Eva contro Eva. Alla fine di questo si tratta, quasi ovunque, nello sport di sicuro. Sei Bette Davis, sei sempre stata Bette Davis e un giorno arriva Anne Baxter. Si prende il tuo ruolo, ci prova con il tuo uomo, si prende i tuoi premi e la tua gloria. Ma fuori la porta c’è già una nuova Eva che bussa per entrare, si chiama Phoebe, pronta a ricominciare il giro daccapo. Su un campo di qualcosa è sempre una faccenda tra generazioni che vanno e vengono, un re e una regina, un principe e una principessa, eredi al trono che vorrebbero quel trono prima possibile. Certe volte devono aspettare, altre volte il colpo riesce. GenZ nel tennis è stata sinonimo di incompiutezza fino all’avvento di Carlitos Alcaraz. Prima di lui, era tutta una campagna di frustrazioni dinanzi ai mezzadri di sempre, Quei Tre.
Questa NBA appena cominciata mostra il processo in maniera trasparente, diceva qualche giorno fa il Wall Street Journal. “Geezers contro Gen Z” è la sintesi di tutto. “In qualsiasi altro momento della storia – ha scritto Robert O’Connell – LeBron James, Stephen Curry e Kevin Durant sarebbero invecchiati fuori dai quadri del campionato. Invece sono entrati in questa stagione come dei contendenti. Durant e Curry non sono vecchi secondo i parametri convenzionali. Se fossero eletti alla Camera dei Rappresentanti, sarebbero il settimo e il nono più giovane tra i 435 membri. In NBA, però, fanno parte della nuova gerontocrazia”.
Eppure resistono e la loro capacità di resistenza “deriva in parte – scrive il Wall Street Journal – dallo stesso status anomalo che ha reso queste icone così efficaci all’inizio. Curry svolge la maggior parte del suo lavoro lontano dall’area affollata attorno al canestro; il modo in cui si sposta da un punto all’altro lo rende una meraviglia e gli risparmia gli urti e gli incidenti. La mossa preferita di Durant, il tiro in sospensione, non soffre di perdite di atletismo. Questa generazione di stelle è la prima a beneficiare dell’evoluzione della scienza e della nutrizione”.
Quanto a LeBron James, gli anni sono 39. I Lakers sono giunti alla conclusione che va dosato. Giocherà 25 minuti, al massimo 30, in ogni partita. È la 21esima stagione, diamine, se lo sarà meritato. Eppure, attenzione, quando le presenze in NBA hanno scavalcato da poco la soglia delle 1.700 La Giornata Tipo fa notare che “il 99.9% dei giocatori nella storia del basket con un’età compresa tra i 38 e i 39 anni, hanno avuto un minutaggio inferiore ai 14 minuti e una media punti inferiore ai 6.5. LeBron da quando ha compiuto i 38 anni viaggia attorno ai 27 punti, 9 rimbalzi e 7 assist di media in 35.2 minuti. Godiamoci finché possiamo questo atleta unico nella storia”.
Vecchio a chi? “Dovranno spingerli giù dal piedistallo dello sport”, dice il Wall Street Journal parlando di uno stallo della Gen Z, o forse chiamiamo stallo la nostra impazienza. Stanotte per esempio Paolo Banchero ha segnato 25 punti e servito 10 assist nella vittoria degli Orlando Magic contro i Lakers di Lebron, interrompendo una striscia di 7 sconfitte nello scontro diretto. Durant da solo non è riuscito a far vincere i Suns contro i 76ers di Philadelphia nel formato Embiid-Maxey-Oubre, Zion Williamson ne ha segnati 25 al rientro contro Atlanta. Per non dire di quel tipino francese, quel Victor Wembanyama, così somigliante alla Phoebe che bussa alla porta di Anne Baxter. Le nuove regole che limitano il ricorso al riposo preventivo possono accelerare il ricambio generazionale, peraltro in atto da un po’. Sono sette anni che la triade Curry-LeBron-Durant non vince il titolo di mvp della stagione, e negli ultimi cinque il premio è andato a un giocatore non americano.
