Le racchette venute dall’Est

     Sono le ragazze che non potremo mai più immaginare fuori dai mattini pallidi ancora imburrati di foschia. Hanno sempre occhi chiari, laghi gemelli, occhi dolci amari, anche se il Muro è caduto e hanno smesso di fare la fila davanti ai gelatai. Hanno sempre racchette micidiali fra le mani, eppure le ragazze dell’est non sono mai state così vincenti. Non era mai successo, neppure negli anni 70-80, ai tempi in cui il genio di Martina Navrátilová brillava accanto ai gesti eleganti di Hana Mandlíková, figlia di uno sprinter, «l’essere umano con più talento che sia mai entrato su un campo da tennis», la definì Rino Tommasi in una telecronaca. Helena Suková era l’eterna seconda, quattro finali dello Slam e neppure un titolo, ma 14 conquistati in doppio. 

Non era successo neppure quando è arrivata Maria Sharapova e nel 2012 furono in quattro ai primi quattro posti della classifica mondiale: lei, la bielorussa Azarenka, la ceca Kvitova e la polacca Agnieszka Radwanska. 

Il tennis è di fronte a un dominio mai visto. In 101 anni di tornei, mai era successo che i primi tre Major dell’anno [Australia, Parigi e Wimbledon] si concentrassero tutti là e con tre nomi differenti: Aryna Sabalenka, Iga Świątek  e Markéta Vondroušová. Con  l’aggiunta di Elena Rybakina hanno vinto gli ultimi sei titoli consecutivi. Così, alla vigilia delle semifinali di Flushing Meadows, ci troviamo alle soglie di un evento straordinario: o un Grande-Slam dell’Europa dell’Est oppure il ritorno sulla scena della Vecchia America, sei anni dopo Sloane Stephens e a nove di distanza dall’ultimo US Open di Serena Williams. 

 

    Era stato Winston Churchill a chiamarla per primo la cortina di ferro. Il tennis da quella parte era una faccenda borghese, e dunque nemico della rivoluzione. «Perché non mandate tennisti a Wimbledon?», chiesero una volta a Nikita Krushev. «Cos’è Wimbledon?», rispose il segretario del partito comunista sovietico. La pioniera fu Anna Dmitrieva, fece il quarto turno nel 1960. Ol’ga Morozova avrebbe perso in finale sia a Parigi sia a Londra nel giro di un mese e mezzo, era il 1974. Ma erano ancora due giocatrici conformi. Quando Natalya Chmryeva provò a discostarsi dal canone, il Cremlino le interruppe la carriera. Era andata in Messico a vincere le Universiadi senza il permesso e le notificarono una squalifica di 12 mesi. Aveva battuto a vent’anni Chris Evert e aveva messo in difficoltà Navrátilová in Australia. Finì per essere il bagliore di un istante. Secondo Riccardo Bisti che ne fece un ritratto per il Tennis Italiano è stata “probabilmente la più forte giocatrice di sempre a non giocare una stagione intera nel circuito”. Non ha mai dato interviste per oltre venticinque anni. Sua madre era un’insegnante di tennis e “lei era una ribelle, per nulla affascinata dalle divise dei militari sovietici. Le piacevano la libertà, gli hippie, gli americani. Una colpa imperdonabile. Alta e flessuosa, era cresciuta come un maschiaccio, arrampicandosi sugli alberi e saltando sui tetti dei garage. Una Mowgli al femminile. Ma aveva un talento incredibile, forgiato dal professor Semen Beltis-Geiman, il teorico del tennis sovietico. Non aveva rivali, quando si trattava di battere e scendere a rete”. 

 

L’età della Glasnost’ portò Natalya Zvereva, la prima a ottenere da Michail Gorbačëv la possibilità di trattenere per sé due terzi dei compensi e allenarsi all’estero. Nel frattempo Martina Navrátilová aveva già lasciato Praga e si era fatta americana. Quando al potere s’arrampicò Boris Eltsin con la sua passione per la racchetta, Anna Kournikova ne fu l’appendice agonistica. Eltsin permise allo sport di “autofinanziarsi con l’export di liquori, macchine e sigarette (6 miliardi di dollari)”, ha raccontato Stefano Semeraro qualche anno fa su la Stampa. Anna mostrò a padri e madri che il tennis “era ricco e sexy, la miglior scorciatoia verso il lusso dell’Occidente”. Ha aperto una strada pur senza mai andare oltre una semifinale a Wimbledon [1997]. L’ha aperta per le ragazze di Mosca e della Siberia. Ha convinto famiglie intere a investire sulle giovanissime di casa per volare verso la Spagna, verso l’America, per costruirsi un futuro, “oppure – dice Semeraro – a farsi finanziare da oscuri faccendieri”.

È stato allora che il tennis s’è trasformato in un ascensore sociale, col la stessa forza che la boxe aveva avuto nel Novecento tra i ghetti e i quartieri più malfamati d’America. Nelle prime pagine del saggio Histoire de la boxe di Alexis Philonenko, c’è un passaggio fondamentale qui su Slalom troverete citato spesso. Philonenko scrive che “è capitato che uno sport, il tennis, si sia sostituito alla boxe. Oggi è il tennis a richiamare folle e denaro; è il tennis che, presentandosi come un combattimento, attrae gli animi, avidi di trionfi e di sconfitte, di capovolgimenti drammatici, ed è questo sport, soprattutto, che lascia aperte tutte le porte al denaro e in particolare alle scommesse. A ben vedere, la motivazione dei giovani che oggi si orientano verso il tennis è la stessa che alcuni decenni or sono spinse altri giovani verso la boxe: guadagnare denaro e diventare famosi. Oggi le persone si fanno vedere al Roland Garros come un tempo si facevano vedere al Vélodrome d’Hiver o al Madison Squadre Garden”. Questo è successo anche in Russia, una volta caduta la cortina di Churchill. Philonenko scrive questo passaggio nel 1991, anno in cui Zvereva e Savchenko diventano le prime ragazze del Paese a vincere il torneo di doppio a Wimbledon. Dovranno passare solo altri cinque anni prima di avere Evgenij Kafelnikov campione al Roland-Garros, sia in singolare sia in doppio, il primo russo di sempre. 

 

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    E poi succede in Polonia, in Romania, in Bielorussia, in Ucraina, in Kazakistan, in Uzbekistan, “dove satrapi e oligarchi in odor di mafia hanno investito in infrastrutture colossali e all’occorrenza comprano i talenti all’estero” [ancora Semeraro] e dove fu decisiva la svolta voluta da Juan Antonio Samaranch: aprire i Giochi olimpici ai professionisti, riportare il tennis dentro il perimetro delle Olimpiadi. Era quello il teatro sportivo preferito del blocco sovietico, dove si contano le medaglie e insieme alle medaglie il peso di un paese sulla grande scacchiera del mondo. Ori argenti e bronzi misurano la giovinezza e l’enfasi. Per molto tempo i Giochi hanno offerto alle ragazze e i ragazzi dell’Est la rara opportunità di misurarsi con l’Occidente, competere, perfino vincere il nemico capitalismo. Quando nel 1988 il tennis rientrò dentro la grande famiglia di de Coubertin, nel blocco ancora per poco comunista ci fu la nascita di un desiderio. Prima che la guerra di Putin portasse ucraine e russe e bielorusse a non stringersi più la mano a rete.

  il look e l’estetica  ► Sulla rivista dei liberal americani Slate, Anne Applebaum si pose una domanda che lei stessa definì frivola. Al culmine della scalata russa al mondo delle racchette, si domandò dove fossero mai state prima tutte queste belle ragazze, spiegando così un’ulteriore rivoluzione dentro la società dell’ex Unione Sovietica. Spiegò che non era mai esistito un mercato per la bellezza femminile. “Nessuna rivista di moda parlava di belle donne, poiché non esistevano riviste di moda. Nessuna serie TV dipendeva dalle belle donne per ottenere ascolti elevati, poiché non c’erano ascolti. C’erano alcune star del cinema, ovviamente, ma alcune delle più famose, penso a Lyubov Orlova, presumibilmente l’attrice preferita di Stalin, erano sane e allegre piuttosto che sensuali e sbalorditive. La bellezza insolita, come il genio insolito, erano considerati altamente sospetti nell’Unione Sovietica e nelle repubbliche popolari satelliti. Non significa che non esistessero donne belle, ovviamente, solo che non avevano i vestiti o i cosmetici per migliorare il loro aspetto e, cosa ancora più importante, non potevano usare il loro volto per lanciare carriere internazionali. Invece di abbellire i salotti londinesi, rimasero a Minsk, Omsk o Alma Ata. Invece di capi dell’alta moda, indossavano poliestere scadente. Potevano diventare caposquadra nelle catene di montaggio, capi del partito comunista, persino femmes fatales locali, ma non ragazze copertina di Vogue. Non lo sognavano perché pochissime avevano mai visto un’edizione di Vogue”.

