
Illustrazione ESPN
Ogni volta che spunta l’estate, nella seconda metà di giugno, una sessantina di ragazzi si sente in paradiso. Hanno in prevalenza diciannove, vent’anni, escono dall’università, oppure arrivano dall’altra parte del mondo. Giocano a pallacanestro chissà da quanto, hanno desiderato per tutto questo tempo di arrivare in NBA e in un sera, eccoli qua, ci arrivano davvero. Sentono chiamare il loro nome al Draft e un minuto dopo tutto cambia. Avranno allenamenti più duri, avranno avversari più forti, avranno compagni più competitivi, avranno pure più attenzioni, più soldi da spendere, avranno più felicità e più problemi. Soprattutto: non hanno mai vissuto tutto questo.
Ogni volta che allora spunta l’estate, il sindacato dei giocatori ha la consapevolezza di doversene occupare, sente l’obbligo di seguire da vicino questa sessantina di nuovi cuccioli arrivati nel branco. Li chiamano rookie. I debuttanti. Devono imparare che esiste una velocità differente, un’altra fisicità, una nuova vita fuori dal campo. Esistono insidie e regole, esistono limiti e tentazioni. Avranno aerei da prendere, camere d’albergo da abitare, avranno ragazze che grideranno il loro nome. Avranno un tempo libero da impiegare e un mucchio di noia da vincere. Avranno viali di foglie in fiamme ad incendiargli il cuore. La gestione delle finanze, la comunicazione con i media, una condotta pubblica da tenere in riga.
Dal 1986 esiste allora il Rookie Transition Program, un’iniziativa obbligatoria per i debuttanti, un corso durante il quale il sindacato giocatori della NBA mette una mano sulla spalla dei ragazzini e gli dice noi siamo qui, ci siamo passati, siediti un attimo e ascolta. Il corso prevede sessioni in aula in gruppi di 10-15. I professori sono stelle del passato, coach, arbitri, giornalisti, motivatori. Ma non finisce dopo i quattro giorni previsti. Sugli smartphone dei ragazzi, in mezzo a molto altro, finisce una app che garantisce l’accesso a dei contenuti disponibili durante tutto l’anno, con un numero di telefono che garantisce assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Chi ha giocato lo sa, da dove può arrivare il pericolo. Una parte delle iniziative del Rookie Transition Program è dedicata alle persone che fanno parte della ristretta cerchia personale del giocatore. I parenti, gli amici, quelli che influenzano maggiormente il modo in cui i ragazzi trascorrono il loro tempo fuori dal campo. Greg Taylor, uno dei curatori del corso, dice per esempio che «non si tratta solo di educare i giocatori a fare scelte migliori, a padroneggiare la loro crescita, l’evoluzione verso il professionismo, ma il processo riguarda anche la famiglia e le influenze chiave. Organizziamo numerosi seminari sulle famiglie, perché sappiamo che le famiglie sono la migliore rete di supporto. La NBA è un cambiamento straordinario nelle circostanze della loro vita. Questi ragazzi vanno guidati a gestire i loro guadagni, all’ingresso in una nuova comunità, a essere ambasciatori della Lega».
Certo, ogni tanto arrivano dall’America notizie di stelle e stelline trovate con una pistola in mano in una storia su Instagram oppure accusate di un abuso. È per questo che i corsi ai rookie parlano di tecnologia e di social media, di droga e alcol, di finanze, di salute, di sicurezza, di codici penali, di televisione, di sesso occasionale, di scommesse, di etica professionale. Per la gestione dello stress e dell’ansia, per quella gigantesca materia che ormai teniamo sotto la definizione di benessere mentale, la NBA collabora con la società Headspace, specializzata in meditazione e consapevolezza. Donte DiVincenzo un giorno ha detto che per lui è stata una scoperta. Veniva dal Delaware, e di tante cose non aveva mai sentito parlare. I corsi ricordano che c’è chi diventa una stella e chi si infortuna, chi firma un rinnovo milionario e chi viene tagliato. Il caso ci mette la sua mano, ma ciascuno può limitarne l’interferenza con il proprio comportamento in auto, a casa, durante la vita notturna, le uscite con gli amici. Quando Kevin Martin uscì dal corso, disse: «Adesso è il momento di diventare adulti».
Kareem Abdul-Jabbar è uno dei professori che ogni tanto passa dal camp a tenere una lezione. Qualche anno fa scrisse una lettera aperta pubblicata dal Guardian ai ragazzini che debuttano in NBA.
