Evenepoel-Merckx, Alcaraz-Nadal, Diego-Napoli
Quella cosa enorme che chiamiamo eredità
Il Belgio non vince il Giro d’Italia con un suo ciclista dal 1978, era Johan De Muynck, e un Tour de France sfugge dal 1976, quando in maglia gialla a Parigi arrivò Lucien Van Impe. Il dopo Merckx nelle grandi corse a tappe sembrava dolce, invece era un inganno. Remco Evenepoel, primo alla Liegi in maglia iridata, promette di colmare il vuoto negli albi d’oro.
La Spagna del tennis ha atteso vent’anni dopo Manuel Orantes per riabbracciare uno Slam con Sergi Bruguera, per veder premiati poi Carlos Moyá, Albert Costa e Juan Carlos Ferrero, prima dell’avvento di Nadal e dei suoi 22 titoli fra 2005 e 2022. Ora che Rafa guarda le sfumature arancione dei tramonti, il peso di questa cosa gigantesca che chiamiamo eredità si posa sulle spalle di Carlos Alcaraz, vincitore sulla terra rossa di Barcellona.
L’attesa della città di Napoli nel calcio tocca invece trentatré anni. Non ha mai vinto lo scudetto con una squadra che non avesse dato la maglia numero 10 a Maradona. Manca un sospiro perché accada.
La Liegi di Remco
Ha attaccato sulla Redoute, e dove se no, come quando nei gialli i maggiordomi sono gli assassini. Remco Evenepoel è diventato il primo belga dai tempi di Philippe Gilbert a vincere due Classiche-Monumento. Il primo in un quarto di secolo a succedere a sé stesso nella Liegi-Bastogne-Liegi. Il primo dopo Moreno Argentin [1987] e Eddy Merckx – ops – [1972 e 1975] a vincere questa corsa vestendo la maglia iridata. Ha solo 23 anni e la sua carriera ha già tratti speciali. Così il ciclismo dell’El Dorado ha chiuso con lui un primavera d’eccezione, con un grande nome su ogni traguardo, dal Mathieu van der Poel di Sanremo e Roubaix, al Tadej Pogacar di Fiandre e Amstel, fino all’assolo da trenta chilometri del ragazzino che giocava a pallone nelle giovanili dell’Anderlecht.
Il Belgio esulta. Wim Vos sul giornale fiammingo Het Nieuwsblad ricorda che questa è la gara in cui Evenepoel ha fatto “il passo decisivo verso il vertice esattamente un anno fa e stavolta ha dimostrato, come al Mondiale in Australia sette mesi fa, di poter dominare. I critici diranno che la corsa era già stata decapitata dopo un centinaio di chilometri. Quel che nessun ciclista era riuscito a fare in questa primavera, l’ha fatto una buca in una strada vicino a Bastogne: eliminare Pogacar. L’obiezione non è ingiustificata, la domanda continuerà a ronzare per un po’: e se lo sloveno fosse rimasto in piedi? Evenepoel avrebbe vinto così gloriosamente?”.
L’Het Nieuwsblad si è dato una risposta.
“La caduta di Pogacar non sminuisce il grande numero di Remco Evenepoel. Così come non svalutiamo la vittoria dello sloveno all’Amstel per l’assenza di Remco, il prematuro forfait dello sloveno non deve condizionare il giudizio sul risultato di Liegi. Potremmo persino affermare il contrario, con qualche esagerazione. Con Pogacar in gara, la Soudal-Quick-Step avrebbe avuto un alleato per controllare la corsa nell’avvicinamento alla La Redoute, quando invece Patrick Lefevere ha dovuto fare quasi tutta da sola”.
Così, adesso il Belgio pensa all’eredità di Merckx, alla maglia rosa che manca all’incirca da mezzo secolo. “Il Giro d’Italia non arriva tra un giorno, ma fra tre settimane. Evenepoel non dovrà fare i conti con Tom Pidcock e Santiago Buitrago, ma con Primoz Roglic e Geraint Thomas. Ma se questo sembra un presagio di ciò che vedremo al Giro. Non sarà l’ultima volta che Evenepoel e Soudal-Quick-Step spazzano via gli avversari in questa primavera”.
Gaétan Scherrer per L’Équipe firma un ritratto tecnico di Evenepoel nel quale scrive che “più cresce, più conosce se stesso. Remco Evenepoel è diventato un mostro di regolarità”.
Bisogna guardare come ha esultato e come è stato festeggiato, dice. Uno “straordinario contrasto tra il suo arrivo a Liegi dello scorso anno e quello di ieri, un meraviglioso esempio della sua crescita. Nel 2022 il belga era stato festeggiato in totale euforia, accolto dalle lacrime dei suoi parenti, di alcuni dei suoi compagni di squadra e del suo tecnico, Patrick Lefévère. Ieri il suo nuovo numero è stato accolto senza sfoghi di gioia, nonostante la presenza della moglie Oumaïma e della madre Agna”.
Conclusione: “Questo diamante grezzo, ex speranza del calcio belga che ha sbaragliato la concorrenza nei mesi successivi alle sue prime gare, all’età di 17 anni, ora può essere lucidato con regolarità chirurgica. All’inizio dell’anno c’è chi si stupiva di sentire che avrebbe aumentato gli allenamenti in quota, anziché correre prima del Giro d’Italia, il suo obiettivo principale. Una strana scelta, si diceva. Gli mancherà il ritmo a Liegi, abbiamo ripetuto. Remco è rimasto sordo a questi dubbi. A 23 anni si è convinto che questa sia la preparazione più adatta alle sue esigenze, la preparazione che gli ha permesso lo scorso anno di trionfare alla Clasica San Sebastian a fine luglio”.
Come sta Pogacar dopo la caduta
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Tadej Pogacar è stato operato già ieri per la frattura multipla di un polso. I bollettini garantiscono che il suo Tour non è in pericolo. Andrà ad allenarsi con un tutore nel giro di due settimane.
L’immaginifico Alexandre Roos scrive su l’Équipe che “la caduta e l’abbandono di Tadej Pogacar dopo 85 km di corsa, ha fatto salire la frustrazione dentro di noi come se avessimo appena rotto il nostro giocattolo preferito e ci ha fatto venire voglia di urlare per la rabbia qualche oscenità. Questa è la sorte dei bambini viziati, abituati a divertirsi con una dinette di porcellana, e quella degli appassionati di ciclismo della nuova età dell’oro, ai quali promettiamo una battaglia storica per ogni Classica-Monumento e dei ricordi da mettere in valigia per il resto della vita. Siamo stati allettati da questo scontro quasi inedito tra i due fenomeni e siamo stati privati del duello quando il gruppo non si era ancora voltato a Bastogne. Un nuovo scontro mancato tra Pogacar e Remco Evenepoel, che continuano ad annusarsi a distanza ma che non si sono mai realmente scontrati. Scalpitiamo all’idea che si ritrovino, anche se non sarà prestissimo, forse ai Mondiali o al Lombardia”.
Roos scrive che per un po’ dopo la partenza di Pogacar verso l’ospedale, ci siamo fatti domande sulle prospettive aperte per molti altri corridori, liberati dalla morsa dello sloveno, oppure sulla pressione che Remco Evenepoel avrebbe sentito.
“Il belga è partito in vetta alla Redoute, come l’anno scorso, grazie, arrivederci. A quel punto non gli restava altro da fare che inghiottire la Roche-aux-Faucons e ridiscendere a Liegi. La sua squadra aveva pianificato fino a un piano D, ma non ha dovuto sbattere la testa oltre il piano A. Quando uno di questi mostri si trova senza la concorrenza di un rivale, la suspense e la qualità della gara ne risentono. Così è stato con Pogacar all’Amstel e domenica ancora con Evenepoel”.
Tuttosport: “Super Vollering, Longo Borghini seconda” – L’olandese centra la tripletta Amstel-Freccia-Liegi. Ottima gara di Elisa che ha ceduto solo negli ultimi metri allo sprint. Per Demi Vollering, 26 anni, un 2023 finora eccezionale.
Alessandro Brambilla ha scritto: “Solo chi ha forza enorme e classe cristallina può vincere nell’arco di 8 giorni Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi”.
TENNIS
La Barcellona di Carlitos
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“E sorridi e sorridi e sorridi”, scrive Laura Marta sul quotidiano spagnolo Abc di questo “tennis che non rispetta né avversari né limiti”. In una parola sola, Carlos Alcaraz è “inarrestabile”. In cinque tornei, ci sono tre titoli [Buenos Aires, il Masters 1.000 di Indian Wells e ora Barcellona], una finale [a Rio, persa per infortunio da Cameron Norrie] e una semifinale [a Miami, battuto da Jannik Sinner].
