I grantoli che il tennis non riesce a fermare. Storia di chi grugnisce e rantola

  IL TEMA

Grantoli. Così li chiamava Gianni Clerici, fondendo in un neologismo i grugniti e i rantoli. Gli parevano la più grossa eredità del tennis bimane, due invasioni barbariche in un colpo solo. Si lamentava che i dirigenti avessero rinunciato alla battaglia, avevano inizialmente sconsigliato quei suoni così estreni, ma senza proibirli, “poi, pian piano – scrisse una volta Clerici – lasciarono fare, e il tennis cessò di essere lo Sport del Silenzio”. Le maiuscole sono sue. Qualche tempo dopo aggiunse delle spezie sexy al concetto e trovò che su un campo “i gemiti si mescolavano ai grugniti, i grugniti ai sospiri, i sospiri ai rantoli, i rantoli al suono che, spesso, è proprio degli orgasmi”. 

È un grande dilemma irrisolto. Si urla senza vergogna nel quadro di quel pittore norvegese e in un poema beat americano, ma quando succede su un campo di tennis – dopo tutto questo tempo – si fa ancora fatica nel venirne a capo. L’altra settimana Alexander Zverev ha sentito di nuovo arrivare quel maledetto suono, forte, molto forte, era Alex de Minaur che di là picchiava la palla, non si sa se con le braccia o con la gola, tanto pareva uguale la violenza del colpo e del suono. Allora è andato a lamentarsi con l’arbitro, stavano giocando un match di United Cup, se ne è lamentato e Jim Courier al microfono di una tv gli ha dato ragione: «Dà fastidio». Non per l’arbitro. 

Il giornale australiano The Age è tornato su questo dubbio antico quanto Monica Seles. Si tratta di un istinto irrefrenabile o di uno sporco trucco per innervosire l’avversaria? Certe tecniche si sono raffinate. C’è chi chiede di andare in bagno, chi chiama un time-out medico, chi impiega troppo tempo per servire. Ma i grantoli ti lasciano sempre con quel dubbio: ci è o ci fa? Jewel Topsfield e Scott Spits hanno fatto una veloce ricognizione tra i pezzi di tennis e hanno scoperto che queste urla sono state paragonate a una motosega, al lamento di una cornamusa strangolata,  al ruggito di un leone.

L’ex arbitro professionista Richard Ings, ex vicepresidente esecutivo con delega alle regole per l’ATP tra il 2001 e il 2006, pensa che «se il grugnito è deliberatamente progettato per ostacolare l’avversario, le regole prevedono una punizione. Se è una cosa involontaria e abituale, si deve lasciar correre». Ings era l’arbitro seduto sul seggiolone nel giorno in cui Ivan Lendl si lamentò dei suoni emessi da Andre Agassi. US Open 1988. Ordinò a Lendl di tornare a giocare e non fare troppe storie, così quello corse a piagnucolare dal supervisor. L’altro – poverino – che poteva fare, si avvicinò ad Agassi e gli ordinò di piantarla. Morale: Agassi andò fuori di testa, perse il controllo del gioco, Lendl vinse la partita. 

Trentacinque anni dopo, la decisione di un arbitro di togliere un punto a Novak Djokovic per un prolungato grugnito a Wimbledon nello scorso luglio ha causato uno scalpore simile. Todd Woodbridge che stava commentando la partita per la BBC disse che poteva bastare un warning. Djokovic fece Djokovic e alla fine rispose che lui non grugnisce, non grugnisce mai così a lungo, chi lo sa, forse era l’eco del tetto dello stadio.

A qualcuno scappa, qualcun altro ne abusa. Aryna Sabalenka, per esempio. La numero due del mondo si scusa, si scusa sempre, ma non sa smettere di farlo. Giura che si tratta di un aspetto inevitabile del suo gioco – che le volete dire? «È una cosa fuori dal mio controllo, mi dispiace se qualcuna è disturbata». Gli spettatori hanno cominciato a imitarla. Jessica Pegula, americana, sostiene che lei nemmeno se ne accorge. O meglio. Quando è seduta a casa davanti alla tv, i grantoli li sente. È quando gioca, quando sta in campo, che non le fanno né caldo né freddo. 

