Dei mille e più modi di vincere una Sanremo
▻ Van Aert si domanda se un giorno sarà mai da grandi giri, van der Poel se ai Giochi non sia il caso di puntare sulla mountain bike. Su tutto il resto hanno solo certezze. Fanno girare le ruote nel fango o sull’asfalto allo stesso modo. Sono due modelli differenti del ciclista matrioska. Tu lo apri e dentro ne trovi un altro. Il belga corre per una squadra olandese (la Jumbo), l’olandese per una squadra belga (Alpecin-Fenix). Quelli che hanno un van nel cognome o dipingono girasoli, o compongono nove sinfonie, due delle quali in Fa maggiore, oppure vanno in bicicletta, e se vanno in bicicletta spesso Van più veloci (bella scemenza). Se questi due corrono la Milano-Sanremo come hanno corso la Tirreno-Adriatico, oggi lasciano con le ruote i segni dei girasoli e dei pentagrammi sulla strada.
Hanno iniziato a sfidarsi nel ciclocross mentre il resto del gruppo ancora riposava oppure sgambava sui rulli. “Sono l’ultimo ritrovato in fatto di rivalità, una specie di versione aggiornata di Borg-McEnroe, di Ali che sfida Frazier” ha scritto Alessandra Giardini su Sport Week alla vigilia dei Mondiali di ciclocross a Ostenda. Frase culto di van der Poel: «Non credo che correrei dieci secondi più veloce se rinunciassi alle patatine». Frase culto di van Aert: «Il ciclismo è una lunga convivenza con la sofferenza».
Di van der Poel sappiamo che è figlio di cotanto Adrie (un Fiandre, una Liegi, secondo al Mondiale 1983 dietro LeMond) e nipote di cotantissimo Poulidor. Di van Aert è meno ripetuto che sia nipote di Jos, quattro volte visto al Tour e due al Giro, olandese, e per questo ha scritto Rob Gollin su De Volkskrant non dobbiamo permetterci di usare la V maiuscola nel cognome. Il padre di Wout, Henk, è il cugino di Jos, rispetto a lui nato appena oltre il confine a Meersel-Dreef. Jos è ora impiegato in un’azienda di mangimi per animali dopo aver fatto per diversi anni l’allevatore di maiali, che su Slalom in questo week-end non dovevano mancare.
Al Col d’Aspin una volta zio Jos ha dovuto consegnare la bici al capitano Breukink che aveva rotto i freni della sua. Gli toccava. Avevano la stessa statura. Si lasciò sfilare, andò a prenderne un’altra e tornò di nuovo su Breukink. Dice che quando una volta ha sentito alla radio che ricordavano la scalata di Breukink, «non hanno pronunciato il mio nome, ma in fondo parlavano della mia bici». Nel suo ultimo anno da professionista, lo zio di van Aert aveva per compagni di squadra con la Collstrop il papà di van der Poel e il papà di Evenepoel, l’altro prodigio belga che appena rientra dopo il volo dal parapetto al Lombardia aggiungerà un’altra dose di divertimento.
E oggi? Davide Bernardini su Bici Sport trova per esempio che “Van Aert non può permettersi gli attacchi a lunga gittata e, diciamolo pure, talvolta sconclusionati di Van der Poel, perché la Jumbo-Visma da lui si aspetta soltanto che sia il più fresco possibile quando la corsa entrerà nel vivo. L’olandese, al contrario, può permettersi una certa libertà. L’impressione è che almeno per il momento Van der Poel riesca a mantenere una certa leggerezza e un certo distacco dal risultato finale: attacca per scombinare i piani, per cogliere di sorpresa, per imparare a gestirsi (aspetto che ancora deve affinare)”.
Hanno corso una Tirreno-Adriatico spietata, senza risparmiarsi, così la domanda è se gli sia rimasto qualcosa dentro.
voci Wout Van Aert | ➣ Van der Poel che può anche attaccare da molto lontano. Pensa lo farà anche alla Sanremo? «Non è detto. Stiamo parlando di una corsa unica che non è così facile far ‘saltare’ a cinquanta chilometri dalla fine».
