Il ritorno di UCLA nelle finali universitarie

Il ritorno di UCLA nelle finali universitarie

  La più carica di gloria fra tutte con i suoi 11 titoli e tra le meno pronosticabili a Est per via della sua testa di serie numero 11. Eppure questi nove ragazzini californiani e un newyorkese, più uno venuto dal Kansas, uno dallo Iowa, uno dall’Illinois con l’antica maglia e le quattro lettere di UCLA sono arrivati alle finali a quattro del torneo NCAA passando dalle pre-qualificazioni. Hanno eliminato le favorite numero 2 e 1 a Est, Alabama e Michigan, teste di serie 5 e 4 dell’intero tabellone USA. Non si spingevano tanto lontano dal 2008. Ora gli tocca Gonzaga, in buona sostanza i più forti di tutti.

Sono carichi di gloria ma è gloria antica. UCLA non vince il campionato di basket universitario dal 1995. Se esiste una crema tra i canestri dei college, l’hanno preparata qua. Dove hanno avuto Bill Walton, Gail Goodrich, Jamaal Wilkes, più di recente Kevin Love e Lonzo Ball, ma soprattutto dove hanno avuto Kareem Abdul-Jabbar. Si era mosso da New York quando era ancora Lew Alcindor, non ancora convertito all’Islam, e non tanto per cercare il miglior corso di Storia in cui laurearsi ma per farsi allenare il gancio cielo da John Wooden. Che era pure docente di letteratura. Quando mise piede il primo giorno nello spogliatoio, sentì che il coach annunciava così l’argomento della sua prima lezione di basket: «Oggi impareremo come mettere le scarpe e le calze in modo corretto. Parleremo del concetto di comodità». Che fece seguire dalla lettura di una poesia di Benjamin Franklin su un chiodo, per colpa del quale un cavallo perse lo zoccolo, il cavaliere perse il cavallo, l’esercito perse cavaliere e battaglia, e con quella battaglia si perse un regno. Lezione numero uno: le vesciche fanno perdere le partite. Il loro rapporto nato sotto le quattro lettere di UCLA è raccontato nel libro Coach Wooden and me, tradotto e pubblicato in Italia quattro anni fa.

Due uomini molto distanti e molto diversi. Wooden raccontava che gli piacevano i film western «perché i buoni sono buoni e i cattivi cattivi. I buoni sanno qual è la cosa giusta da fare per sconfiggere i cattivi. E lo fanno sempre». Jabbar replicava che il western «non è realistico, il mondo non funziona così». E Wooden ribatteva che no, certo che no «ma potrebbe».

Eppure, c’era tra loro – ha scritto Gigi Riva per Repubblicauna corrente sotterranea, che li teneva uniti anche quando la politica e le scelte conseguenti potevano segnare, se non una rottura, almeno un distacco. Perché tutto era superato da un dote che si riconoscevano reciprocamente: l’integrità morale, la lealtà che si deve prima a se stessi. Era questo che impediva di giudicare, semmai solo di prendere atto, in una relazione fatta di tante parole e di tanti silenzi. Solo a posteriori Kareem scoprirà atti concreti con cui John, senza fare tanta propaganda, si era speso per le conquiste civili dei neri d’America. Come avesse sofferto quanto lui quando lo chiamavano spregiativamente n* e avesse cercato di porre rimedio all’ignoranza di chi credeva nella superiorità di una razza.

L’omogenità nelle differenze è un tratto anche della squadra attuale. Johnny Juzang, 28 punti contro Michigan, è figlio di una signora vietnamita, studia Sociologia. Jaime Jaquez, 4 assist, viene da una famiglia messicana e ha già giocato con la Nazionale dei suoi. Logan Pierre Cremonesi ha origini francesi e dal cognome si direbbe non solo francesi. L’allenatore è Mick Cronin, 50 anni, in precedenza per tredici in panchina a Cincinnati, dove è impegnato nella raccolta fondi per le scuole cattoliche. Vive con la figlia e con il padre, che lo segue anche in trasferta. Ha perso un anno intero di panchina perché aveva sempre mal di testa e gli scoprirono un aneurisma. 

 

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