 

 

Anna Kournikova era arrivata per abbattere anche l’ultimo diaframma della montagna proibita. Maria Sharapova avrebbe portato tutto su un livello più alto, non solo con cinque titoli di Slam, ma con le caramelle e i cosmetici, le creme solari e l’attività di designer per la Nike. 

 

  la fotografa  ► Qualche mese fa Ultimo Uomo ha intervistato Radka Leitmeritz, fotografa, ceka di Praga, vive tra Parigi e Los Angeles, si occupa di moda e pubblicità per riviste internazionali. Ha lavorato con René Hallen. Hanno vinto premi e hanno esposto nelle gallerie di tutta Europa. L’immagine sul retro del suo biglietto da visita è la foto di Petra Kvitova, campionessa di Wimbledon, sdraiata di fianco sulle gradinate, di spalle. È vestita di bianco ed è ricoperta di terra rossa. Radka Leitmeritz è stata chianata dalla WTA a raccontare il circuito del tennis attraverso i suoi scatti. Il progetto si chiama Court Supremes e per buona parte si dedica all’eleganza e alla tradizione dell’est Europa. Ogni tennista è ripresa in una cornica differente. Leitmeritz aveva iniziato a interessarsi al tennis per la rivista Racquet. Ha scritto Ultimo Uomo che per luce e colori i suoi personaggi sembrano uscire dalle opere di Edward Hopper. 

“Per la tradizione anglosassone e francese, l’est è sempre stato terra di antagonisti, avversari, nemici, campioni che per quanto abbiano vinto rimangono sempre sfidanti e outsider. Storicamente giudicati a distanza, freddi, chiusi dietro lingue incomprensibili e ridotti ai propri comportamenti più eccentrici, i giocatori dei paesi dell’Europa centrale e orientale tornano ora a essere rappresentati nei luoghi che chiamano casa: campi da tennis ritagliati nel mezzo di paesaggi naturali o incastonati in scorci di città antiche, da Praga a Brno a Atene, circoli centenari, strade, castelli”. 

L’intervista con Tiziana Scalabrin è molto interessante e si trova per intero qui. 

Leitmeritz racconta di non aver giocato a tennis da bambina, proprio perché in quegli anni era visto «come uno sport borghese, non popolare, quindi era accettato ma non molto promosso, perché poco in linea con la filosofia del sistema di un paese comunista». È un suo ricordo indelebile il ritorno di Martina Navratilova in Fed Cup. Aveva la maglia degli Stati Uniti. «È stato un momento molto drammatico», dice. 

  Praga oggi ► La Repubblica Ceca attuale ha vinto Parigi con Markéta Vondroušová e ha portato Karolína Muchová  in semifinale a New York. Sono le due top-10 di un movimento che conta su 4 giocatrici fra le prime-14 e otto fra le prime-50. Stanno arrivando inoltre Linda e Brenda Fruhvirtová. Hanno 18 e 16 anni. Sono al numero 68 e 118 al mondo. 

Leitmeritz crede che sia per «la mentalità del popolo ceco molto ostinata, testarda, le persone sono molto caparbie. Da bambini conta molto anche la pressione dei genitori, ma non è detto. Le migliori non sono state davvero costrette a giocare a tennis, non ci sono dietro quei genitori che volevano emulare delle storie di successo, formula Maria Sharapova, o formula sorelle Williams. Le tenniste più forti semplicemente hanno sempre giocato, sin da bambine, magari perché qualcuno in famiglia era appassionato, o avevano un campo da tennis vicino alla scuola, e quindi giocavano ogni giorno solo perché non avevano molto altro da fare. Sicuramente ci sono tanti campi da tennis da noi. Per il resto non lo so, è così e basta. … È davvero un mistero, giuro. Non lo so, è un mistero anche per me, me lo chiedo anche io, lo chiedo ai giocatori, lo chiedo a chi lavora nel tennis, nessuno ha una risposta. Non si può davvero dire che ci sia una specifica scuola tecnica, forse è qualcosa che sta più nei particolari. Spesso le persone sono di umili origini, forse è qualcosa che viene dal passato, dalle tradizioni, dalla cultura».  

Le ragazze serbe la chiamerebbero fame. Ivanovic e Jankovic vivevano a Belgrado durante gli anni della guerra. Raccontano che furono costrette a giocare a tennis nelle piscine abbandonate. Quando arrivi a un torneo, ti pare uno scherzo. 

 

in tv nella notte ore 1 Gauff-Muchovà | 2.15  Keys-Sabalenka | domani ore 21: Alcaraz-Medvedev, Shelton-Djokovic [su Supertennis]

 

   ITALIANISMI

Che cosa si dice di Jannik Sinner

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    Jannik Sinner è stato eliminato negli US Open agli ottavi di finale dal tedesco Sascha Zverev in cinque set, 4 ore e 40 minuti di partita, con un attacco di crampi improvvisi nel terzo set [6-4 3-6 6-2 4-6 6-3]. È molto probabile che non giochi il girone di Coppa Davis in programma dal 12 settembre a Bologna.

 

 ◉  il ritmo | Stefano Semeraro, la Stampa: “Negli ultimi 6 Slam ha perso sempre al quinto set. È uscito sconfitto da tutti i 5 match più lunghi che ha giocato, in totale ha perso 7 dei suoi 12 incontri al quinto set. Il primo problema tecnico sono le percentuali della prima di servizio: ieri il 54% (la media dell’anno è il 58%) contro il 70 di Zverev, ma in Australia nel quinto set perso contro Tsitsipas fu poco più del 40: giocare metà match su una seconda non proprio irresistibile, lo penalizza troppo. Jannik ha migliorato la velocità, sta lavorando sulla precisione, ma gli manca la continuità, e per vincere i match che contano in uno Slam serve quella. Poi ha la tigna, l’etica della fatica, le qualità per diventare un giocatore ancora più forte di quello che è – numero 6 a 22 anni, non dimentichiamocelo – ma deve fare i passi giusti. Lavorare sul fisico: il suo team ha impostato un programma di potenziamento mirato a fine 2024, ma gli serve anche fluidità. Che poi è il concetto base di Dalibor Sirola, il suo ex preparatore fisico che oggi lavora proprio a fianco a Zverev, e lo ha rigenerato dopo il lungo stop. Quello di Jan è un tennis di ritmo che ha bisogno di variazioni, ma non si possono limitare a qualche smorzata o a quale slice di rovescio, devono inseguire l’alternanza di traiettorie alte e basse, lente e tese, esterne e lungolinea”. 

 

 ◉  l’istinto | Gaia Piccardi, Corriere della sera: “Li chiamano «pressure points», sono gli snodi decisivi, le porte scorrevoli dei match e dell’esistenza. In quei momenti, Jannik Sinner si irrigidisce, sembra più preoccupato di voler trovare la soluzione giusta che di lasciare andare il braccio seguendo gli automatismi. Pensa troppo. Carlos Alcaraz crea, Sinner rimugina e l’avversario, un Sasha Zverev tornato di solidità teutonica che nei momenti di calo fisico si è aggrappato al servizio (70% di prime contro il modesto 54% dell’italiano), gli ha sbattuto la porta in faccia”.

 

 ◉  la fantasia | Paolo Rossi, Repubblica: “Ha confermato la resilienza, forse nel suo menù dovrà aggiungere un pizzico di creatività latina, come finora riuscito ad Alcaraz, per esempio. Se Vagnozzi&Cahill dovessero riuscirci, le prospettive — già ora altissime — diventerebbero davvero allettanti”.

 

 ◉  il fisico | Paolo Bertolucci, la Gazzetta dello sport: “Come diciamo da tempo, il ragazzo è maturo, serio ed è un professionista esemplare, ma ha pur sempre 22 anni. Il suo cammino nel grande tennis non è neanche a metà strada e necessiterà ancora di almeno un paio d’anni di lavoro fisico per poter fronteggiare ad armi pari – sotto questo aspetto – i pesi massimi del circuito. Rispetto a Zverev, i dieci centimetri in altezza non potranno mai essere colmati e probabilmente neppure i quindici chili di peso, ma ricordiamo benissimo che la struttura fisica di Zverev nei primi anni di circuito non era così lontana da quella di Sinner. Guardate adesso, con il lavoro effettuato, il livello raggiunto dal tedesco. Per l’azzurro si tratta di una condizione necessaria se vorrà ambire a vincere le partite di quattro ore su cinque set e, di conseguenza, puntare al suo primo Slam come ci auguriamo tutti”.

 

 ◉  l’equilibrio | Federico Ferrero, Domani: “Quando una disputa è tuttavia drogata – e quella sulla carriera di Jannik Sinner, sul suo futuro, sull’asticella cui sistemare le aspettative pubbliche, palesemente, lo è – bisognerebbe risistemare la discussione su un piano di ragionevolezza. Nel caso del rosso Jan hanno contribuito a offuscare il senso comune il ventennio di oligarchia Federer-Nadal-Djokovic. Prima di loro, esistevano carriere eminenti eppure costellate di inciampi: Becker, Edberg, Lendl, Agassi, lo stesso Sampras titolare di un primato ora sminuzzato da quei tre alieni, quattordici titoli Slam, non erano abbonati alle fasi finali dei tornei-clou. Anzi. Venivano eliminati anzitempo, passavano periodi di offuscamento. Nessuno chiedeva loro di essere sempre in finale, o giù di lì, pena la marchiatura a fuoco di delusioni o fallimenti della stagione. Toccherà riabituarsi: di extraterrestri, ne passa uno ogni tanto. Tre come quelli citati, il tennis, non li aveva mai visti dacché era stato inventato. Si è costruito un partito calcistico di Jannik Sinner, il cui dogma è il divieto di critica (lo chiamano «scendere dal carro») perché, in caso di trionfi come è accaduto nel Master 1000 di Cincinnati, chi aveva osato muovere giudizi o critiche al suo gioco ne aveva celebrato l’impresa (ossia era «salito sul carro»). Lasciando i mezzi agricoli alla loro funzione, la considerazione è altra: Jannik Sinner è indubitabilmente destinato a vincere un grande torneo, anzi, più di uno. Anche a toccare la prima posizione mondiale, probabilmente. Tuttavia, allo stato dell’arte, non è autosufficiente per un exploit simile. Le stimmate sulle mani non le ha. Anche se qualcuno giura di avergli visto moltiplicare i pani e, ora, dovrà spiegare a torme di tifosi delusi e inviperiti come mai, questa notte, nello stadio Arthur Ashe non ha fatto il miracolo”.

 

 ◉  la Davis | Gianluca Sartori, Ubitennis: “L’eventuale rinuncia di Jannik Sinner alla fase a gironi delle Davis Cup Finals che si giocherà a Bologna la prossima settimana sarebbe una delusione se la motivazione fosse davvero quella che circola in queste ore, ossia gli strascichi negativi dell’eliminazione dallo US Open sul piano delle energie psico-fisiche. In assenza di veri e propri infortuni, è auspicabile che un campione come Sinner dimostri attaccamento alla maglia azzurra La rinuncia di Sinner alla Coppa Davis non sarebbe un bel segnale e alimenterebbe il vociare di chi sospetta che Jannik non sia il più grande dei “patrioti” Senza dimenticare che c’è chi ha comprato un biglietto per le partite di Bologna, anche la Federazione avrebbe ragione di chiedere maggior attaccamento alla causa”

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