➣ Più adatta a lei o a Mvdp? «A entrambi. Possiamo sopportare la durata dello sforzo in salita e lo sprint. Ma non sarà una faccenda tra noi due».
➣ Che cosa le piace della Classicissima? «Due partecipazioni finora: sesto e primo. Mi piace che è molto ‘lenta’ e poi in quindici minuti succede di tutto».
intervista di ciro scognamiglio, la Gazzetta dello sport
Secondo Cosimo Cito, sulla Repubblica, “Mathieu Van der Poel è la speranza dei romantici: può attaccare dovunque, sulla Cipressa o anche prima, su uno dei Capi. Di forza e da solo, non ha paura. Suo nonno materno Raymond Poulidor vinse la Sanremo di 60 anni fa”.
Era la seconda in ordine di tempo con il Poggio nel percorso. Da troppo tempo di arrivava in volata, e in volata l’Italia dell’epoca non aveva grosse speranze. Perdipiù la fontana al centro di Sanremo intorno alla quale si faceva una giravolta cominciava a rappresentare un problema per un gruppo che non fosse sgranato. Così dopo il René Privat del 1960, era un gregario di Bobet, Poulidor vinse quando nessuno lo conosceva: la prima corsa in carriera.
Il Poggio cambiò la maniera di interpretare il pomeriggio. Gli ultimi 4 anni prima che Vincenzo Torriani lo inserisse, la media del vincitore era salita oltre i 40 km orari. C’erano stati in precedenza 19 successi per distacco, sette volate a 2 e una volata a 3, tre sprint a 4, otto con un gruppetto fino a 10 corridori, cinque volte erano arrivati a giocarsi la vittoria fra gli 11 e i 20 uomini e sette volte un mucchione dai 21 ciclisti in su.
Dal 1960 la Sanremo può finire in molti modi. Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport suggerisce che “il tema tattico resta però lo stesso: una lunga attesa fino all’ottovolante dei Capi, la scalata della Cipressa e quel finale che uccide tra Poggio e Sanremo. In quegli ultimi 9000 metri (dopo un’indigestione di fatica di quasi 300 chilometri) le carte si mescoleranno più volte offrendo a tanti, se non proprio a tutti, un’occasione. Sarà l’eterna e coinvolgente battaglia tra gli attaccanti e i velocisti: una lotta all’ultimo scatto tra istinto e ragione, azzardo e calcolo. La Milano-Sanremo, per fortuna, ci ha abituato a un ventaglio di soluzioni tattiche. Anche le più ardite: nella prima edizione del 1907 in una volata a tre Giovanni Gerbi, il «Diavolo Rosso», fece cadere il francese Garrigou per favorire Petit Breton e poi dividere con lui il premio del vincitore. Anche le più inaspettate: Fausto Coppi nel 1946 partì subito dopo il via e staccò tutti”.
Merckx se ne sarebbe andato due volte in discesa (1969 e 1972), come De Wolf nel 1981, Gomez l’anno dopo, Moser nel 1984 e Kuiper nel 1985. Saronni invece sarebbe scattato proprio in cima, in tutto 162 metri, qualcuno dice 167. Pure Bettini nel 2003 e Gerrans nel 2012 scremarono il mucchione lì.
E poi c’è lui. Julian Alaphilippe. Il terzo re. Il più bel campione del mondo degli ultimi 20 anni. Jean-Luc Gatellier per l’Équipe scrive stamattina che “la Milano-Sanremo ha una formidabile particolarità, palpabile e diffusa, che ne esalta il finale mozzafiato: la noia. Quella che avvolge i corridori per la maggior parte dei suoi 299 chilometri – a cui si aggiungono i 7.600 metri che portano alla vera linea di partenza. L’8 agosto, Julian Alaphilippe ha cavalcato da solo sul Poggio, prima di essere sorpreso in fondo alla discesa da un abbagliante Wout Van Aert che lo ha battuto su via Roma. La noia intorpidisce i corridori prima che la miccia esplosiva si accenda finalmente. Un male necessario perché i mille eccitanti fuochi degli ultimi chilometri possano emergere per contrasto. «Per sei ore mi annoio» ci ha detto un giorno Alaphilippe. «Per passare il tempo penso a tante cose che non hanno niente a che fare con il ciclismo».