Di stelle e di generazioni scrive stamattina anche Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenciale per Repubblica. “I nostri predecessori – dice – avevano Pelé e Larry Bird, che magnificavano sebbene, data la tecnologia d’allora, li avessero visti in poche apparizioni internazionali. Nello sport come in politica era più importante avere un’opinione che giustificarla. I nostri successori hanno occhi e telecamere ovunque. Ogni affermazione è appesa a big data che finiscono spesso per confondere l’intenzione principale. Ma Wemby e Belli sono inconfutabili. È l’esito prodotto a definirli. Il modo, quello è ibrido. Come può segnare tanto da tre un giocatore di 224 centimetri? E come si permette di essere capocannoniere della sua squadra un centrocampista, per giunta alto? Sono, in modo diverso, rotture di uno schema che aveva trovato nella similitudine la sua perpetuazione: da Maradona a Messi, da Mike a Kobe. Il francese in Texas, l’inglese in Spagna sembrano i ragazzi che fanno l’Erasmus, poi il master in qualche università straniera, cercando da subito sfide più alte, il brivido del dentro o fuori, l’emancipazione da un modello invecchiato nella quiete della ripetizione, interrotta da qualche strillo nel pollaio”.
Belli è Jude Bellingham, sul conto del quale nell’ultimo mese si sono accumulate analisi e definizioni che basterebbero già a definire una carriera. È singolare che ancora dal Wall Street Journal ne arrivi un’altra speciale. Belligham sarebbe la risposta del calcio a LeBron James. Scrive Joshua Robinson che “il calcio è diventato un gioco di specialisti” [ma qui si potrebbe eccepire con un saggio], mentre “Bellingham si propone come un generalista per eccellenza. Si sposta in qualsiasi spazio ritenga di poter arrecare danni”. Come il LeBron James che apparve ragazzino in NBA. “Quando ha la palla, è come se si fermasse il tempo, come se lo dominasse”, ha scritto il suo ex allenatore al Birmingham, Pep Clotet, in un saggio per il sito Coaches’ Voice. L’esperienza al Real Madrid è un acceleratore del processo. La distanza media dei tiri in porta di Bellingham era compresa tra 17 e 20 metri dalla porta prima dell’arrivo in Spagna. In Liga è scesa a 13,1. Così segna di più, finendo in competizione numerica con attaccanti veri e propri come Erling Haaland. Al Real Madrid ha una media di 1,62 tiri in porta ogni 90 minuti, un aumento del 113% rispetto alla sua ultima stagione al Borussia Dortmund.
Dice il Wall Street Journal che “non è esattamente il giocatore che il Real Madrid pensava di acquistare. Ma come può testimoniare chiunque lo abbia allenato, una squadra con Jude Bellingham non impiega molto a imparare che può contare su Jude Bellingham per qualsiasi cosa”.
È tutto lo sport che va in quella direzione. Li abbiamo chiamati tuttocampisti, Jorge Valdano dice di Jude che è un vagacampista, probabilmente lui e altri sono dei transcampisti, perché attraversano ruoli e posizioni. Il basket cerca ormai quasi solo giocatori che sappiano muoversi dentro e fuori l’area, lunghi che stiano sul perimetro, uomini potenti da usare in regia. Un lungo sul perimetro vede meglio le linee dei passaggi, anche se un piccolo che lo affronta lo pianta poi sul posto. La ricerca dei mismatch è diventata estrema, si ottiene con giocatori ibridi. Tutti i grandi del basket diventano ormai grandissimi solo se tendono all’universalità. Magic Johnson è stato il prototipo. LeBron James la sua evoluzione per la riscrittura dei canoni. Bellingham nel calcio viene paragonato a lui, anche se nel frattempo altre Eve sono fiorite, o altri Adamo dovremmo dire, come Giannis Antetokounmpo, che stoppa e porta palla dall’alto dei suoi 2 metri e 13. Ben Simmons, altro regista con la struttura fisica del lungo, ha illuso i 76ers con la sua capacità di difendere in cinque posizioni. Lo stesso Jokic. Sono tutti giocatori in grado di coprire mansioni che questo sport aveva spalmato fra il metro e 60 di Muggsy Bogues e i 2 metri e 31 di Manute Bol.
La pallanuoto è diventata così, con centroboa che vanno a difendere al centro, mancini costretti a non giocar più solo in attacco. Sarebbero superati. Il calcio lo stesso, con i portieri registi e i terzini mezze-ali. Solo la pallavolo conserva nel libero una anomalia, un giocatore che segna una ripartizione rigida dei ruoli. Non solo per sé. Il libero ha favorito la maturazione di centrali più alti e più grossi, giocatrici e giocatori che in quella posizione oggi sanno fare meno cose rispetto ai pari ruolo di trent’anni fa.
L’ibrido è il nuovo elemento arrivato nell’antico gioco delle generazioni che si inseguono, si superano, si imitano. Come ha detto una volta Emanuela Audisio, lo sport è quel posto in cui con una nuova stella arriva pure l’occasione per dare una carezza a chi era venuta prima. Ricordandola.