“Un curriculum – continua il giornale spagnolo – che però non dice nulla su cosa significhi Alcaraz in questo momento. Lo sanno le sue vittime, sempre di più, sempre più spaventate dal suo stato di forma, sempre più consapevoli che questo Alcaraz non si batte. Tsitsipas, 24 anni, numero 5 al mondo, è un doppio campione di Monte-Carlo, un finalista del Roland Garros, un prodigio sulla terra battuta, eppure nemmeno gli angoli che inventa, nemmeno la finezza del suo rovescio a una mano, hanno trovato una formula per superare lo spagnolo”.
L’Équipe scrive con Franck Ramella: “Che bello giocare a tennis nei panni di Carlos Alcaraz. Vai avanti e vai indietro, corri di lato, alla velocità della luce, sai alternare i colpi di un mulo e le carezze di un angelo con tanta bravura quanto brio, elettrizzi la folla e confondi i tuoi avversari. E poi a volte ti ricordi che non hai ancora vent’anni, ci sono progressi da fare e pagine da scrivere. Il futuro ti appartiene mentre il presente è già tuo. Inoltre, affronti tutto questo con un sorriso, franco come le tue intenzioni di gioco, massiccio come i tuoi dritti. Deve essere questa, la felicità”.
88,9% La percentuale di partite vinte sulla terra battuta dall’inizio della stagione 2022. Sono 40 su 45. È stato battuto da Sebastian Korda, Cameron Norrie, Alexander Zverev, Lorenzo Musetti e Jannik Sinner. Compie 20 anni il prossimo 5 maggio, giorno delle semifinali al torneo di Madrid.
Stefano Semeraro su la Stampa dice: “ll Niño in Catalogna ha ripreso il mano il torneo da dove l’aveva lasciato Nadal, lo stesso piglio. Con mezzo tennis di vertice in infermeria o in convalescenza il favorito per la parte nobile della stagione sulla terra è lui. Non solo per motivi sanitari: se è in forma, sul rosso è ingiocabile. Picchia da fondo, scende a rete, ricama smorzate assassine. Serve implacabile (81 per cento di punti con la prima) passa come un geometra; governa ritmi e spazi da campione consumato. Un torero gentile, che mata con il sorriso e alla fine, braccia al cielo, va a prendersi gli applausi al centro dell’arena”.
“Chi può fermarlo?” si domanda Semeraro, sottolineando che “Nadal è in forse persino per il Roland Garros, Djokovic in crisi con il gomito, Tsitsipas sottomesso. Medvedev amletico sulla terra, Zverev in recupero, Berrettini ai box. Rublev e Rune incostanti. Resta Sinner. Proprio per provarci Jannik ha deciso di saltare Madrid. Nessun dorma, niños. Ma un po’ di riposo serve”.
Eppure, sottolinea Javier Martinez su El Mundo “c’è stato un tempo in cui Stefanos Tsitsipas poteva essere Carlos Alcaraz. Era il talento più affermato di quella che venne chiamata Next Gen, un giovane capace di battere Nadal, Djokovic e Federer prima dei 21 anni, un possibile campione, pieno di argomenti che spingevano a credere in lui. A 24 anni il greco resta un progetto incompiuto, un tennista che attende ancora di vincere il suo primo Slam dopo due finali perse, entrambe contro Novak Djokovic”.
CALCIO
Lo scudetto post-Diego di Napoli
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Sembrava fosse un Jack, invece era un jolly, forse un asso, di certo è il gol dello scudetto. C’è una K sola alla fine del nomignolo che porta Raspadori, una in meno di quelle che Napoli aveva appiccicato al suo Kalidou Koulibaly, il K2 che fece gol nell’anno del titolo perso in albergo, un gol nello stesso stadio, nella stessa porta, suppergiù allo stesso minuto. Era un altro pallone piovuto dal cielo, dalla destra, chiuso con un colpo di testa anziché in volèe come ieri, nella coda di un genere di partita che negli anni trascorsi al vertice, in genere, il Napoli tendeva a perdere. Comincia oggi il vero Diario dell’Attesa. Mancano cinque punti per farla finita, ma possono scendere a due se il Napoli saprà battere sabato la Salernitana al San Paolo e azzerarsi domenica a pranzo, casomai la Lazio non dovesse vincere a Milano contro l’Inter.