Caro rookie, scrisse, “non hai niente da dimostrare. Ricorda che sei uno dei migliori giocatori di basket del paese e sei arrivato qui attraverso la disciplina, il duro lavoro, prestazioni eccezionali. Meriti di essere qui per gli anni di sacrificio che hai fatto per allenare il tuo corpo e affinare le tue capacità. Meriti di essere qui altrimenti nessuno ti avrebbe dato tutti i soldi che ti daranno. Aspetta, aspetta un attimo. Ritiro tutto. Altro che. Invece hai tutto da dimostrare. Devi conquistare ogni giorno il tuo minuto in campo contro ogni altro rookie della tua squadra. Se dovessi batterlo, dovrai vedertela con i veterani della tua squadra per un posto in campo. E quando sarai davvero entrato in campo, giocherai contro i maestri più esperti e intelligenti che esistano in questo gioco, dei furbastri che useranno la tua inesperienza, i tuoi nervi e contro di te. Benvenuto sulle montagne russe, il tuo anno da rookie. Sarà un’ondata di paradossi continui, di emozioni contrastanti, di dubbi, di consigli di gente anziana come me. Anch’io sono stato un rookie nervoso, nervoso all’idea di dovermi adattare a nuove persone, a una nuova città, ma anche desideroso di affrontare la sfida e portare il mio gioco a un altro livello. Ho scoperto che il modo migliore per affrontare il nervosismo era concentrarmi su degli obiettivi, anziché pensare alle aspettative che gli altri riponevano su di me. Avevo tante attenzioni addosso che pensavo di poter solo rovinare tutto. Ma prima di ogni partita mi dicevo: oggi segnerò questo tot di punti, stopperò questo tot di palloni, prenderò questo tale numero di rimbalzi. Non importava che ce la facessi davvero, importava avere un obiettivo per restare calmo dentro di me, motivato a fare del mio meglio. I debuttanti sono confusi, lo vedi anche nei film. I rookie sono quelli che in viaggio vestono nel modo più stravagante. Mettono camicie rosa oppure vestiti a pois. A volte i novellini devono fare delle commissioni per i veterani. Io ero il centro titolare e non sono mai stato molestato, ma ciò non mi ha impedito di molestare gli altri quando sono diventato un veterano. Quando Magic Johnson arrivò ai Lakers come debuttante, mi doveva portare il New York Times tutte le mattine. Una delle principali differenze tra i miei tempi e oggi è che la NBA fa uno sforzo enorme e sincero per proteggere i debuttanti, per aiutarli nella pianificazione finanziaria e nei cambiamenti dello stile di vita, nei rapporti con i fan. Anche se un rookie dovesse giocare in NBA solo 4 anni, non guadagnerà meno di 25 milioni di dollari. Questo attira molti squali. Anch’io mi sono fidato delle persone sbagliate e ho pagato un prezzo alto per questo. È fondamentale sapere a chi ti stai affidando per spendere i tuoi soldi. Non limitarti a guardare un sito web. Essere un atleta professionista comporta responsabilità, che tu lo voglia o no. Sarai ammirato dai bambini. Uno studio condotto su ragazzi di età compresa tra 10 e 17 anni, ha mostrato che gli atleti professionisti sono secondi solo ai loro genitori come modello di comportamento. Pensa a cosa significa, pensa a come puoi sostenere enti di beneficenza, progetti sociali. Pensa alle tue manifestazioni pubbliche di un’opinione politica, se devi inginocchiarti durante l’inno nazionale. Niente e nessuno deve influenzare le tue scelte. Essere un rookie non significa solo capire che tipo di giocatore vuoi essere, ma significa anche capire che tipo di uomo vuoi essere e che tipo di cittadino vuoi essere. Come canta Johnny Cash: «Devi camminare per quella valle solitaria e devi percorrerla da solo».
Da soli, ragazzi. Ma la NBA sta attenta a dove mettete i piedi.
COSA LEGGERE SUL ROOKIE PIU ATTESO
L’hype per Wembanyama
Flavio Vanetti, Corriere della sera: “È dal 2003, da quando aspettava LeBron James, che la Nba non era così in trepidazione per un prospetto. Wembanyama, il ragazzo con la passione per i Lego, è un fuoriclasse generazionale che difende come Rudy Gobert (suo connazionale) e che con il pallone fa magie alla Kevin Durant. Potrà ridefinire la grammatica del basket e diventare non solo il miglior europeo di sempre tra i «pro», ma anche uno dei più forti giocatori della storia. Gregg Popovich, in rotta per i 75 anni, ha allungato il contratto con gli Spurs per forgiare un altro campionissimo. «La mia preoccupazione era come proteggerlo. Mi sono detto che gli avrei fatto dei discorsi su questo e quello e su come affrontare le situazioni. Ma quando gli ho parlato ho capito che mi avrebbe guardato e si sarebbe chiesto perché gli stessi dicendo tutto ciò: lui lo sapeva già. Ha carattere, ha senso dell’umorismo, è intelligente»”
Dan Peterson, la Gazzetta dello sport: “Occhio ai San Antonio Spurs, con il grande coach Gregg Popovich e la matricola del decennio, Victor Wembanyama, alto 225 cm, ma con un’agilità e una tecnica da playmaker o ala piccola. Tutti gli occhi verranno puntati verso di lui. È molto esile. il suo fisico terrà botta? Bella domanda”
Piero Guerrini, Tuttosport: “L’airone di 2 metri e 24 con apertura alare di 2,43 (calcolate voi l’area occupata) capace di palleggiare come una guardia e poi volare in cielo, ha scatenato previsioni iperboliche. Metta World Peace (gia Ron Artest) per esempio: «I San Antonio Spurs arriveranno in semifinale a Ovest, Wembanyama sarà già tra i primi 10 giocatori della Lega e in carriera può arrivare a vincere tra 7 e 10 anelli». Evviva. Il principale avversario di Wemby, nomignolo da cerbiatto, sarà il contorno più del campo. Victor avrà carrozzeria tale da reggere l’urto della comunicazione globale? Ha mostrato già meraviglie, vero, ma le amichevoli prestagionali sono attendibili come oroscopi. Eppure si parla soprattutto di Wembanyama”.
