi di tempo ben speso nel guardarlo. “È davvero solo l’estetica, mi chiedo, a rendere vivi per me questi momenti?. Si comincia con l’invidiare Federer, si passa all’ammirazione e si finisce per non invidiarlo né ammirarlo, ma esaltarsi alla scoperta di ciò che un essere umano, un essere come noi, può fare. Una reazione molto simile di fronte ai capolavori d’arte, ai quali ho dedicato molto tempo, senza più distinguere l’etica dall’estetica”.
Auster rispose che “in un secondo momento, forse, mi siederò e proverò a scrivere una replica” sulla questione etica-estetica, per ora, comunque sia, Coetzee poteva accontentarsi di una certezza: “Su Federer sono totalmente d’accordo con te. Provo stupore per il fatto che un altro essere umano stia realizzando certe cose, stupore per noi (come specie) che non siamo solo i vermi che spesso sembriamo, ma siamo anche capaci di realizzare cose miracolose: nel tennis, nella musica, nella poesia, nella scienza – così quell’invidia e quell’ammirazione si dissolvono in un sentimento di gioia travolgente. È qui che l’estetica e l’etica si fondono”.
Si scrissero ancora per parlare di agonismo, di scacchi, di vergogna per le sconfitte. L’ultima lettera è dell’aprile 2009, quando Auster parla di “piacere per la competizione”, riferendosi al “senso di liberazione che deriva dal dedicarsi completamente a un gioco, all’effetto benefico sia sul corpo sia sulla mente causato dalla concentrazione assoluta su un compito particolare in un momento particolare, la sensazione di essere fuori di sé, temporaneamente sollevati dal peso dell’autocoscienza. Vincere e perdere sono fattori necessari ma secondari, la scusa di cui si ha bisogno per dedicare il massimo sforzo a giocar bene, perché senza il massimo sforzo non può esserci vero piacere. Il punto non è vincere ma far bene, fare il meglio che puoi. Per tutta la mia infanzia e adolescenza, ho praticato sport di squadra, principalmente baseball e basket, raramente ho gareggiato in attività individuali. Di tutte le centinaia di partite a cui ho preso parte, credo che le mie squadre abbiano vinto e perso più o meno in egual misura. Vincere è sempre stato più divertente che perdere, ma non ricordo di essermi mai sentito devastato da una sconfitta, tranne le poche volte in cui ho sbagliato una giocata e mi sono sentito responsabile per aver deluso i miei compagni. Negli sport individuali immagino che l’ego sia molto più coinvolto. Mio padre viveva e respirava tennis, la sua stessa esistenza era definita dal suo amore per il tennis. Per molti anni si svegliava alle sei del mattino per giocare un paio d’ore prima di andare al lavoro. Le sconfitte con lui non mi hanno mai ferito, ho invece scoperto come fossero vuote e sgradevoli alcune vittorie. Circa quindici anni fa, giocavo a tennis con un amico scrittore, pessimo, tragicamente inetto, non riusciva a conquistare nemmeno un punto contro di me. Non provavo alcun piacere nel vincere. Mi dispiaceva solo per il mio povero e coraggioso avversario, che si era tuffato nell’estremità più profonda della piscina senza sapere nuotare”.