La Juventus è tra le maglie di una ragnatela di ricorsi e processi, non conosce ancora il proprio destino, non sa se questo terzo posto è reale o meno, se potrà mai passare al bancomat della Champions anche l’anno venturo. Inter e Milan viaggiano verso il loro lussuoso derby di semifinale, ma stamattina sono fuori dalle prime quattro, senza ancora la garanzia di disporre di un tesoretto per far programmi.
C’è invece uno scudetto a Napoli, più una Lazio in crescita e una Roma che stasera va a Bergamo per tornare sul podio. È dal 42 che una serie A non si chiude senza che né le milanesi né la Juventus siano fra le prime tre [Roma prima, Torino secondo, Venezia terzo]. È dal 1985 che non prendono almeno uno dei primi due posti [Verona prima, Torino secondo, Inter terza]. Se si tratta di un passaggio per la riscrittura delle gerarchie nel calcio italiano o se si tratta soltanto di una parentesi, lo capiremo più in là. A cominciare dalle manovre in estate sul mercato. Ma un fatto nuovo è certo. Nessuno dei campioni del Napoli può andare all’Inter, al Milan o alla Juventus. È fuori dalle loro disponibilità. Non era mai successo nella storia.
Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio accenna allora a “uno spirito del tempo che si tramanda tra le generazioni, la frustrazione di tanti traguardi sfiorati è per il Napoli una responsabilità e insieme un’energia. Sullo scudetto che gli azzurri stanno per appuntarsi al petto c’è una traccia di tutti quelli che, prima di Spalletti, Osimhen e Kvara, ci hanno provato senza riuscirci”.
Paolo Condò su Repubblica parla di “uno scudetto glorioso e senza ombre, che vola alto sopra le vicende giudiziarie che hanno condizionato il resto del campionato. Il resto, appunto. Il Napoli è sopra”.
Emanuele Gamba, ancora su Repubblica, dice che il gol di Raspadori è “il sigillo di ceralacca su un dominio mai così eclatante: se davvero il titolo arriverà nel prossimo turno, mai nessuno l’avrà vinto con un tale anticipo e forse nemmeno con una tale magnificenza, anche se quella non fa statistica. Tra le due squadre ci sono 19 punti di differenza e si sono visti tutti, nei dettagli come nel quadro generale”.
Daniele Dallera sul Corriere della sera scrive che “è ricco di potere il gol di Raspadori al 93’, il potere dello scudetto, di un sogno che si sta realizzando: non solo doma e castiga la Juve, ma dà appuntamento al più grande spettacolo dopo il big bang”.
A cavallo tra bilancio e cronaca, Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: “Manca un attimo, sarà una partita, la prossima, o chissà quante, ma ora che s’è sfilato via pure l’ultimo grammo di prudenza e di scaramanzia, Napoli s’è ripresa ciò che il destino le aveva tolto nel 2018, era il 22 aprile quella volta, quando vincendo a Torino pensava di avercela fatta: ha dovuto attendere cinque anni ancora, ma adesso è semplicemente un dettaglio, un velo da strappare definitivamente. Otto mesi così, il Napoli non poteva che celebrarli nella madre di tutte le partite, strappata via con una dimostrazione plastica di intelligenza, dentro un calcio autorevole e anche autoritario, ricco di materia grigia: l’ha vinta all’ultimo assalto, dopo aver tenuto la Juventus nella sua metà campo per il secondo tempo, averle fatto paura ripetutamente con Osimhen, poi graffiata definitivamente sulla giocata Zielinski-Elmas, un palleggio lungo e ostinato per spostare Madame, arrivare a Raspadori, alla sua rasoiata alla giugulare”.
Nel giudicare la partita, Gigi Garanzini su la Stampa considera: “Il verdetto, che parrebbe discutibile sulla base di quel finale convulso, in realtà di grinze ne fa poche. [Il Napoli] la sua brava serie di occasioni l’ha prodotta, nonostante la conferma di una certa qual involuzione di Kvara e delle difficoltà di Osimhen di ritrovare la forma migliore. Sino al colpo vincente di Raspadori, con la complicità determinante della difesa”.