Secondo l’Équipe la corsa avrà il vento alle spalle. Sarà un’edizione veloce. «Sono uno dei favoriti – dice il francese – ma loro sono ultra-favoriti».
Loro. I Van.
E allora: volata di gruppo, sprint ristretto, attacco sul Poggio, in salita o in discesa, fucilata negli ultimi mille metri alla Tchmil, alla Cancellara. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha scritto che dei mille e più modi di vincere una Sanremo “i tre nuovi marziani del ciclismo mondiale sono in grado di gestirli tutti. Van Der Poel può staccare chiunque sulla Cipressa (l’abbiamo visto alla Tirreno), sul Poggio (la Strade Bianche, con i suoi 1350 watt, docet) e in volate a ranghi ristretti. Rispetto al rivale, Wout Van Aert ha sparata meno potente in salita ma si destreggia meglio lungo una discesa tortuosa come il Poggio e allo sprint batte anche i velocisti puri. Julian Alaphilippe sa sfruttare ogni errore degli avversari nei finali concitati, quando le forze sono al lumicino”.
Ai velocisti dedica un lamento quasi lorchiano Giovanni Battistuzzi sul Foglio sportivo scrivendo che “da tempo sono diventati i pària delle grandi corse in bicicletta. I tifosi sognano l’uomo solo al comando e gli sprinter soli non sono mai, sono abbandonati dai loro compagni di squadra a poche centinaia di metri dal traguardo e sotto allo striscione d’arrivo si ritrovano (quasi) sempre spalla contro spalla con qualcun altro”.
Poveri sprinter, le cui vittorie paiono sempre un ripiego, una soluzione inevitabile dopo in tanti hanno provato a evitarla, una cosa da accettare mica da aspettare. Cipollini andò di notte a studiare il Poggio, a vedere com’era il posto dove doveva resistere alla bagarre e domarlo, come per quattro volte in cinque anni (1997-2001) era riuscito al tedesco Zabel, che a Sanremo ha vinto quanto Domenico Modugno e Claudio Villa.
Battistuzzi si augura allora che arrivi qualcuno a sposare “la causa dell’auto-determinazione dei velocisti, categoria bistrattata, che tentano continuamente di rinchiudere in riserve di tolleranza, concedendo loro al massimo qualche tappa nei grandi giri. Servirebbe qualcosa che provasse a far capire ai più la grande bellezza delle volate, del lavoro gregario che c’è dietro a uno sprint, di quel continuo accelerare di uomini dediti alla causa dell’uomo più veloce. Tutto ciò però è qualcosa che sembra essere fuori tempo massimo. E già da qualche anno. Intanto i velocisti non si scompongono, abituati come sono a tutte queste angherie. È gente dura, solida, determinata. E chissà se in tutta questa rivoluzione, la Sanremo non possa trasformarsi in baluardo della restaurazione”.
In tal caso: Bennett.
società | Va bene che Novi Ligure è terra di ciclisti, che tagliarla fuori dal percorso della classicissima sarebbe stata una bestemmia, solo che per passare davanti al Museo che celebra Coppi e Girardengo, il gruppo dovrà sfilare per forza davanti al fieristico in cui è stato allestito l’hub per i vaccini: che vuol dire transenne e traffico bloccato. L’opposizione in Comune (Pd e 5 stelle) si scandalizza. Le repliche sono più allarmanti delle accuse. Il problema non esiste, perché tanto i vaccini non ci sono e il centro starà chiuso tutto il giorno. Che sollievo, eh?
di paola italiano, la Stampa
Giorgio Viberti per la Stampa ha parlato della corsa di oggi con Claudio Chiappucci, che trent’anni fa andò in fuga con un gruppetto nella discesa del Turchino, dunque a 150 km dal traguardo, e strada facendo staccò tutti.
