
Disse una volta Beckenbauer: ero venuto a vedere Pelé e ho scoperto Rivelino. Ecco. Il popolo del Fiandre stava aspettando il Kwaremont e ha scoperto il Koppenberg. Per convenzione, nei ricordi rimarrà quel muro dove tutti sono dovuti scendere dalla bicicletta, tutti tranne Mathieu van der Poel – che invece pareva andare finanche più forte. Spingeva il suo anti-cavallo in avanti non si sa come, se con la forza delle gambe, la propulsione del busto, l’incedere delle braccia, l’ondeggiare delle spalle, qualche colpo d’anca, una contrazione dell’addome, l’avanzamento della zona pelvica, o forse tutt’assieme.
Lui era Mathieu van der Poel e dietro citavano la Parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio, De parabel der blinden nella lingua d’origine di questo pittore olandese che con qualche colpo di tempera su tela a metà del Cinquecento previde il Fiandre del 2024, la sorte che avrebbero incrociato tutti, tranne un olandese come lui. I ciechi in discesa verso un precipizio, i ciclisti in salita verso il nulla, tutt’e due i gruppi destinati alla dannazione.
𝐋𝐨𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐞𝐧 𝐞𝐥 𝐊𝐨𝐩𝐩𝐞𝐫𝐛𝐞𝐫𝐠 🤯
𝐅𝐥𝐚𝐧𝐝𝐞𝐬 𝐞𝐧 𝐞𝐬𝐭𝐚𝐝𝐨 𝐩𝐮𝐫𝐨 ❤️🔥Cortina y casi todo el pelotón tienen que echar pie a tierra y Van der Poel tira de habilidad para irse en solitario.#RVV24 | #LaCasadelCiclismo pic.twitter.com/Y1xlopagEN
— Eurosport.es (@Eurosport_ES) March 31, 2024
STRADE Il Koppenberg
La locura del Koppenberg, la follia del Koppenberg, ha scritto El Mundo dalla Spagna. Spagnolo era Carlo III che ereditò il patrimonio artistico dei Farnese da sua madre Elisabetta, duchessa di Parma, preoccupandosi di dare a quelle opere una sistemazione regale. I ciechi di Bruegel hanno un posto nella sala 17 del museo di Capodimonte a Napoli.
Spagnolo era il malaccetto che ha sfasciato la bici mentre per primo attaccava quel posto infame. Si chiama Ivan García Cortina “il primo a puntare i piedi sfidando i suoi sogni. Lo hanno imitato tutti quelli che lo inseguivano, incapaci di restare in bicicletta. Tutti tranne il nuovo dio della primavera, funambolo nel punto chiave dove nessuno sarebbe riuscito a seguirlo. Per la sua abilità sul fango, la sua potenza, la sua intelligenza” ha scritto Lucas Sáez-Bravo.
Adesso sappiamo perché Mathieu van der Poel passa l’inverno a pedalare sulla sabbia, nel fango, sui prati impregnati d’acqua e umidi di melma, perché prende la bici in spalla e sale le scalinate poste nel percorso al cross di Diegem. Sale quelle scale perché così non deve scendere dalla bicicletta al Fiandre, non deve prenderla in braccio come una bimba e proseguire a piedi come hanno fatto gli altri.
Una scena leggendaria – forse già la scena dell’anno, prima che arrivino le Olimpiadi. Non è che tutti i ciclisti siano stati così felici. Vanno alle Strade Bianche e alla Roubaix per sentirsi un po’ simili ai pionieri. Cercano il futuro nel passato correndo sulla ghiaia del gravel, ha scritto una volta Alessandra Giardini. Ma questo Koppenberg è rimasto nella testa oltre che nelle gambe. La rivista Rouleur parla di esperienza umiliante e si domanda se avrà ancora un posto nel percorso del Giro delle Fiandre.
“C’è qualcosa di tragico – si legge – nel vedere i migliori ciclisti del mondo scivolare sulle scarpe mentre cercano di correre lungo una salita acciottolata e bagnata. Non sono più affascinanti o abili, all’improvviso sono comici”, con le loro “gambe di gelatina” mentre cercano di raggiungere “la cima di una stupida, breve salita nel mezzo del piovoso Belgio, in una domenica pomeriggio di marzo. A questo li riduce il Koppenberg”.
Così qualcuno sta chiedendo la sua cancellazione. Non tutte, non tutti. Una delle corse più prestigiose al mondo può essere decisa da una gobba su cui non si riesce a stare in sella? Nils Pollitt dell’UAE Team Emirates dice che sì, certamente, si può, si deve, ma grazie: è arrivato terzo. Pollitt dice che noi non immaginiamio nemmeno quante volte van der Poel è andato a guardare quella salita, ne conosce ogni pietra: anche questa è abilità. La polacca Kasia Niewiadoma è d’accordo con lui, pensa che le capacità di guida e il posizionamento della bici sono una parte fondamentale nelle corse di ciclismo. Lotte Kopecky, la migliore ciclista al mondo, chiede solo che in casi del genere, quando sul Fiandre cade la pioggia, il Koppenberg arrivi nei km finali, quando c’è già stata la selezione – perché arrivare lassù nel mucchio ti costringe a mettere il piede a terra solo per il fatto che davanti a te è successo.
| Filippo Cauz e Leonardo Piccione su Bidon spiegano che Koppenberg significa monte delle teste, “dove le teste, nello specifico testi di bambini, sono i ciottoli incastonati nella strada che vi s’inerpica. Il soprannome invece è “de bult van Melden”, la gobba di Melden, dal nome della piccola frazione di Oudenaarde che sorge ai suoi piedi”.