Marco Bellinazzo su Sportellate dà merito agli ingressi di Zielinski ed Elmas che “rinfrescano il Napoli, sorretto dall’ennesima prova titanica di Zambo Anguissa, e portano nel finale quella quota di qualità che serve ai partenopei per andare a vincerla. È una festa nella festa, per una squadra che ha strameritato un titolo che sta vincendo con una distanza siderale su quelle che si fa persino fatica a definire inseguitrici”.
Luigi Garlando sulla Gazzetta pensa che “una prestazione del genere, dopo la botta di Champions, è roba da uomini veri. Spalletti ha stritolato la Juve (5-1) quando era al top. Ora che ha tanti giocatori stanchi e in affanno, compresi Kvara e Osimhen, ha vinto lo stesso. Perché quando hai un gioco forte, resti in piedi anche con giocatori deboli. Si spiegano così 19 punti di vantaggio sulla Juve. Che ha solo i giocatori”.
TACCUINI Le scelte di Allegri
Marco Bellinazzo su Sportellate: “Con Di Maria e Chiesa il livornese passa ad un quasi inedito 4-2-3-1 (solo in fase di possesso, perché senza palla è 4-4-1-1 dal primo minuto), che presto viene corretto in un 4-3-3 per qualche sbandata di troppo. Senza innescare una reazione mozzafiato, è la mossa che apre un po’ la partita e, con Osimhen che cresce alla distanza, il Napoli trova gli spazi per attaccare, ma si scopre anche a qualche insidiosa ripartenza. Al di là delle disposizioni tattiche, la scelta dell’undici di Allegri suggerisce quella che è una comprensibile preferenza per le competizioni ad eliminazione diretta. Quelle che però vengono considerate “riserve” non danno affatto cattive risposte”
Emanuele Gamba, Repubblica: “Allegri non ha scelto la migliore formazione possibile, quella se l’è tenuta per Sporting e Inter. Qui ne ha approfittato per fare riposare gli stanchi, gli stressati, gli acciaccati (Di Maria, Vlahovic, Bremer), a cui non avrebbe potuto chiedere i sacrifici per i quali invece si sono spremuti Miretti, tallonatore di Osimhen, e Soulé, raddoppiatore della marcatura su Kvaratskhelia: non è un caso che quando sono usciti gli attaccanti gregari la partita — bloccata sullo sterile possesso palla napoletano e i rari ribaltamenti juventini — abbia preso una piega del tutto diversa, aprendosi infine all’imprevedibilità. La morale della favola è che dalla panchina Spalletti ha avuto il contributo decisivo, Allegri sono uno squadernamento tattico costato caro”.
ARTEFICI Giacomo Raspadori
Maurizio Crosetti, Repubblica: “Il tenero Giacomo vi rimanda al minuto 93: un tiro al volo per rovesciare tutto, risultato, equilibrio e quell’idea del calcio italiano senza più risorse.
Se non fossi entrato, caro Raspadori, ora sarebbe quasi tutto diverso. Pensaci, Giacomino”
Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera: “Esecuzione da bomber deluxe”.
Maurizio Nicita, la Gazzetta dello sport: “Ed è bello che a segnare il gol che porta il tricolore alla periferia di Napoli, in attesa che entri in pompa magna nel cuore della città, sia un coprotagonista di questa stagione”.
Fabio Mandarini, Corriere dello Sport-Stadio: “Jack di cuori tricolore: entra e dopo 7 minuti realizza il gol della vittoria e di uno scudetto vicino come mai. Non segnava dal 12 ottobre 2022 con l’Ajax in Champions, ma questo vale tantissimo”.
LA PECORA NERA Che gli è preso a Gatti
Gigi Garanzini, la Stampa: “Un cazzotto gratuito di Gatti a Kvara che era molto semplicemente da rosso diretto, senza se e senza ma”.
Paolo Casarin, Corriere della sera. “Nemmeno il giallo per Gatti. Fabbri lascia giocare, fin troppo”.
Matteo Dalla Vite sulla Gazzetta parla di raptus, “evidenziato dall’espressione facciale e per il quale si scuserà: ma la manata energica di Gatti sulla parte laterale del volto di Kvara avrebbe meritato la sanzione”.
