Siamo sicuri che il primato dell’Inter sia costruito sulla difesa?

  A un certo punto – quando sarà – bisognerà mettersi d’accordo sul senso da dare al campionato dell’Inter. Bisognerà stabilire se questo suo scudetto primato è un frutto del miglior attacco da cinquanta gol o della miglior difesa da dieci. Cinquanta, per capirci, sono più della somma che riuscirebbero a combinare la settima e la decima in classifica, ma la lettura dominante in Italia poserà sempre lo sguardo su quelli mai presi. 

Detto in altri termini: la relazione 50-10 consente all’Inter di subire solo un gol ogni due partite. Ma se pure al passivo fossero stati 20, il doppio, quelli della Lazio, uno in più del Torino, l’Inter avrebbe vinto in media ogni partita del campionato per 2-1. Un dato che ci dovrebbe convincere a spostare il giusto peso del suo primato sull’attacco, nel senso contrario alla fabula prevalente. Inzaghi ha chiuso tredici partite senza subire gol, Allegri dodici: in fondo siamo là. È la differenza di 50 gol a 36 che scava la distanza di un punto di vantaggio, con una partita in meno e lo scontro diretto in casa. Virtualmente il +1 può essere un +7. Per questo stamattina Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive: “Quando ti ricapita di arrivare allo scontro diretto con un punto di vantaggio e una partita da recuperare, una settimana libera da impegni, tre uomini chiave come Barella, Calhanoglu e Dimarco a riposo addirittura da 13 giorni e tutta la rosa a disposizione (Cuadrado a parte)? La Grande Occasione per l’Inter è qui e adesso”

| Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio l’ha chiamata qualche giorno fa “una partita all’italiana con reparti a tre poco continentali”, individuando in Inter e Juventus due squadre in controtendenza nel calcio europeo. “Difesa a tre sempre e comunque. Per Inzaghi è un dogma (non si è mai staccato da quell’idea, nemmeno ai tempi della Lazio), per Allegri (che in carriera ha giocato con più moduli, nel Cagliari, nel Milan e anche nella Juventus) una necessità – spiegava – poi trasformata in virtù. la difesa di Inzaghi è più portata alla costruzione, Bastoni, Acerbi e De Vrij lanciano da dietro ma salgono spesso anche sulla linea di metà campo e vanno a concludere o a rifinire l’azione mantenendosi a ridosso della linea laterale e spingendo in mezzo al campo l’esterno di turno. Nella Juventus è un lavoro che fa spesso Danilo e infatti Allegri ogni tanto lo ha utilizzato anche come centrocampista”.

 

  TRAME  Chi esce, chi entra  ► Molto interessante il dato messo in rilievo da Emanuele Gamba su Repubblica. “Inzaghi ha inventato un nuovo tipo di calciatore, un prototipo: il calciatore a due terzi, da un’ora e basta, ma che ora quell’ora”. Nel sottolineare che “le cinque sostituzioni hanno cambiato il calcio”, Repubblica fa notare le diverse declinazioni. Inzaghi “toglie sempre gli esterni e Allegri le punte, ma è il caso Dimarco quello da studiare, perché rivoluzionario. Il mancino dell’Inter è da due stagioni (cioè da quando è titolare, mentre prima doveva fare a mezzo con Perisic) che gioca in media 63’ a partita, nel 2022/23 e in questo 2023/24, come se la scelta di Inzaghi fosse scientifica e la preparazione di Dimarco tarata per quello sforzo. Nell’annata scorsa ha fatto per intero appena 4 partite su 50, in questa è a 2 su 25: precisione matematica. Negli ultimi due campionati è stato sostituito 38 volte: non un record, ma chi lo precede (Pereira del Fulham e Sancet dell’Athletic Bilbao sono a 41, Grifo del Friburgo a 39) è trequartista o ala, cioè quel tipo di giocatore che in genere gli allenatori tolgono nel finale, mettendo una punta se bisogna segnare o un centrocampista se occorre preservare. Hanno comunque un impiego medio superiore ai 75’, e non esiste nulla di analogo all’ora pura di Dimarco”.

 

  CHI VEDERE  Le chiavi  ► Dimarco però è un titolare certo nella super-squadra disegnata dal Corriere della sera. Undici giocatori da scegliere, il meglio delle due squadre. Formazione: Szczesny – Pavard, Bremer, Bastoni – Cambiaso, Barella, Calhanoglu, Rabiot, Dimarco – Vlahovic, Lautaro. “La scelta doveva essere tra i bomber e le loro spalle, però bisogna stare al gioco e puntare al meglio. Quindi perché tenere fuori uno tra Lautaro (19 gol) e Vlahovic (12)? Thuram e Yildiz sono intriganti e decisivi con le loro giocate. Ma possono aspettare”.

Alessandro De Calò sulla Gazzetta sottolinea che Calhanoglu e Rabiot danno l’impressione di essere “i due perni attorno ai quali molto ruota e tutto dipende. Giocano in ruoli diversi, eppure condividono un po’ di cose. Entrambi hanno avuto un impatto complicato con il calcio italiano. Accompagnati da molte aspettative, inizialmente hanno più deluso che convinto, portandosi addosso l’ombra di qualche enigma e gli spigoli di una difficile collocazione. Calha aveva fatto un primo salto di qualità passando dal Milan all’Inter. In nerazzurro, Inzaghi aveva cominciato a spenderlo come faceva con Luis Alberto nella sua Lazio: mezzala creativa, capace di dribblare, abitare le interlinee, assistere e andare al tiro. Meno responsabilità sulle spalle e più fiducia nelle giocate l’avevano aiutato a crescere. Poi, lo step decisivo era nato da una necessità, quella di sostituire l’infortunato Brozovic in cabina di regia. Qui Calhanoglu ha trovato la sua dimensione piena”.

