Quanto pesa in certi posti portare uno scudetto sul cuore

 

Ci sono posti dove lo scudetto sul cuore è un peso. È una freccia di San Sebastiano. Esiste un peso della consapevolezza, una impossibilità di respirare con l’anima, questo lo ha detto Pessoa. Ogni venti-trent’anni, questi posti si trovano per le mani una squadra di calcio sensazionale. Alzano le vele a un vento di passaggio. Vincono, festeggiano e distruggono. Forse perché ci sono posti nei quali la gioia si porta appresso un furore che consuma, forse perché là viene meglio ricordare che vivere. 

Ieri pomeriggio non c’era un altro pensiero razionale per darsi una risposta su quanto succede a Napoli, dove il 4 maggio è stato festeggiato uno scudetto cullato per mesi con le bandiere ai balconi dopo trentatré anni d’attesa; poi è stato festeggiato di nuovo in ogni trasferta successiva per gli espatriati, come dei divi rock in tournée, fino alla celebrazione definitiva del 4 giugno al San Paolo, con le canzoni di Liberato, il cantante in maschera. 

Senza che siano neppure passati quattro mesi, tutto questo vapore, tutta questa immortalità da uomini leggeri, tutta questa leggerezza che appartiene a chi non sta dentro le cose, ma intorno e sopra, come l’aria, come la luce, è diventata un triangolino sul cuore, un triangolino con una sua forza brutale, tremenda, così insopportabile da indurre alla tentazione di liberarsene, liberarsene in fretta, esser costretti a farsi anche del male per poterlo con dolcezza ricordare, e continuare, nella città che ha un anniversario per tutto: il Trentennale dell’elezione di Bassolino, gli 80 anni delle Quattro Giornate, i 580 della dinastia aragonese, i 680 dell’arrivo di Petrarca. Ogni cosa è rievocata. 

 

gli altri due La squadra senza pretese dell’estate 2022 spaccò la serie A in due tronconi prima di Natale. La squadra data favorita per il bis si è messa a spaccare sé stessa, con un rosario di eventi che si stenterebbe a credere: la separazione da Spalletti, l’addio a Giuntoli, la cessione di Kim, l’acquisto di Gabri Veiga fatto-nonfatto-saltato, la tensione con la federcalcio per la clausola del cittì, il nuovo allenatore che sostituisce i migliori e che ha già perso la luce, l’indagine della procura di Roma sul falso in bilancio, i video su TikTok, uno, due, manco si sa bene. 

La prima volta, il Napoli con lo scudetto sulla maglia attese quasi un anno prima di implodere, da uno storico 10 maggio 87 a un altrettanto storico 1° maggio 88, facendosi rimontare cinque punti dal Milan – l’equivalente dei sette attuali – e chiudendo la stagione con il comunicato dell’ammutinamento. Alle 12.10 di un mercoledì, il portiere Garella uscì dallo spogliatoio con le ciabatte di plastica ai piedi, l’accappatoio bianco e azzurro della società malamente allacciato in vita, in mano aveva un foglio scritto da entrambe le parti a stampatello, con una biro, inchiostro azzurro, e la “grafia sghemba come il ginocchio di Bagni” [la Gazzetta]. Era la rivendicazione del “Comitato di Liberazione da Bianchi”, scrisse Corrado Sannucci su Repubblica: “Non era mai successo che una squadra rigettasse un allenatore, non era mai successo una tale pubblica disperazione dopo uno scudetto perso, dopo i litigi nascosti, in una squadra che non è ai piedi ma ai vertici del calcio e dei suoi fenomeni”. Maradona era fuori città, si era messo in ferie attraverso il suo preparatore Signorini. Ferlaino pure era lontano, a Roma, senza l’alta velocità pareva ancora un altro mondo. Seguì la gogna per la Banda dei Quattro [Garella, Giordano, Bagni, Bruscolotti] perché Bianchi rimase in sella, e quando un golpe fa le fine delle bolle di sapone, rotolano le teste dei radicali. La seconda volta invece, la tazza si sbeccò un poco per volta e i frantumi furono chiari nel giro di undici mesi, quando Diego si sfilò di notte e prese un aereo per l’Argentina dopo una pipì che lo condannava. Ma in fondo con quel Napoli, stava finendo anche la sua stella. 

 

 quanto pesa Non è una faccenda cittadina. Lo scudetto logora chi più lo desidera, chi in genere non ce l’ha. Il giorno dopo il ritorno del terribile triangolino a Roma, alla fine di un’attesa quarantennale, Paulo Roberto Falcão era già davanti ai giornalisti a dire che «servono rinforzi» oppure, eh, oppure lui chissà. Il giovedì dopo la domenica della festa, il Corriere della sera raccontava della missione del Flamengo in Italia, per prenderselo e riportarselo a casa. La voce del popolo dice da allora di un intervento di Giulio Andreotti per trattenerlo. Nils Liedholm aveva intuito tutto. Il lunedì appresso disse: «Questa vittoria è irripetibile». Come irripetibile era apparsa immediatamente pure quella della Lazio nel 74. Due mesi dopo il primo storico scudetto, con la maglia della Nazionale addosso Giorgio Chinaglia mandò a quel paese in diretta tv l’allenatore della Nazionale durante i Mondiali, diventando da allora il nemico pubblico di tutti gli stadi nel resto d’Italia, condannando sé stesso e la Lazio a una vita d’inferno. Clacson sotto casa, insulti, minacce alla moglie e ai figli. La famiglia se ne scappò in America, lui cadde in uno stato di sconforto e solitudine, parzialmente addolcito dalle serate ai night. Nell’estate del ’75, durante le vacanze, giocò quasi per caso un’amichevole a New York. Un successo mediatico che gli procurò un’offerta di ingaggio. Per un mese andò al braccio di ferro con la Lazio, non voleva più tornare. In America aveva tutto: i figli, l’affetto, i soldi. Tommaso Maestrelli lo convinse. Chinaglia rientrò e strappò il permesso per volare una volta al mese dai suoi in America, ma l’allenatore che pochi mesi dopo fece da supplente a Tommaso, ammalato, si mise di traverso. Giorgio diventò ombroso. Fece licenziare quel Corsini, impose il ritorno di Maestrelli, alla fine volò lo stesso dalla moglie, che premeva affinché accettasse i dollari dei Cosmos. Due anni dopo lo scudetto, la Lazio stava giocando l’ultima giornata di serie A sul campo della Sampdoria per salvarsi, prima di piangere le morti di Maestrelli e Re Cecconi. 

Il Cagliari è andato in serie B cinque anni dopo lo scudetto del 70, e così anche il Verona, la Sampdoria dopo sette, il Napoli stesso dopo otto, la Fiorentina dopo 23, ma già a due campionati di distanza chiudeva al 13esimo posto, quando la 14esima retrocedeva. Anche per la seconda Lazio gloriosa durò un attimo la gloria. In quattro anni arrivarono il crac della Cirio e l’arresto di Cragnotti, per la Roma di Sensi ne passarono otto fra i gol di Totti e Batistuta e il quasi fallimento per il crac di Italpetroli. Non si è salvato nessuno. Fuori dal triangolo Milan-Inter-Juventus, l’ultima squadra in grado di ripetersi è stata il Grande Torino, che ai tempi suoi però non era una forza marginale.

Quanto è alta e dolorosa, la tassa da pagare per provare a entrare nel giardino dell’élite a tre. Ci sono posti che vincono e si condannano a un destino di episodicità. Pagano così la tassa al Caso che è intervenuto per deviare il corso della storia, la solita storia. L’Amico Geniale di Slalom dice che ci sono posti dove vincere costa una dose di fatica e di desuetudine che forse strema. Quando festeggi, vuoi solo ubriacarti di gioia, sfinirti nell’illusione che resti eterno il presente della festa. Il domani non esiste, non è invitato. 

Negli anni dei ripetuti piazzamenti sul podio con Mazzarri e Benitez, con Sarri e con Ancelotti, apparteneva alla maggioranza dei napoletani un atteggiamento malinconico, da figli di Poulidor. Tutti-tutti-tutti gridavano di voler barattare volentieri quei dieci campionati chiusi fra il secondo e il terzo posto con un anno da scudetto e nove al nono posto. Oggi non lo ammetterà più nessuno, ma intanto lassù qualcuno potrebbe aver sentito.

 

 

4-1   Tutta la leggerezza che il Napoli stava perdendo, si è manifestata di nuovo all’improvviso ieri sera, nel momento più difficile, uno squarcio nel buio. C’è un bellissimo monologo di Eduardo in una sua opera scritta per la tv, Peppino Girella, una specie di invettiva contro il fatalismo e contro l’idea che ogni complessità si possa ridurre, per una misteriosa fiducia in una magia onnipotente. 

«Tutte le situazioni – dice alla moglie – così l’abbiamo risolte: è cosa ’e niente, è cosa ’e niente. Non teniamo che mangiare: è cosa ’e niente. Ci manca il necessario: cosa ’e niente. ‘O padrone muore e io perdo il posto: vabbuo’ cosa ’e niente, cosa ’e niente. Ci negano il diritto della vita: è cosa ’e niente. Ci tolgono l’aria: vabbuo’ che vvuo’ fa’, è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente». 

È il ritratto di una insopportabile leggerezza dell’essere, alla quale in città si sovrappone ogni tanto un’altrettanto insostenibile pesantezza del nulla.

Come questa cappa di crisi sia diventata cosa ‘e niente, l’ha spiegato papele papele Kvicha Kvaratskhelia a Dazn

 

  Parlando con l’allenatore ci siamo detti che era importante tornare a giocare in questo modo, tenendo il pallone e facendolo girare

 

In buona sostanza, Kvara ha detto che la squadra ha chiesto, o imposto, fate voi, di tornare al gioco che conosce meglio. Garinei e Giovannini avrebbero detto: ciao Rudi. Qualcosa di simile a quanto accadde con Maurizio Sarri prima di un 5-0 al Bruges passato alla storia come il momento della genesi di quel Napoli sexy.

| Marco Ciriello sul Mattino lo mette bene in evidenza: Sembrava un’altra squadra, nel campo c’era un fantasma: quello delle idee spallettiane. Forse Rudi Garcia ha capito che doveva tornare al principio, che doveva “solo” fare il direttore del circo, e lasciarli andare, dimettere gli alfieri, la torre, il re e la regina al loro posto. Gli strappi, le proteste, i musi lunghi, sono stati utili per ritrovare quello che era sotto gli occhi di tutti e nei piedi di ogni calciatore del Napoli: lo spallettismo”. Ciriello ha trovato Kvaratskhelia messianico. È probabile che non lo sappia – ha scritto – Khvicha Kvaratskhelia ma ha palombeggiato sul portiere come Lionel Messi in Barcellona-Arsenal del 2011. Un Kvara di nuovo selvaggio che ha dribblato e serpeggiato tanto da sembrare un altro

| Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, dice: Scoppiano come bolle di sapone gli errori di Garcia, gli avvisi di garanzia, gli scherzi da prete contro Osimhen, il freddo nello spogliatoio.  il Napoli è il Napoli. Più bello, più forte, più maturo di prima. Vi eravate illusi che fosse fuori dai giochi? Beh, avete commesso un errore a crederlo. Perché questa squadra può sbagliare giornata, può sbagliare allenatore, può sbagliare tattica, ma ha un potenziale pazzesco. Certo, può farsi male da sola. È nelle ultime ore si è applicata con molto ingegno all’autolesionismo, ma la sua dotazione di genio è così ricca da venir fuori contro ogni stitichezza del coraggio e dell’armonia che gli errori umani hanno seminato sul suo cammino

| Francesco De Luca sul Mattino sottolinea: La crescita di Anguissa di Lobotka, il sincronismo della coppia Ostigard-Natan e gli arretramenti di Politano e Kvara hanno consentito alla difesa di essere più compatta, superando fragilità pagate a caro prezzo. Al di là della qualità della squadra, mai messa in discussione, si è rivista la voglia di lottare fino allo stremo.

| Per Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio, Kvara è una spruzzata di dolcezza sulle piaghe del Napoli, un balsamo che guarisce miracolosamente ma anche la rappresentazione di una squadra che ha smesso di tormentarsi e si è già tolta le spine dalla testa in questa mini via Crucis di quattro tappe iniziata con l’Udinese.

 

  MEDUSE

Il gelo con Osimhen

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Resta la tensione con Osimhen. Monica Scozzafava su Corriere della sera spiega: I rapporti con il Napoli sono tesi, il rinnovo del contratto (scadenza 2025) non è arrivato nonostante una trattativa lunghissima iniziata in ritiro a luglio e mai conclusa nonostante vi fosse stata una stretta di mano di accordo: De Laurentiis pronto a offrigli fino a 10 milioni di ingaggio, ma con una significativa clausola rescissoria neanche De Laurentiis ha forzato la mano, immaginando di avere tempo davanti a sé per trovare una soluzione e non perdere il suo giocatore più rappresentativo a parametro zero. Osimhen pensa soltanto al campo, ai gol che fa e a quelli che sbaglia. Pensa di aver dato, pensa di andar via appena possibile. Di carattere è un istintivo, nel bene e nel male. Istintivo e sensibile. Quel video ha fatto male, ma la libertà che sente di non avere fa ancora più male.

| Maurizio Nicita sulla Gazzetta dello sport aggiunge un retroscena: La rabbia scatenata da quella clip su Tik-tok ha un retroscena che può anche spiegare la reazione forte del nigeriano. Qualche settimana fa il centravanti aveva chiesto al club – rispettando il contratto che lo vincola per le sue prestazioni relative all’immagine – di poter effettuare un video che serviva a un sito per fine benefici. Il Napoli non ha ritenuto opportuno dare il proprio permesso a quell’intervento in video e la cosa ha lasciato interdetto il campione africano, sempre attento alla propria gente. Il fatto che poi non gli sia stata chiesto invece il parere sulla pubblicazione di un’altra clip che lo riguardava (e derideva), lo ha ulteriormente innervosito. Anche perché nella giornata di ieri non ha avuto alcun chiarimento con la società.

| Fabio Mandarini sul Corriere dello Sport-Stadio racconta che dal tiki-taka dello scudetto al caso TikTok è stato un attimo e descrive il terzo video della giornata, quello dell’arrivo di Osimhen in hotel. “Demme tende il braccio per dargli il cinque, lui tira dritto, s’infila dentro senza ricambiare e Demme resta con il braccio appeso. Stupito. Ignorati anche Zielinski, D’Avino e il nutrizionista. A tavola, in occasione del pranzo, Victor ha parlato e partecipato normalmente con i compagni, anche se a tutti è parso pensieroso e nervoso”

Come l’ha presa il presidente? Eh, come l’ha presa. De Laurentiis è arrivato a Napoli – racconta Mandarini – si è riunito con tutti i dirigenti in albergo per fare il punto sulla situazione – l’ad Chiavelli, sua figlia Valentina, il club manager Sinicropi, il responsabile marketing Bianchini e così via – s’è fatto prendere le misure per un abito sartoriale e poi è andato allo stadio per la partita con l’Udinese. I social media manager, compreso l’autore dei post, se la sono cavata con un cazziatone: per il momento nessuna conseguenza irrimediabile

Ve l’ha detto Eduardo, ma voi non gli credete. 