Raccontano che l’ideona del Koppenberg sia venuta a Walter Godefroot: “Si era accorto, allenandosi, di quanto quel muro fosse spettacolare e respingente a un tempo, così comunicò agli organizzatori la sua esistenza, guardandosi dal fornire le coordinate esatte prima di aver appeso la propria bici al chiodo. Gli andò male: la voce arrivò prima del suo ritiro, e l’agonia toccò anche a lui. Il primo Koppenberg durò poco, tuttavia, undici edizioni appena. Nel 1987 l’auto della direzione buttò giù Jesper Skibby, sfasciandogli la bici e consegnando il Monte e le sue macabre testoline a quindici anni di oblio forzato”.
Chissà come va a finire adesso. Bidon ci informa che Bernard Hinault l’ha definita «una barbarie», Claude Criquielion confessò «il rimpianto di non essere rimasti a casa», pure Eddy Merckx e Johan Museeuw hanno dovuto mettere il piede a terra. Il Koppenberg ha una pendenza che tocca il 22%, “ma finché la strada resta asciutta è un muro come gli altri. È quando piove che cambia tutto; è allora che questo “bosco verticale” assai più sincero di quelli degli architetti alla moda diventa un esercizio di equilibrio, potenza, astuzia e culo. Perché in un bosco, si sa, può succedere qualsiasi cosa. Lo sanno i favolisti e ancor di più i ciclocrossisti, che quel bosco lo affrontano puntualmente ogni primo di novembre nel Koppenbergcross, e ogni volta tornano a casa con una sorpresa”.
Quando nel 2002 il Koppenberg venne reintrodotto nel percorso, quindici anni dopo essere stato eliminato, Philippe Brunel era la prima firma di ciclismo de L’Equipe e pescò la definizione di “tomba delle Fiandre“. Il muro non era altro che “una cupola di terriccio”, scrisse, “un sentiero simile a un serpente a sonagli addormentato“ ma era anche “il santuario di tutti i vizi“ perché dal 1976 al 1987 si faceva fatica a contenere il pubblico. La folla riduceva ancora di più lo spazio, ai corridori restava un buco largo tre metri nel quale infilarsi.
CAMEI Søren Wærenskjold
È l’ui l’altro eroe del Koppenberg. Ha 24 anni, norvegese, professionista dal 2021, l’anno in cui arrivò primo in due tappe del Tour de l’Avenir e prese l’argento a cronometro agli Europei Under-23. Nel 2022 fece meglio di tutti ai Mondiali e fu pure bronzo nella corsa in linea. Un passistone. Wærenskjold viene da Mandal, una città nota per i salmoni, per i cantieri navali, perché è diventata un polo di rilievo nelle spedizioni. Alla fine del XIV secolo re Erik di Pomerania concesse a Mandal il diritto di commerciare i suoi pesci. Ora in quell’angolo c’è una spiaggia semi abbandonata, ma all’epoca la pesca e il commercio del salmone resero Mandal ricchissima. La statua presente nel centro ne è una testimonianza. Il Mandalit ha il salmone nelle tasche, le uova nelle scarpe e il pane nel cappello.
Ecco, da questa citttà di pittori [Adolph Tidemand , Olaf Isaachsen , Amaldus Nielsen], scultori [Gustav ed Emanuel Vigeland], scrittori [Kjell Askildsen], è arrivato tomo tomo Søren Wærenskjold e mettendo il piede a terra sul Koppenberg come tutti gli altri ha recuperato quaranta posizioni, correndo nel gigantesco ingorgo. Se ne sono accorti i fiamminghi di Het Nieuwsblad e hanno raccontato qui la sua “tecnica molto speciale. Brutale, ma efficiente”
ARTEFICI Mathieu van der Poel
Ora bisogna sorbirsi qualche numero sull’eccezionalità di Mathieu van der Poel. In 16 partecipazioni alle Classiche Monumento ha vinto cinque volte, 9 sono i podi, 15 i piazzamenti fra i primi-10. Van der Poel è diventato l’unico corridore capace di salire sul podio al Giro delle Fiandre in 5 edizioni consecutive: 1° nel 2020, 2° nel 2021, 1° nel 2022, 2° nel 2023, 1° nel 2024. Era stato francamente un disastro nel 2019: solo 4°.
È il sesto di sempre ad avercela fatta in assoluto [Museeuw e Alberic Schotte sono a 8, Merckx a 6, Raas e Cancellara a 5]. È il sesto ad aver vinto con la maglia iridata dopo Louison Bobet nel 1955, Rik Van Looy nel 1962, Eddy Merckx nel 1975, Tom Boonen nel 2006, Peter Sagan nel 2016.