 

  ARTEFICI  Il poster  ► Esiste al mondo un modo per fermare Lautaro? Se lo è domandato Andrea Sponticcia su Rivista Undici facendo notare “la sua straordinaria crescita psicologica e tattica” – anche e soprattutto dopo la seeparazione da Lukaku. 

“Il suo istrionismo nell’ergersi a condottiero – scrive Undici – lo ha reso un idolo con cui è facile identificarsi. Dietro l’espressione arcigna e il taglio di capelli tamarro, un ciuffo che sembra rispecchiare l’odierna impermeabilità del suo animo, Lautaro incarna lo spirito dell’Inter attuale, perché il percorso vissuto dall’Inter è stato anche il suo percorso. I difetti congeniti sono divenuti scudi. La follia genetica – quella storica – della Pazza Inter, codificatasi sia in rimonte rocambolesche sia in drammi sportivi, è diventata una pelle da indossare, prima di crescere e trovarne un’altra più personale. in pochi credevano che l’argentino sarebbe sbocciato nella solitudine. Invece, ha approfittato della situazione per crescere e liberare l’istintualità ferina che ora ne anima le scelte e i colpi in campo. E che col tempo è diventata espressione di un talento multiforme, di un modo sanguigno di vivere l’impegno nerazzurro”. 

 

  DISCUSSIONI La bellezza  ► Luigi Garlando sulla Gazzetta tira fuori il ricordo della partita dell’andata, un incrocio, ha scritto, “di una bruttezza rara. Le lezioni imparate nei quattro scontri precedenti sono servite più a incartare l’avversario che a superarlo. Allegri e Inzaghi temevano le ripercussioni di una sconfitta più che desiderare la spinta di una vittoria.  Biglietti da visita: le giocate della Juve, il gioco dell’Inter. Domani sarà più difficile vedere una partita così bloccata, perché i due allenatori hanno più bisogno di vincerla; perché il traguardo è più vicino; perché la Juve è cresciuta in qualità e ha un Yildiz in più.  È il dubbio della vigilia: lui o Chiesa. E se alla fine vincesse di corto muso Miretti?”

 

  MEDUSE  Gli arbitri  ► Considerata l’aria che tira, le gole profonde, gli strafalcioni alla VAR e senza, nella sua rubrica per il Corriere dello Sport-Stadio una firma storica come Roberto Beccantini ci tiene a rammentare “che non è che negli anni Ottanta, secondo i processi d’epoca, la Juventus “rubasse” di meno e le “guardie” non sgranassero i loro rosari di “furtarelli” alternativi; o gli arbitri fossero tutti “santi dipinti”, come la coppia che all’improvviso s’intrufola nell’albergo a ore di Herbert Pagani. Non mancavano neppure le denunce anonime. C’erano però sceriffi che nei saloon degli stadi cercavano di far rispettare la legge, non necessariamente del più forte. Luigi Agnolin e Paolo Casarin, per esempio. Ognuno a modo suo”. 

Ogni volta che Casarin parlava emergeva come fosse “in divisa un pompiere. In borghese, un piromane”. Alla Gazzetta una volta disse: «Io non metterei la mano sul fuoco per tutti gli arbitri; anzi, uno o due magari si faranno anche comprare. C’è chi ha tenuto e tiene rapporti di lavoro con alcune società». Prese nove mesi di squalifica. “Ma ci aveva messo la faccia. A differenza – scrive Beccantini – del “Vigliacco 1” che, nell’inchiesta delle “Iene”, ha sparato episodi come pallottole, e comunque già di ludibrio pubblico, tipo lo spogliarello del frame di Adrien Rabiot in Juventus-Roma 1-0, sul filo del filo del filo“.

”. 

 

 

  PROSPETTIVE  Milano e i suoi lavori pubblici ► È stata una settimana di nuove discussioni anche sullo stadio milanese, quello vecchio e quello nuovo, forse uno, forse due, forse nessuno, chi lo sa. Franco Arturi sulla Gazzetta dello sport ha definito l’apertura del sindaco Sala su San Siro fuori tempo massimo. “Si vede da dio, è carico di gloria, rappresenta un unicum in Europa perché per 59 anni nessuna città aveva avuto due squadre vincitrici di Champions (Manchester c’è appena faticosamente riuscita, ma i due club giocano in impianti diversi) e due popoli calcistici lo amano. Allora non lo si potrebbe modernizzare senza abbandonarlo? La risposta che ieri mattina è diventata clamorosamente affermativa, a suo tempo è stata del tutto negativa. Salti mortali all’italiana”.

Uno sconcertante balletto nella città che si definisce del fare, parallelo peraltro a quello che sta andando in scena sulle strutture olimpiche del 2026 e per la pista del bob – tanto surreale da far dire al ministro Giorgetti di essere pentito per aver avuto i Giochi del 2026 in Italia. 

 

in tv oggi ore 20.45 Dazn: Inter-Juventus

 

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