SCENE DA UNO SCUDETTO
Cosa si mangia a Napoli la domenica a mezzogiorno
Emanuele Gamba, Repubblica: “Il Napoli perse un tricolore in albergo ma adesso potrebbe conquistarne uno in pizzeria”.
Luigi Garlando la Gazzetta: “Stavolta lo scudetto non scapperà. Anzi, il Napoli potrà già festeggiarlo domenica prossima, a pranzo, all’ora delle sfogliatelle”
SUGGERIMENTI | Il ragù
Come si prepara nelle case napoletane
di eduardo de filippo, Sabato Domenica e Lunedì
ROSA Hai fatto?
VIRGINIA (piagnucolando) Devo affettare queste altre due.
ROSA E taglia, taglia… fai presto.
VIRGINIA Signo’, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.
ROSA Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù? Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.
VIRGINIA Ma ci vuole troppo tempo. A casa mia facciamo soffriggere un poco di cipolla, poi ci mettiamo dentro pomodoro e carne e cuoce tutto assieme.
ROSA E viene carne bollita col pomodoro e la cipolla. La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino alla casseruola nemmeno se l’uccidevano. Lei usava o il «tiano» di terracotta o la casseruola di rame. L’alluminio non esisteva proprio. Quando il sugo si era ristretto come diceva lei, toglieva dalla casseruola il pezzo di carne di «annecchia» e lo metteva in una sperlunga come si mette un neonato nella «connola», poi situava la cucchiaia di legno sulla casseruola, in modo che il coperchio rimaneva un poco sollevato, e allora se ne andava a letto, quando il sugo aveva peppiato per quattro o cinque ore. Ma il ragù della signora Piscopo andava per nominata.
VIRGINIA (compiacente) Certo, quando uno ci tiene passione.
ROSA E quello papà, se non trovava il ragù confessato e comunicato faceva rivoltare la casa.
VIRGINIA Povera mamma vosta!
ROSA Ma era pure il tipo che ti dava soddisfazione. Venivano gli amici e dicevano: «Signo’, ma come lo fate questo ragù che fa uscire pazzo a vostro marito? L’altra sera ci ha fatto una testa tanta “E il ragù di mia moglie sotto, e il ragù di mia moglie sopra…”» e mammà tutta contenta l’invitava; e quando se ne andavano dicevano: «Aveva ragione vostro marito». E si facevano le croci.
VIRGINIA Vostro marito invece non ci va tanto appresso.
ROSA (con ironica amarezza) Don Peppino non parla; don Peppino è superiore a queste cose. Però si combina un piatto accopputo di ziti così… e qualche volta pure due.
VIRGINIA Pe’ mangia’, mangia
Corriere dello Sport-stadio: “Sabato, domenica e martedì: i tre giorni della festa” – Le celebrazioni ufficiali in città fissate il 4 giugno tra stadio e piazze. Gli scenari: battere la Salernitana il 29, tifare Inter il 30. Oppure vincere anche il 2 maggio a Udine
Non lo dite a nessuno: mangiamo pure gli gnocchi
di massimo troisi
‘A pizza, ‘e spaghetti. Noi a Napoli mangiamo solo pizza e spaghetti.