Secondo Fabian Cancellara è solo questione di tempo: Mathieu van der Poel batterà il record di successi nel Giro delle Fiandre. “A volte – ha scritto su Cyclingnews – tutto quello che puoi fare è dire chapeau. Tutti sapevano che Mathieu era il favorito prima della gara, tutti avevano un’idea simile su come cercare di batterlo: isolarlo distruggendo la sua squadra. Ma nel giorno più importante, la Alpecin-Deceuninck ha resistito a tutto. Dal Koppenberg in poi, Van der Poel ha mostrato la sua forza, ma prima avevamo assistito a una lunga dimostrazione di quanto sia forte la sua squadra. Ha sempre avuto corridori attorno a Van der Poel quando ne aveva bisogno e aveva persino Gianni Vermeersch a marcare Mads Pedersen nell’attacco da lontanissimo. Non si vince il Giro delle Fiandre da solo. Questa era una Alpecin super forte. Hanno tolto Jasper Philipsen dalla formazione per farlo riposare in vista di Scheldeprijs e Parigi-Roubaix, ma ciò significava che la squadra domenica era costruita al 100% attorno a Mathieu“.
L’immaginifico Alexandre Roos scrive su L’Équipe di “nuovo capolavoro di maestria. Mathieu Van der Poel ha avuto ragione su tutto, compresa la scelta dei pantaloncini. Non era il momento di tirare fuori il modello immacolato, rischiando di riportarlo a casa tutto infangato, e poi il nero è molto più bello”.
Dinanzi a chi brontola per il Koppenberg, Roos si fa una grossa risata. “Gli sono bastati 200 metri al Koppenberg per fare pulizia e mostrare al mondo ciò che lo separa dagli altri. Duecento metri in cui era racchiusa tutta la sua eccellenza, il suo infallibile senso del posizionamento, la precisione nella guida, la potenza. Potremmo decidere di togliere il Koppenberg dal percorso, togliere la foresta d’Arenberg dal percorso della Parigi-Roubaix già che ci siamo, potremmo anche smettere di correre quando piove, oppure ricordare a chi non è contento che ogni anno vengano organizzati i Campionati del mondo di ciclismo indoor. Koppenberg o no, il risultato sarebbe stato lo stesso: bastava vedere il campione del mondo mentre scatenava la sua potenza, con le spalle che lo trascinavano sul pavè del Taaienberg, e più avanti nell’ultimo passaggio dell’Old Kwaremont, per chiudere a Oudenaarde totalmente distrutto, dopo 45 km di violenza. Ancor più della brutalità di questo sforzo, di questo tripudio di watt che hanno prodotto l’edizione più veloce della storia [44,48 km/h di media], ci ha stupito tutto ciò che ha preceduto la rampa di lancio. La Alpecin-Deceuninck ha controllato tutto, soprattutto quando sono stati sparati i primi fuochi d’artificio, a più di 100 km dall’arrivo. Van der Poel a 29 anni è al culmine della sua arte, calpesta il pavé cancellando l’imponderabile, riduce i pericoli, domina gli elementi della corsa ritenuti incontrollabili. Ha raggiunto uno stato di pienezza. Ha annunciato che la sua stagione è già felice così, ma sappiamo anche che domenica vorrà domare la più ribelle delle classiche. E già non vediamo l’ora”.
| Cristiano Gatti su Tuttobici ragiona sulla “forza di questa gente fenomenale” in grando di “rendere normalissime e scontate le faccende straordinarie”. Dice che siamo precipitati “in tempi particolari, tempi nei quali l’inverosimile e l’incredibile diventano monotonia. Questi del circolo fenomenale ci hanno ormai abituati a un’altra abitudine: quando si presentano al via, sai già come andrà la gara. Potrebbe scriverla in anticipo anche un bimbo dal candore assoluto. Chiamiamola così: la monotonia dei fuoriclasse. La travolgente tendenza degli ultimi tempi ripropone con prepotenza l’antico dilemma, il dilemma di sempre: meglio lo sport dominato da un supereroe o meglio lo sport spartito tra i tanti di un equilibrio generale, magari anche fondato sulla mediocrità? Io mi sono sempre schierato, senza il minimo dubbio: scelgo i prodigi monotoni e scontati del fenomeno, capace di sbalordire con il suo assolo fuori dal comune, fuori dalla nostra portata di comuni mortali. Di fronte all’eccezionale, mi godo l’eccezione. Se questa è noia, viva la noia. Annoia molto di più la piccola lotta tra pigmei”.
PROMESSE Antonio Morgado
Nelle sue pagelle per Bicisport, Alessandra Giardini mette in evidenza la prova di Antonio Morgado. “Quinto alla sua prima monumento. A 20 anni e 63 giorni, è il più giovane a chiudere una monumento tra i primi 5 negli ultimi 80 anni. Viene in mente quello che disse di lui Tim Wellens durante il primo ritiro dell’anno, a gennaio. «È l’unico che rimane con Pogacar quando l’allenamento va oltre le sei ore a una media di 40km/h». Già”.