Gli effetti della crescita del calcio femminile. Le pioniere stanno scomparendo

Solo cinque squadre diverse hanno giocato la finale di Champions femminile negli ultimi 8 anni. Quattro sono di nuovo in semifinale, dentro un movimento che sta uscendo dal dilettantismo, e che del post-dilettantismo deve accettare pure gli aspetti meno interessanti, come la solidificazione di certe gerarchie in linea con le disponibilità economiche. 

Di questa mutazione genetica ha già fatto le spese la Frauen-Fußball-Club Frankfurt, quattro volte campione d’Europa fra 2002 e 2015, e dal 2016 mai più fra le prime quattro di Bundesliga. Ha ceduto il titolo all’Eintracht. Non reggeva il passo. Le svedesi dell’Umeå IK hanno il loro nome nell’albo d’oro agli anni 2003 e 2004, ma dal 2016 fanno su e giù fra serie A e serie B. Anche le Turbine di Potsdam hanno due titoli europei [2005 e 2010], anche loro sono retrocesse in serie B. 

 

È un’età nuova, aperta ai brand conosciuti per le loro chanson de geste fra i maschietti. Dalle migliori quattro stavolta è rimasto fuori proprio il nome virile meno eccellente, quello del Wolfsburg. Le due semifinali sono Barcellona-Chelsea e il derby francese Lione-PSG.

Un ragionamento sul presente e sul futuro l’ha fatto alla vigilia Aitana Bonmatí, 26 anni, il Pallone d’oro.

A El Pais ha parlato della sua ambizione e di una certa frustrazione che vive per il suo carattere [«Ho smesso di godermi molti bei momenti perché volevo di più, perché non ero soddisfatta della mia prestazione»]. Ma racconta pure di essere cambiata.

«Sono ancora ambiziosa. Quando una partita non è andata bene, mi dà fastidio. Le cose continuano a ferirmi. Sono molto esigente nonostante tutto quello che ho ottenuto. Ma non voglio vivere con un tormento in testa che non mi lascia respirare. Il calcio è una parte molto importante della mia vita, però ci sono altre cose che mi rendono felice. Suono la chitarra e il pianoforte, cose che facevo da piccola. Un legame con l’infanzia. Quando ci incontravamo con la famiglia a Natale, suonavo sempre una canzone. Mi piace leggere. È un momento di massima concentrazione, in cui nient’altro interferisce con te. In casa è vietato parlare di calcio. Con i miei amici e la mia famiglia non voglio parlare di calcio, del mio calcio. Questo è il mio lavoro e ho bisogno di prendermi del tempo libero. Parliamo un po’ di tutto. L’altro giorno per esempio stavamo analizzando il nuovo album degli Oques Grasses».  

 

  Di questo incerto oscillare tra un’antica dimensione rustica e il nuovo professionismo, Aitana Bonmatí è forse il volto più in vista. El Pais la descrive premurosa ma impulsiva, divertente ma ribelle, una personalità piena di sfumature, la leader della nazionale più sfrontata e in trincea per i propri diritti, eppure si accarezza l’orecchio mentre distoglie lo sguardo quando parla.

Bonmatí ha di nuovo attaccato le istituzioni spagnole che «non vogliono scommettere, non vogliono che il calcio femminile continui crescere o del quale non vedono il futuro. Non possiamo paragonare l’Inghilterra alla Spagna. Lì vogliono e credono. Qui non vogliono né credono. Siamo bloccate. Il Barça è fuori da tutto questo problema. Non siamo pioniere solo a livello nazionale, ma a livello globale. Ma se al Barça non si accompagna un campionato professionistico come Dio comanda, alla fine resterà solo un club che tira la carretta. Non è solo una questione economica, ma una questione di motivazioni. Giocare in stadi pieni, per esempio. Sono sorpresa che tutto questo accada in Spagna, il paese che ha il Barça due volte campione d’Europa e la nazionale campione del mondo. È tutto un po’ incongruo».

È tutto un po’ incongruo davvero perché il Chelsea, per esempio, non ha mai vinto la Champions e la sua migliore prestazione è stata la finale di tre ann fa, quando è stato battuto per 4-0 salle catalane. Non solo. L’Arsenal è l’unico club inglese ad aver vinto il trofeo, una storia vecchia però di 17 anni. 

 

  È incongruo perché la Spagna è sicuramente un riferimento tecnico. Ne ha parlato Jocelyn Prêcheur, allenatore del PSG e grande estimatore dello stile Barcellona. Sta provando a introdurlo anche nella sua squadra e ne ha parlato con L’Équipe. Non sfuggirà che gli uomini sono allenati da Luis Enrique. Il giornale francese racconta stamattina la storia di Jackie Groenen, olandese, ex grande speranza del judo diventata punto di equilibrio nel PSG. Porta il numero 14 di Johan Cruyff, ha lasciato il tatami per seguire la passione di famiglia per il calcio [anche sua sorella è una professionista], ma il suo passato da judoka non è un ricordo vivo. 

L’Équipe scrive di questa rivalità francese e dice che a volte abbiamo la sensazione di aver sentito e scritto tutto per vent’anni, ma Lione-PSG ora è andata oltre il perimetro nazionale per entrare a far parte del patrimonio europeo del calcio femminile. Quest’anno potrebbero chiudere la stagione con 6 scontri diretti, stasera è atteso il nuovo record di 35.000 spettatori al Groupama Stadium.

TV 13.30 Barcellona vs Chelsea su DAZN | 19.00 Lione vs PSG – su DAZN

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