È vietato proprio, mangiare altre cose. Teniamo un fegato, noi, rovinato. Io, una volta, tornai a casa mia all’improvviso. Bussai alla porta e sentii tutto un rumore di piatti, sentii la voce di mio padre che diceva: chi è? So’ Massimo. Mio padre aprì, disse: meno male che sei tu, entra, zitto, stavamo mangiando gli gnocchi
LA FOCA La puntualità in ritardo di Leao
Carlos Passerini, Corriere della sera: “Se c’è Leao, c’è il Milan. Diceva sul serio, Rafa. In molti sghignazzavano quando ieri mattina all’ora di colazione aveva postato una sua foto con l’orario sbagliato della partita, 18.30 anziché 18. Non sa manco quando si gioca, oggi non ha voglia, hanno pensato in tanti. Mettiamola così: era un appuntamento, il suo. Come a dire: ci vediamo per quell’ora, ragazzi, non prima. Infatti, dopo aver sonnecchiato la prima mezz’oretta, s’è svegliato al tramonto del primo tempo”
Matteo Tencaioli, Sportellate: “Si fatica a ricordare l’ultima rete del Milan arrivata su uno schema da palla inattiva, ma quella di Leao è veramente pregevole. Il cross di Tonali, dopo lo scambio con Messias, è perfetto per l’inserimento del portoghese sul secondo palo, che con uno stacco imperioso mostra a tutti che nel suo repertorio non ci sono soltanto corsa, dribbling e tocchi di fino, con buona pace di Gendrey che fino a quel momento era riuscito a tenerlo più o meno a freno. Sontuosa la prestazione dell’attaccante rossonero, che quando si diverte riesce a dare il meglio di sé, lasciandosi ogni tanto andare a qualche giocata per il pubblico. Il secondo goal, arrivato all’ennesima azione personale, è un colpo da biliardo che fa esplodere San Siro, prima di vederlo giustamente richiamare in panchina per preservarne l’integrità fisica”
Fabio Licari, la Gazzetta dello sport: “Una notte da Leao. Leao meravigliao. C’è da saccheggiare un intero repertorio di cultura pop per celebrare il più forte di tutti. Un fenomeno d’altri tempi, quando esistevano i dribbling e gli slalom area-area. Un campione al quale non era stato perdonato un comprensibilissimo momento-no legato a mille motivi, non ultimo lo spostamento tattico verso il centro. Ora non scherziamo: quando Leao ride e si diverte, e gioca a sinistra dove si esalta, non ce n’è per nessuno, il calcio diventa una gioia, è musica pop, è spettacolo. Soltanto Kvara può reggere il confronto”
IL MANGIATORE DI SPADE I confini di Lukaku
Andrea Codega, Sportellate: “Piacere, Romelu Lukaku. Una rondine non fa primavera, e in questo davvero non ce n’è più di una. Ma il secondo gol racchiude molto di quello che era Lukaku, della distanza che c’è dal Lukaku che si è visto in questa stagione, dell’impatto che potrebbe avere nelle dieci partite che restano al termine della stagione dell’Inter. Nel primo tempo, non facendo praticamente nulla aveva comunque aperto un paio di sponde interessanti per i compagni. Lukaku is back?”.
Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Raccontava il cultore della materia Gonzalo Higuain che i gol per un attaccante sono come il ketchup, almeno quando c’erano le vecchie bottiglie di vetro: ti agiti per tanto tempo ma non esce nulla, poi la salsa schizza tutta all’improvviso e la puoi condividere con tutti i commensali. Romelu Lukaku, ridà sugo al suo campionato nel momento più importante”
Paolo Condò, Repubblica: “Lo spettacolare gol del 2-0 assume anche un rilievo statistico, perché dietro all’attacco del Napoli, di gran lunga il migliore del torneo (67 reti) in coerenza con la superiorità della squadra di Spalletti, nessuno aveva ancora raggiunto il confine dei 50 gol: Lukaku ci porta l’Inter, che poi sale a 51, la doppietta di Leao al Lecce aggiunge poi il Milan alla lista. Il dato è indicativo perché non sempre la capolista fa primavera, per capire la tendenza è meglio misurare il peso degli attacchi sulla concorrenza, e il ritardo rispetto al passato è clamoroso. Abbiamo dovuto attendere la 31esima giornata. L’anno scorso il 2° attacco superò le 50 reti alla 25ª, due anni fa alla 23ª, nel 2018 alla 21ª. Un altro sport.
Dentro alla grande storia dei gol spariti — da un anno all’altro sono 117 — l’avarizia realizzativa è il fattore che sta decidendo l’alta classifica. Il Napoli ha ottenuto quel che sappiamo da Osimhen e Kvaratskhelia. Altrove, è una Spoon River di latitanze sotto porta”.
GLI ACROBATI Dove vedremo i derby milanesi di Coppa
Antonio Dipollina, Repubblica: “Dove si vedrà il famoso derby di Champions, che poi sono anche due? Il ritorno sarà su Sky e in chiaro su Canale 5. L’andata è un’esclusiva Amazon, però c’è l’obbligo della trasmissione in chiaro. E quindi Amazon sta raccogliendo proposte economiche da Mediaset e altri per cedere i relativi diritti e in settimana farà sapere. Non sono escluse sorprese, anche da tv insospettabili. Ma il punto è che c’è Amazon che si vede arrivare offerte economiche da altre tv, che è come se Zio Paperone si vedesse recapitare dei soldi da Paperino”