È cosa ‘e niente. 

 

 

L’EQUILIBRISTA Pioli e il Milan B

Carlos Passerini sul Corriere della sera sottolinea che l’approccio del Milan è stato deludente, tanto che decisiva per la rimonta è stata una papera del portiere di casa Radunovic. Pioli farà bene a indagare le ragioni di questa partenza slow-motion, perché non sempre ai suoi capiterà un avversario che ti omaggia. Pienamente positiva invece la seconda considerazione: se per il Milan B era un test, è stato superato. Con i titolarissimi Giroud e Leao inizialmente in panchina in virtù di un turnover inevitabile in vista delle 7 partite concentrate in un mese, i riservisti hanno risposto presente.

Hanno segnato due dei nuovi acquisti. Lo scarso apporto ricevuto dal mercato venne considerato un punto chiave nei passi indietro del Milan di un anno fa. Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport considera che se Pioli vuole far guerra alla corazzata Inter, dalle risorse infinite, deve necessariamente allungare il suo Milan, conoscere e far crescere gli ultimi arrivati. I titolari non bastano. Pioli ha rischiato e ha avuto ragione. Ha trovato i gol nuovi di Okafor e Loftus-Cheek, ha messo in tasca la buona prova di Adli, ha ritrovato lo smalto di Pulisic, ha visto crescere Musah e Chukwueze. Il bello è che con l’altro Milan ha raggiunto il tetto della classifica.  Nel primo tempo fa quasi tutto Adli, nel bene e nel male. Il più atteso, che ha subaffittato il monolocale al centro della mediana, liberato dall’infortunato Krunic, prende subito in pugno le redini. Se Krunic copriva le spalle alle mezzali, il francese chiede palla e la fa girare, agevolato dal Cagliari che non pressa. Adli non ha ancora giocato un minuto ufficiale, ma i compagni conoscono la sua qualità, gliela danno e lo cercano

1-3

 

L’ILLUSIONISMO Questo famoso stadio di Milano

I Giochi olimpici dell’autonomia di Milano-Cortina sono diventati un salasso delle casse pubbliche e non riescono comunque a star dietro a ritardi e carenze. L’altro grande stallo milanese è invece lo stadio, forse gli stadi, uno, due, tre, non si sa. Stamattina i giornali raccontano che il Milan ha mosso il primo passo per il suo impianto a San Donato. Sarà pronto nel 2028. Ecco. Arianna Ravelli sul Corriere della sera spiega: Avrà 70 mila posti. Presentata la variante urbanistica, arrivano le proteste del Parco Sud: A giugno il Milan ha acquisito la società SportLifeCity, proprietaria dei terreni, facendo proprie, quindi, le autorizzazioni già ottenute, come quella di destinare l’area a un’arena sportiva da 20 mila posti. Non cambia dunque la destinazione d’uso, né le volumetrie complessive (108 mila metri quadrati), la variante sta nel sostituire l’arena con lo stadio. Si aggiungono aree verdi, il collegamento (Est-Ovest) di San Donato verso l’Abbazia di Chiaravalle, piste ciclopedonali. L’idea è di migliorare un’area oggi problematica”

 

IL DOMATORE Andreazzoli a Empoli

Alberto Ghiacci sul Corriere dello Sport-Stadio scrive che Andreazzoli ha restituito ai suoi la voglia di giocare e di divertirsi: occasioni a ripetizione, scambi veloci, attenzione alle distanze e sacrificio in copertura. Così, dopo quattro mesi, arriva la rete (l’ultima il 28 maggio scorso) che coincide con il primo successo di questo campionato.  L’Empoli appare trasformato in tutto.   Grandi meriti sono della coppia di esterni offensivi, Baldanzi a destra e Cancellieri a sinistra: si cercano, si trovano, vanno alla conclusione quasi in maniera alternata

1-0  

 

IL MANGIATORE DI FUOCO La ricetta di Gasperini

Gianluca Besana su L’Eco di Bergamo sottolinea: 2Equilibrio, pressione, giocate verticali: i tre ingredienti della vittoria. La contemporanea indisponibilità di Scamacca e Touré in attacco limita le possibilità di rotazione, ed al contempo sono tutte partite impegnative, perché il valore tecnico delle avversarie richiede contemporaneamente in campo un buon numero di “titolari” per non soccombere

0-1  

 

  IL CERCHIO DI FUOCO  La caduta dell’Inter capolista

Il surplace di Dumfries da cui era nato il gol del vantaggio, aveva messo in discesa la partita, ma Paolo Tomaselli sul Corriere della sera dice che l’Inter si scopre vulnerabile quando viene scavalcata a centrocampo e come a San Sebastian soffre la pressione alta e la sfacciataggine di avversari meno smaliziati ma più freschi, anche di testa

Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio considera: Siamo di fronte al campionato più strano degli ultimi anni, il campionato delle imperfezioni, dei pronostici buttati all’aria, delle certezze sgretolate nel giro di una partita.  Questa frenata apre quanto meno una discussione. All’errore di Sommer sul gol di Bajrami si sono aggiunte altre imperfezioni, altre fasi di incertezza. Per esempio la posizione di Lautaro Martinez: troppo lontano dall’area di rigore, il ruolo di prima punta era riservato a Thuram, ma fra i due quello che segna di più è l’argentino e tocca a lui stare lassù

Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport sospira e scrive: Ci risiamo con l’Inter un po’ distratta e un po’ piena di sé, convinta nel subconscio che certi risultati debbano venire in forza di una banale superiorità tecnico-fisica.  Si riaffaccia lo spettro delle 12 sconfitte dello scorso campionato, alcune contro formazioni della parte destra della classifica

  1-2

 

IL CONIGLIO DAL CILINDRO Il gol di Berardi

Con Mkhitaryan addosso, Berardi si è preparato il gol tornando indietro per avere il piede sinistro libero. Nel dopopartita a Dazn, Dionisi ha spiegato che al suo arrivo nessuno accettava si giocarsi il posto, a lui pareva strano perché il Sassuolo veniva dall’ottavo posto, un piazzamento buono, certo, ma niente di storico. Aveva tutta l’aria di avercela con lui, Berardi, mentre adesso dice che quelli bravi accettano gli errori di quelli che devono crescere.

Paolo Tomaselli definisce sul Corriere della sera Berardi uno tra i più forti a non aver mai messo piede, almeno per ora, in una grande piazza. Il ragazzo di Calabria, che ormai ha 29 anni, ribalta l’Inter a inizio ripresa, prima con la palla per Bajrami che approfitta di una papera di Sommer sul suo palo per pareggiare il vantaggio di Dumfries; poi, con la specialità della casa, il sinistro a giro dal vertice destro dell’area, piazza il suo capolavoro da artista di strada”.

Per Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio non è stato un gol, ma un capolavoro. Berardi è uno dei più grandi giocatori italiani dell’ultimo decennio ed è il capitano di una squadra che va applaudita per il coraggio, la personalità, le idee. Battute Juve e Inter in quattro giorni, nel campionato delle imperfezioni il Sassuolo è quanto meno una garanzia di divertimento

 

  IL CONTORSIONISTA Sarri e la sua Lazio

Xavier Jacobelli sul Corriere dello sport-stadio dice che nonostante tutti i problemi che l’hanno assillata in questo avvio, il ritardato arrivo dei rinforzi, l’altalena di prestazioni, la Lazio non poteva avere smarrito i principi del calcio sarriano, significativamente riaffermati dell’azione del gol di Zaccagni