The Age ha scovato una pioniera del gridolino in Victoria Palmer, anno 1962, aveva 17 anni e un’avversaria chiese ai funzionari di Wimbledon di fermarla. Sugli stessi prati, due decenni dopo, un arbitro disse a Jimmy Connors di abbassare la voce. Ormai passava per il padre del grugnito. E dopo sono arrivati Andre Agassi e Monica Seles, sono arrivati i tabloid a scriverne, qualcuno si è preso la briga di misurare i decibel. Se interessa: l’urletto di Monica Seles andava a 93.2 – l’equivalente di un fischio della polizia, di un elettrodomestico rumoroso dentro casa, quasi all’altezza di un martello pneumatico.

Martina Navratilova è profondamente convinta che si tratti di un imbroglio. Lo disse una quindicina d’anni fa, quando a Parigi Aravane Rezai si lamentò di Michelle Larcher de Brito. I grugniti mascheravano il suono della palla colpita dalla racchetta. Lo facevano pure Maria Sharapova e Serena Williams, tutt’e due convinte dell’involontarietà. L’involontarietà propria. Non dell’altra.

Uno studio del 2014 condotto su alcuni giocatori universitari ha scoperto che la velocità della palla aumenta di quasi il 5% durante i servizi e i diritti quando vene permesso di grugnire. Ne scrisse Il Tennis italiano. Un altro esperimento ha chiesto ad alcuni studenti di guardare dei videoclip di tennis e individuare il momento del colpo alla palla. Ebbene, pare proprio che il loro tempo di reazione fosse più lento quando c’era qualcuno che gridava sulla scena del delitto. La psicologa dell’Università di Melbourne, Courtney Walton, invita a non farla troppo lunga, dice che la scienza non è arrivata a nessuna conclusione definitiva. Ma come nel sollevamento pesi o in alcune arti marziali, gridare aiuta a esercitare la forza. Sarebbe un benefit, un benefit psicologico. Anita Stahl dell’Università della California, da Santa Barbara sottolinea che in tutti questi nostri discorsi c’è del sessismo. I media svergognano le donne e sorvolano sugli uomini. Se lo fa Sabalenka, tutti a dirne in termini animaleschi e sessuali, se lo fa de Minaur non se ne accorge nessuno. In effetti una volta il Telegraph ha scritto che Maria Sharapova aveva emissioni vocali da blue-movie, i film porno, e che il grido di Venus Williams poteva essere confuso con il gemito di un puledro appena nato che sta affondando nelle sabbie mobili [qui non vi dovete domandare quanti puledri appena nati che affondano nelle sabbie mobili abbia sentito il cronista del Telegraph]. 

«Un giorno mi stavo allenando accanto a Dominic Thiem e lui urlava molto più di me» ha confermato Sabalenka. 

Dieci anni fa i gridolini erano entrati nell’agenda di lavoro della WTA, dai cui uffici era stata annunciata l’intenzione di insegnare alle giovani giocatrici tecniche di respirazione per evitare finalmente quei suoni. The Age ricorda che sul tavolo c’era anche la prospettiva di istituire un gruntometro – poi qualcuno dovette sentirsi ridicolo e rinunciarono. 

 

in tv nella notte ore 1 su Eurosport

 

Qui c’è una bella playlist di grantoli. Leggere attentamente le istruzioni prima dell’uso 

2 commenti su “I grantoli che il tennis non riesce a fermare. Storia di chi grugnisce e rantola”

  1. Adriano Benedetti Rispondi

    È molto fastidioso sentire la Sabalenka e io penso che sia una tecnica per disturbare le avversarie .

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