Lo sport e le barriere
vite I diritti dei bambini transgender | Con un lungo intervento scritto per il Washington Post, la campionessa del mondo di calcio Megan Rapinoe è intervenuta nel dibattito in corso negli Stati Uniti sul diritto allo sport dei bambini transgender.
“Ricordo come mi sono sentita quando ho giocato a calcio per la prima volta. Molto prima di vincere le partite della Coppa del Mondo, cercavo di stare al passo con mio fratello. Il calcio fa parte della mia vita da quando avevo 4 anni. Ho trascorso ore per perfezionarmi: volevo essere la migliore. Fare sport da bambina ha segnato il percorso della mia vita. Mi ha insegnato molto di più di quello che si vede sul campo, mi ha portato gioia. Ogni bambino merita di fare quest’esperienza. Ecco perché credo che tutti i bambini, compresi i giovani transgender, dovrebbero poter partecipare agli sport che amano. Ma ci sono sforzi in tutto il paese per vietargli di partecipare alle attività sportive scolastiche. Già quest’anno i legislatori in più di 25 stati hanno introdotto delle norme per vietare ai giovani transgender la pratica sportiva. Il Mississippi ha promulgato una legge questo mese che impone alle scuole di designare le squadre in base al sesso assegnato alla nascita. Questi progetti di legge sono alcuni degli attacchi politici più forti contro le persone LGBTQ negli ultimi anni. Lo sport è diventato un altro mezzo per attaccare i diritti delle persone trans. Questi sforzi causano danni incredibili ai giovani, isolati in pandemia, bisognosi di compassione e sostegno. Anche prima della pandemia, un giovane transgender su tre riferiva di aver tentato il suicidio, come riportato da un’organizzazione nazionale di prevenzione delle crisi nel 2019. I bambini transgender vogliono l’opportunità di praticare sport per le stesse ragioni degli altri bambini: far parte di una squadra a cui sentono di appartenere”.
Megan Rapinoe da tempo non è più soltanto una calciatrice. Come LeBron non gioca solo a basket, Osaka non gioca solo a tennis, Hamilton non guida solo la sua Mercedes. La sua voce è intervenuta sul tema del gender gap e adesso sul Washington Post ci tiene a chiarire che “se i fautori di queste proposte di legge sostengono di proteggere le donne, come donna che ha praticato sport per tutta la vita, so che le minacce per gli sport femminili sono la mancanza di fondi, di risorse e di copertura mediatica, le molestie sessuali, la retribuzione diseguale. So come ci si sente a essere individuate e trattate in modo diverso. Nessuno dovrebbe essere trattato ingiustamente per quello che è, cosa particolarmente vera per i bambini. Gli adulti non possono fingere di avere a cuore il benessere dei bambini mentre creano ambienti che causano loro gravi danni. Non possiamo pretendere un falso senso di correttezza ignorando i reali bisogni di donne e ragazze. Potresti non sapere che una persona presente nella tua vita è trans – un collega, un amico, un parente o persino il bambino che gioca nel tuo salotto. Le persone trans contribuiscono in modo significativo alla nostra società, nelle nostre scuole, i quartieri, le comunità, le famiglie. Le persone trans meritano dignità, rispetto e opportunità. Questi progetti di legge sono un attacco all’umanità. Il punto su cui si basano è la discriminazione. Questo è il motivo per cui tutte le donne devono alzarsi in piedi e chiedere che la loro esclusione non sia fatta in nostro nome. Quando diciamo alle ragazze transgender che non possono praticare sport femminili – o ai ragazzi transgender che non possono praticare sport maschili – facciamo perdere loro esperienze importanti e opportunità. E perdiamo il diritto di dire che ci prendiamo cura dei bambini. Voglio che i giovani trans nel nostro paese sappiano che non sono soli. Le organizzazioni femminili, tra cui la Women’s Sports Foundation, il National Women’s Law Center e la Gender Justice, insieme a icone dello sport tra cui Billie Jean King e Candace Parker, concordano sul fatto che le ragazze e le donne transgender appartengono allo sport e devono essere in grado di partecipare insieme ad altre ragazze e donne. La discriminazione ferisce tutti. Siamo più forti come squadre e come nazione, quando tutte le persone che amano lo sport hanno la possibilità di cambiare la propria vita in meglio, come ho fatto io. Voglio che ogni bambino transgender sappia che può vivere i propri sogni e restare fedele a ciò che è. Devono essere autorizzati a giocare”.
Dario Casola, 35 anni, nel 2017 allenava la squadra bavarese dell’Olching nelle serie regionali e fece coming out. Oddio, non è che lo fece. Capitò. Ha raccontato la sua storia a Nico Horn per die Zeit. «Ho conosciuto mio marito a Monaco di Baviera nel settembre 2017, era qui in vacanza, poi è dovuto tornare in Argentina. Quando sono stato a trovarlo, mi ha chiesto di creare un profilo Instagram. Così saremmo stati in contatto e avrebbe potuto vedere le mie foto quando sarei tornato in Germania. L’ho fatto, ma non avevo capito che stavo creando un profilo pubblico. Ho caricato una foto di noi due. Gli amici lo hanno visto, anche la squadra, tutti».
➣ E poi?
«Quando mi sono svegliato in Argentina il giorno dopo, avevo il cellulare pieno di messaggi. Uno del nostro allenatore dei portieri. Ha detto che era una questione importante a Olching e che dovevo dare delle spiegazioni. Ho detto: io non devo spiegarmi affatto».
➣ Questa prima reazione l’ha turbata?
«All’inizio è stato uno shock. Nel calcio l’omosessualità è una questione delicata. Avevo un po’ paura di tornare indietro e rivedere la squadra. Ma quando sono andato al campo la prima volta è stato assolutamente fantastico. Ho camminato dal parcheggio verso lo spogliatoio e due giocatori sono venuti verso di me. Hanno detto: ciao mister, va tutto bene, come stai? Questa è stata l’unica reazione della squadra. L’argomento è stato sollevato di rado. Non ho mai avuto una reazione negativa. Mai. Dovrebbe essere così. Non posso escludere che qualcuno possa aver fatto una battuta stupida. Ma penso che la squadra abbia capito subito che ero sempre lo stesso allenatore. Se avessi saputo che le reazioni non erano così negative, avrei fatto coming out prima. Alcuni di loro ora conoscono mio marito. L’ho portato ad alcune partite da quando si è trasferito qui».
➣ Da dove veniva la sua preoccupazione per il coming out?
«Tutti dicono che essere gay non è possibile perché il calcio è uno sport duro, per uomini. Da questo pensiero nasceva la preoccupazione. Era per paura di essere insultato, dai tifosi, dagli avversari, forse dai compagni di squadra. Ma ho ricevuto solo sostegno».