2-0   

 

IL LANCIO DI COLTELLI Il povero Toro

Mentre Urbano Cairo si prendeva le pagine di giornali con la presentazione del fan club Torino in Parlamento, mentre prometteva di voler costruire una squadra per «qualcosa che non voglio pronunciare», Paolo Brusorio su la Stampa commenta la sconfitta all’Olimpico e parla di un Toro tosto con la Roma, agnellino con la Lazio tanto da meritare la sconfitta molto oltre le qualità della squadra di Sarri cui sarebbe forse bastato fare bau per mettere in discesa la partita. Ma non è una squadra per gli esperimenti, il Torino. Juric ha rinnegato, una tantum, le sue tavole, ancora una volta però giocare con due punte fin dall’inizio non ha dato alcun frutto. Il precedente è quello di Firenze, ma stavamo all’alba di questa gestione. Sanabria più Zapata più Vlasic? Solletico alla Lazio. Più che un topolino la montagna ha prodotto uno zero assoluto. Se metti in campo una formazione simile tanto vale allora cavalcare la scelta, anche con un pizzico di presunzione. Che arrivati a questo punto significa anche prendere coscienza e conoscenza delle proprie potenzialità. Speculare sul gioco non deve essere più nel dna di questa squadra costruita per offendere, non per difendere

 

Le partite di oggi

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  Con una vittoria oggi, la Fiorentina salirebbe al terzo posto. Francesco Gensini sul Corriere dello sport-Stadio racconta che Italiano si affida a Nzola, una scelta precisa da parte di Vincenzo Italiano. Che dando fiducia all’ex Spezia, conoscendolo meglio di chiunque altro, interviene sotto il profilo psicologico prima ancora che tecnico. Provando a rafforzare le certezze del calciatore rese traballanti e instabili da un inizio sottotono a livello personale, da quello zero alla voce gol che per un attaccante brucia come il sale sulla ferita

 

Giorgio Burreddu su Corriere dello Sport-Stadio avverte: Attenzione: si rivede Riccardo Orsolini. Oggi a Monza, per il turno infrasettimanale della Serie A, Thiago Motta sta pensando di rimettere in gioco il grande escluso delle ultime due sfide. Proprio lui, l’Orso. Che a questo punto si candida per una maglia da titolare nel 4-2-3-1 che l’allenatore italo-brasiliano ha in mente di schierare.  In attacco super confermato Zirkzee. L’olandese è in un momento di grande forma, e adesso vuole anche il gol.   

 

  Jacopo Aliprandini sul Corriere dello Sport-Stadio conia un nuovo acronimo calcistico. La Roma ha la Lu-pa, Lukaku-Paulo, nel senso di Dubala. L’argentino raggiunge le 300 presenze in A , lui e Lukaku in totale hanno segnato 17 gol al Genoa. Scrive allora che Mou si affida alla sua squadra, ma soprattutto alla LuPa per conquistare la vittoria, la numero 1700 nella storia del club, e punti importanti per risalire la classifica. E José arriverebbe a trecento punti in Serie A, come le presenze di Dybala: altra cifra tonda per vincere e festeggiare

 

  SCUSATE IL RITARDO Marco Bo su Tuttosport riprende certe stagionate riflessioni su giochisti e risultatisti e a proposito della Juventus scrive: La Juventus di Allegri non è nè bella nè brutta ma, rispetto all’anno scorso, diversa. Si tratta di una squadra che punta a vincere con un atteggiamento meno attendista, grazie alla ricerca di maggiori verticalizzazioni, un dinamismo in crescita, il baricentro più alto e la scelta di mettere Chiesa e la sua facilità nel sentire la porta al centro del progetto. Probabilmente anche per non lasciare Vlahovic troppo solo alla ricerca del gol. Dunque è presto per esaltarsi o strapparsi le vesti. L’importante è avere idee e provare a calarle in campo.

  

 

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