«C’è molto più controllo in corsa, grande tatticismo e poco spazio per fantasia e istinto. Oggi comandano i computer sulle bici, i watt, gli auricolari per sentire i ds dalle ammiraglie che hanno la tv a bordo e stabiliscono la tattica a tavolino. Le sorprese, come fu la mia, sono sempre più rare». Dice che si tratta di una corsa affascinante perché «è la prima classica monumento della stagione e la possono vincere tanti tipi di corridore, velocisti come Zabel o Cipollini, finisseur come Bettini o Alaphilippe, ma anche gli scalatori, come Nibali o come ero io. Sulla carta è facile, in realtà è difficilissima e senza pronostico. Per gli italiani, poi, è un sogno, una scommessa, una roulette. Van Der Poel può fare il colpo. Conosco suo padre Adrie, era forte e furbo, c’era anche lui in fuga con me nella Sanremo del 1991. Chissà se l’ha raccontato al suo ragazzo». Oggi il Turchino non è sulla mappa. Una frana. Sarà sostituito dal Colle del Giovo.
Secondo geniale definizione di Gian Paolo Ormezzano, “a Sanremo arrivare secondo è la disfatta più grande, la jella più nera. Ti sembra che anche i garofani, dietro i vetri delle serre, ridano di te”.
Vale come crediti formativi
“Quando, fra dieci o trent’anni, si parlerà delle caratteristiche di un campione, sarà d’obbligo ricordare la Sanremo di Nibali. Una corsa, in teoria, che non avrebbe mai potuto vincere. Guardatelo sul podio, nodoso come un olivo, la barba di tre giorni coi segni dei baci come scottature. Sembra uscito da un film di Germi, o di Scola. Piange ridendo e ride piangendo. Sa che da oggi gli chiederanno più dell’impossibile, perché l’impossibile l’ha appena realizzato. Un campione deve avere testa, cuore e gambe ma anche la capacità di “sentire” la corsa come i cani sentono i terremoti e gli innamorati la forza degli occhi. È da brividi per l’apparente casualità da cui è nata e per la spavalderia successiva. O il coraggio, l’incoscienza, la follia, la capacità da rabdomante di intuire l’acqua in un tratto di deserto, di seguire un pensiero lontano come fosse una libellula, e vederlo diventare grande come una cometa”.
di gianni mura, la Repubblica, 18 marzo 2018
La Foresta di Arenberg nella quale non entrammo nel 2020 rischia di rimanere vuota anche nel 2021, secondo quanto scrive Alessandra Giardini per Bici Sport. La Roubaix può saltare per il secondo anno di fila. “Il governo di Macron – scrive Giardini – ha infatti deciso un nuovo lockdown di quattro settimane, che dunque sarà ancora attivo nella data della Roubaix. Con un dato preoccupante di 34.998 nuovi contagi solo ieri, e la presenza di varianti molto contagiose, nonché 1.200 pazienti in condizioni critiche soltanto a Parigi, il primo ministro francese Jean Castex ha ordinato i nuovi provvedimenti restrittivi per sedici dipartimenti, compreso il Nord di Roubaix e quello dell’Oise, dove si trova la sede di partenza della Parigi-Roubaix, Compiegne. Il nuovo lockdown non prevede una chiusura generalizzata come quella della primavera scorsa, le scuole ad esempio rimarranno aperte, ma Castex ha detto esplicitamente che «saranno vietati gli spostamenti non essenziali fra un dipartimento e l’altro». Rimane un’ultima domanda: la Roubaix è o non è uno spostamento essenziale?”.
in tv oggi ore 14 Rai 2 e 14.25 Eurosport | domani ore 14.30 Eurosport e Rai Sport: trofeo Alfredo Binda (femminile)