George Eddy, Le Figaro: “È considerato dal mondo del basket il più grande talento potenziale nella storia del gioco per le sue dimensioni, la sua mobilità, la sua abilità e la sua tecnica con la palla in mano. È una combinazione che non abbiamo mai visto in un giocatore di queste dimensioni”.
Le prime partite della notte
La NBA è fatta così. Per la prima partita vuole una partita-poster. Non c’è niente di meglio che mettere di fronte i signori con l’anello al dito e la franchigia della serie tv, i Nuggets di Denver e i Lakers di Winning Time.
Mentre Around the Game ha tradotto in italiano un pezzo di Bennett Durando dal Denver Post sul tema chissà se Nikola Jokic concede il bis, Slalom vi segnala un intervento di Bill Plaschke, editorialista del Los Angeles Times. Dice che avrebbe voluto scrivere una bella presentazione trendy della stagione ma poi si è chiesto se il “Bla, bla, bla, bla, bla” avesse un senso, si è chiesto “chi stiamo prendendo in giro?”. Nel senso che – dice il Los Angeles Times – bisogna ammettere che tutte le ambizioni dei Lakers poggiano sulle spalle di due giocatori. Sono LeBron e Anthony Davis. Punto.
“È ovvio, ripetitivo e francamente un po’ noioso – scrive – ma è anche la verità assoluta. Le fortune dei Lakers iniziano e finiscono con LeBron James e Anthony Davis. Se LeBron e AD stanno bene, possono vincere un campionato. Se non stanno bene, non lo faranno. Se LeBron e AD giocano bene, possono battere chiunque. Se non lo fanno, non accadrà. Se LeBron e AD si comportassero come le superstar che sono, tutti i ragazzi intorno a loro brillano. Se non lo fanno, non succederà. Naturalmente è anche ovvio che da soli probabilmente non possono vincere nulla. Ma senza di loro è certo che i Lakers non possono vincere nulla. Punto. Questo ci porta all’unica domanda che ogni tifoso dei Lakers deve porsi: crediamo in LeBron e AD? Non in uno solo di loro, ma in entrambi. Se crediamo in LeBron e AD, che hanno portato la squadra a un record di 95-49 quando entrambi sono in campo nella stessa partita, allora crediamo nella vittoria del campionato. Se non ci crediamo, non succederà. Nel frattempo, il vostro editorialista non è così sicuro in cosa credere”.
Assomiglia a un no.
stanotte ore 1.30 in tv su Sky
L’altra partita con cui si apre il campionato è quella tra l’ultima Dinasty e l’ex squadra barzelletta, i Golden State Warriors di Steph Curry e i Phoenix Suns usciti dal tunnel della lunga assenza dai play-off. Ora possono perfino sognare un anello, con Kevin Durant che ha messo la loro maglia. Solo che KD ha 35 anni. Simone Sandri sulla Gazzetta ha scritto che “sul talento cristallino e sull’affidabilità in attacco di KD non ci sono dubbi, il nodo del giocatore in grado di vincere due titoli con gli stellari Warriors (2017 e 2018) è legato soltanto ai suoi troppi problemi fisici nelle ultime tre stagioni”.
Quest’anno poi la NBA è più severa sui campioni che riposano e saltano le partite. Sono stati posti dei limiti alle assenze e ai cosiddetti riposi preventivi. Secondo Joe Dumars, vicepresidente della Lega, giocarle tutte o quasi le 82 giornate di stagione regolare non comporta danni. Ha portato degli studi che gli darebbero ragione. «L’unico dato emerso chiaramente è che i giocatori sono meno efficienti nella seconda partita consecutiva in 24 ore. Ciò che vogliamo ristabilire è la cultura del volerle giocare tutte».
oggi ore 4 in tv su Sky