Il lutto delle amiche Sabalenka e Badosa. La polemica per le palline diverse tra Indian Wells e Miami

Ecco qua, ci risiamo. È come in Australia. Le palle a Melbourne sembravano limoni e due mesi dopo si lamentano pure a Miami. Uomini e donne erano la settimana scorsa a Indian Wells, nel mezzo del deserto della California. Per arrivare su questi campi in Florida hanno attraversato tre fusi orari e un tragitto che è due o tre volte più lungo del viaggio da Toronto o Montreal fino a Cincinnati. Sembrano due tornei vicini, non lo sono. Né geograficamente né per le condizioni a cui bisogna adattarsi. È una tema a cui si è dedicato il magazine Tennis, facendo notare come la differenza di altitudine tra Madrid e Roma crei certamente scompiglio nei rimbalzi della palla, ma non è niente in confronto al contrasto tra il clima desertico della California meridionale con il caldo e l’umidità brutali del sud della Florida

È uno dei motivi dei malori dei primi giorni dal francese Arthur Cazaux crollato nel cuore della sua partita di qualificazione a quello di Matteo Berrettini, semisvenuto al primo turno nel match con Andy Murray. 

Altri – eccoli qua – dicono che il problema non è il viaggio lungo, non sono le condizioni climatiche né la differenza nella superficie del campo, più lento a Indian Wells. La distanza più brutale: le palline. 

Lo dice Taylor Fritz, lo dice Stan Wawrinka, lo dicono Emma Raducanu e Jessica Pegula. A Indian Wells si usano le Penn, a Miami le Dunlop – come a Melbourne, più esposte a consumarsi in fretta. Secondo Fritz sono diverse come il giorno e la notte. L’americano dice che l’infortunio al polso di un anno fa potrebbe proprio avere a che fare con questi ripetuti cambiamenti. Emma Raducanu ai polsi ha dovuto operarsi e dice che a una convalescente come lei non fa bene trovare condizioni tanto diverse in giro per tornei. Jessica Pegula ha raccontato di aver sperimentato 20 tensioni di corde diverse durante gli allenamenti. E sa di non essere la sola. Daniil Medvedev parla di impatto sulla mente e sui nervi. Iga Swiatek è tra le giocatrici che chiede con più fermezza uniformità. Ma è un’utopia. I tornei negoziano singolarmente i loro accordi con i produttori e con gli sponsor. Un cambiamento della politica – dice il magazine Tennis – può arrivare solo con l’intervento dei vertici del gioco

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L’abbraccio in nero

Badosa (left) embraces Sabalenka after their Miami Open second-round match.

Cominciarono i Romani. La morte di una persona di famiglia veniva pianta indossando vesti scure. Il nero giunse al Medioevo come il colore del lutto e della disperazione, nell’Inghilterra del Cinquecento era anche un segno di benessere. Era il tempo in cui in Europa le leggi suntuarie stabilivano abiti e accessori adatti alle persone secondo il ceto d’appartenenza. Nell’Ottocento la produzione industriale di abiti pensati per i funerali diffuse l’abitudine tra le masse. La regina Vittoria rimase a lutto per quarant’anni dopo la morte del principe Alberto.

Queste poche righe sono tratte da una breve storia del nero e del lutto ricostruita qui dal Post e tornata alla memoria alla fine del match tra Paula Badosa e Aryna Sabalenka, alla prima apparizione dopo la morte misteriosa del suo ex fidanzato, Konstantin Koltsov, 42 anni, ex giocatore di hockey, trovato ai piedi di un balcone in un hotel di Miami. La polizia cittadina propende per il suicidio, l’ex moglie di Koltsov pensa si sia trattato di un incidente per abuso di alcol. Sabalenka ha chiesto riservatezza e di poter restare in silenzio per tutto il torneo. Il caso ha voluto che dovesse giocare la sua prima partita contro una delle migliori amiche che ha in circuito. Ha vinto la partita giocando con concentrazione e forza [Steve Tignor, Tennis] e poi ha lasciato il campo da sola, cupa, a testa bassa, dopo aver condiviso un abbraccio e un sorriso con l’amica. Tutt’e due vestite di nero. 

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