La Federazione internazionale ha sospeso quella iraniana per il boicottaggio in gara degli atleti israeliani. Al judoka Saeid Mollaei era stato ordinato di ritirarsi dai Mondiali per evitare di affrontare l’israeliano Sagi Muka.
Il contesto | La Federazione del judo di Teheran a maggio aveva emesso un comunicato per esprimere la volontà di porre fine al boicottaggio degli israeliani «nel pieno rispetto dello statuto olimpico e dei suoi principi contro ogni discriminazione». Proposito evidentemente vanificato dalla tensione crescente in Medioriente tra le due potenze regionali. Nei giorni scorsi le forze di Tel Aviv avrebbero colpito con attacchi mirati obiettivi iraniani in Siria e in Iraq e si è diffusa la notizia che alcuni caccia dello Stato ebraico hanno violato lo spazio aereo iraniano sfuggendo ai radar. Un segnale chiaro: vi possiamo colpire quando e dove vogliamo. Israele considera la minaccia più grave alla sua stessa esistenza l’eventualità che gli ayatollah possano dotarsi dell’arma atomica. L’ultima volta che la Repubblica teocratica ha autorizzato un match contro i nemici risale al 1983 in occasione di un incontro di wrestling a Kiev. Da allora, una serie infinita di rifiuti, in diverse discipline, spesso imitati da sportivi di altri Paesi arabi o musulmani. Alle Olimpiadi di Atene del 2004 un altro iraniano candidato all’oro, Arash Miresmaeili, evitò di battersi sul tatami, venne accolto al rientro come un eroe e fu premiato con 115 mila dollari, il compenso previsto per il massimo gradino del podio. [Gigi Riva, la Repubblica, 30 agosto 2019]
La voce della comunità ebraica | In mezzo ai rischi dilaganti di guerra attizzati dall’Iran, all’armamento nucleare, all’organizzazione sistematica del terrorismo in tutto il Medio Oriente, alla feroce repressione interna, potrebbe sembrare un dettaglio insignificante, ma vale la pena di segnalarlo. […] Qui la questione è personale, gli atleti musulmani non vogliono entrare in contatto con gli ebrei. E’ la prova di qualcosa di peggio dell’odio: una disumanizzazione, un disprezzo, un’esclusione che si estendono alla compresenza fisica. Chi pensa che la guerra e il terrorismo che Israele subisce da un secolo siano una semplice questione di confini e di economia, farebbero bene a ripensarci”. [Ugo Volli, Shalom, 14 luglio]
Quando accadde nel nuoto | Mohammed Alirezaei, iraniano, si rifiutò di gareggiare nella batteria dei 100 rana dei Mondiali di Roma nel 2009 pur di non trovarsi avversario dell’israeliano Mickey Malul. L’anno prima alle Olimpiadi di Pechino lo stesso atleta non aveva accettato di gareggiare al fianco di Tom Beeri, altro israeliano. L’iracheno Saif Alaslam al-Saadi si presentò regolarmente ai blocchi accanto alla corsia dell’israeliano Itai Chammah.
Alle Olimpiadi di Rio 2016 | La squadra di judo egiziana rispedì a casa Islam El Shehaby che si era rifiutato di stringere la mano al suo avversario, l’israeliano Or Sasson, da cui era stato battuto. El Shehaby avrebbe ricevuto pressioni da gruppi islamici egiziani per non gareggiare.
Nel giorno della cerimonia d’apertura era stato chiesto a libanesi e israeliani di condividere un pullman per raggiungere il Maracanà. Il capo della delegazione libanese si era rifiutato e gli israeliani avevano raggiunto lo stadio con un altro mezzo. Un paio di giorni dopo, un nuovo episodio sospetto ancora nel judo. Joud Fahmy si era ritirato da un match contro un atleta delle Isole Mauritius. Si ipotizzò che, prevedendo di vincere, volesse evitare al turno successivo l’israeliano Gili Cohen. Non ci sono mai state conferme ufficiali.
La questione Salah | “Il 31 luglio del 2013 il Basilea affronta nei preliminari di Champions League la più importante squadra israeliana, il Maccabi Tel Aviv. Il rituale della massima competizione europea dopo l’inno prevede le strette di mano tra le due squadre. Salah decide però di sottrarsi al rito uscendo dalla fila composta dai suoi compagni di squadra per allacciarsi le scarpe. La società svizzera, per evitare che il caso esploda, si affretta a spiegare che si tratta solo di una coincidenza. Ma la situazione acquisisce comunque una rilevanza politica, ancora prima della partita di ritorno che si giocherà a Tel Aviv una settimana dopo. L’ampia base di fan del giocatore egiziano infatti preme affinché lui si rifiuti di andare a giocare in Israele come segno di sostegno alla causa palestinese. Lui stesso ci pensa, al quotidiano svizzero Blick dichiara: «Non lo so ancora, non ho mai detto di non voler giocare; ma la situazione è difficile». […] La partita comunque è un inferno. Il Bloomfield di Tel Aviv si presenta strapieno e ornato da decine di bandiere di Israele. Salah non fa nulla per stemperare la tensione e deroga nuovamente al rituale della Champions League, questa volta offrendo ai giocatori del Maccabi un pugno chiuso invece della classica stretta di mano. Com’è ovvio che sia, il giocatore egiziano viene sommerso di fischi ogni volta che tocca il pallone. In questo ideale botta e risposta, Salah ha l’ultima parola. Al 21’ del primo tempo segna lo 0-2 per il Basilea e prima di esultare pregando come fa di solito, si dirige verso le tribune facendo il segno della bocca che parla con le mani. Quando viene sostituito nel secondo tempo, tra gli insulti generali del pubblico, il giocatore israeliano Yeini gli si avvicina con fare minaccioso puntandogli il dito contro. Il giorno dopo la partita (che finirà 3-3 permettendo al Basilea di passare alla fase a gironi), Salah va nella città vecchia di Gerusalemme a pregare nella moschea di al-Aqsa, situata nella celebre Spianata delle Moschee contesa da secoli tra ebrei e musulmani”. [Dario Saltari, l’Ultimo Uomo, 21 agosto 2015]