Sono il suono di un tuffo, un salto nell’acqua, un’immersione. Sono il suono di una sorpresa, un batticuore, un palpito. Sono la leggerezza, l’allegria, il sorriso. Sono Pfaff, Jean-Marie Pfaff, e me ne vanto. Mio padre vendeva le sue stoffe e i suoi tappeti in giro per le strade del Belgio. Una vita da ambulante, un ambulante non abbassa mai lo sguardo. Mangiava ogni giorno nella stessa osteria, entrava e chiedeva il solito, la signora Marie Veireman sapeva, aveva imparato cosa preparargli. Suo marito Jean De Lathouwer gli riservava un tavolo sempre alla stessa ora. Così, quando sono nato io, a mio padre venne facile unire i nomi delle due gentilissime persone che gli apparecchiavano il pranzo quotidiano, marito e moglie. Per questo mi chiamo Jean-Marie.
Lui, Honoré – mio padre – se ne andò che avevo 12 anni, sono cresciuto con i miei cinque fratelli e le mie sei sorelle. Mangia, Jean-Marie, mangia. Era la loro preoccupazione, che stessi bene, che non mi mancasse nulla. Mangiavo e ingrassavo. Da Pfaff, per gli amici ero diventato Patapouf, il grassoccio. Perciò mi mettevano in porta quando si giocava a pallone nelle vie di Lebbeke, la città dove sono nato, nelle Fiandre orientali, terra di vento e di ciclismo. Palloni su palloni, parate su parate, sono arrivato al Beveren. L’avevo promesso a lui, a mio padre, vedrai diventerò un bravo portiere. Ma il calcio all’epoca era solo una passione, i soldi li guadagnavo fuori dal campo: prima in un ufficio postale, poi in un’azienda tessile, 14 franchi l’ora, c’era la famiglia da aiutare. Ogni giorno mi facevo 25 km in bicicletta, con il sole o con la pioggia, qualunque fosse il tempo. Vivevo in una roulotte nella piazza al centro di Anversa. Io, i miei fratelli e le mie sorelle. Quelli che campano così, sono persone fantastiche.
Eravamo felici, la gente intorno a noi era socievole. C’erano calore e amicizia, a me non viene in mente nulla che si possa desiderare di più. Solo quando sposai Carmen, prendemmo casa. Aprimmo un negozio di articoli sportivi. Nel frattempo il Beveren mi aveva dato la maglia numero uno e un po’ di gloria: campionati, coppe, l’esordio in nazionale e la finale agli Europei in Italia. Il vero salto fu il trasferimento in Germania, nel 1982 arrivò la chiamata del Bayern. L’esordio fu un disastro, perdemmo 1-0 con il Werder Brema: autogol mio. Su una rimessa laterale, esco con la mano alta, la tocco appena con le dita. Palla in porta. Bene, mi dissi. Meglio sorridere. La prossima volta andrà meglio.
Uli Hoeness venne a riferirmi che qualcuno però gli aveva dato un colpo di telefono, avvertendolo di stare attento a me, ero cresciuto in strada, ero un ambulante, un nomade, avevo un brutto carattere, non stavo zitto mai. Mi riferì che a lui tutto questo non interessava, il Bayern mi aveva chiamato perché pensava ch’io fossi un bravo portiere, e che lo pensava anche dopo quell’autogol. Gli risposi grazie, gli dissi che per me era stato un episodio positivo, molto positivo, si trattava di un’azione così cretina che non si sarebbe mai più ripetuta. Nel frattempo mi aveva reso famoso in tutto il mondo. Ecco, io l’avevo presa così.
Allora Uli mi fissò, chissà che cosa gli passò in quell’istante per la testa, un attimo ancora e poi mi chiese: «Ti spiace se per un po’ non rilasci più interviste?». Mi tennero muto per tutelarmi, il silenzio durò nove settimane. Il giorno in cui parai un rigore a Kaltz, la Germania scoprì questa mia inverosimile lingua, un impasto di tedesco, olandese e fiammingo. Ero il miglior portiere del mondo, ma si faceva fatica a dirlo. Tutti guardavano la maschera che mettevo per nascondermi, la maglia rossa che portavo in omaggio a Kelly Le Brock, sono certo che la conoscete. Tutti parlavano della mia fuga dal ritiro della nazionale vestito da infermiere, della mela che mi tirarono certi spettatori e che io mangiai appoggiato a un palo. Con tutta la buccia.
Ma al parere degli altri quasi mai ho fatto caso. D’altra parte se avessi ascoltato i medici, dico i medici per fare un esempio, oggi non avrei le braccia. Una sbarra di acciaio me le aveva spezzate da bambino, i dottori volevano amputarle. Meno male che i miei fratelli diedero retta a me. Ai Mondiali del Messico ci fermò solo Maradona, in semifinale, dopo due indimenticabili partite contro l’Urss negli ottavi e la Spagna ai quarti, battuta ai calci di rigore. Vennero 10mila persone ad accoglierci a Bruxelles. Allora sì, allora si arresero tutti. Ero diventato Il Simpatico perché sorridevo sempre. Mi avevano anche eletto miglior portiere del torneo.
Ho smesso a 36 anni. Di giocare, non di sorridere. Ho fatto l’attore, ho prodotto vini e champagne, la vita della mia famiglia [tre figlie, mariti, sei nipoti] è finita al centro di un reality, ci hanno ripreso per 24 ore su 24. Mi chiesero se avessi qualcosa in contrario e non l’avevo. Perché il calcio a un certo punto finisce, ma la vita no, la vita continua, e se alla vita non sorridi, da queste parti che cosa ci rimani a fare.
[La serie Il giro dei mondiali in 80 portieri è stata scritta in origine per i blog Il divano sul cortile e Puliciclone. Come per l’intera serie, le parole liberamente attribuite a Jean-Marie Pfaff sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti giornalistiche. Sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti]