Cammina, non correre. La marcia ritrovata di Antonella Palmisano dietro i rimbalzi di Maria Pérez

  20 KM MARCIA FEMMINILE 

Questa cosa in inglese la chiamano walk. Solo che in Inghilterra il nobile gesto non è così praticato e tutto sommato neppure in America. Hollywood ci fece un film sulla marcia, con Cary Grant, l’uomo che insieme al principe Myškin tutti vorremmo essere. Si intitola Cammina, non correre. Cary Grant è il solito signorone britannico, un uomo d’affari, che si trova a Tokyo per lavoro in mezzo ai Giochi del 1964. Valla a trovare una camera d’albergo. Infatti non la trova. Casca invece con l’occhio su un annuncio e finisce dentro casa di Christine, inglese pure lei, a sua volta alla ricerca di una ragazza con cui dividere l’appartamento. Che si fa, che non si fa, alla fine accetta di mettersi in casa questo spilungone. Siccome gli sceneggiatori ne sanno di commedie romantiche e degli equivoci, gli fanno a sua volta subaffittare la stanza a un certo Steve Davis, americano con la faccia di Jim Hutton, arrivato in città per motivi misteriosi che non vuole svelare. Il motivo è la gara di marcia alle Olimpiadi. Una faccenda assai improbabile per un americano. All’epoca del film erano senza medaglie dal 1920, ne vinsero di bronzo con Larry Young nel 1968 e nel 1972, dopo mai più. Proprio a quei Giochi di Tokyo la Gran Bretagna salì per l’ultima volta su un podio olimpico nella marcia, con Paul Nihill, argento nella 50 km, morto di covid tre anni fa. 

Tanta indifferenza del mondo anglosassone per la marcia si fa fatica a spiegare. A meno di non convincersi che vadano dietro al motto secondo cui camminare non è uno sport. Sul blog di Mario Flavio Benini c’è un post assai prezioso sul tema. Mette insieme posizioni, citazioni, aforismi. Si scopre che camminare significa aprirsi al mondo, secondo David Le Breton, antropologo del corpo nel libro Il mondo a piedi.

L’atto del camminare – scrisse – immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la partecipazione di tutti i sensi, si cammina per nessun motivo, per il piacere di gustare il tempo che passa, per scoprire luoghi e volti sconosciuti, o anche, semplicemente, per rispondere al richiamo della strada. Camminare è un modo tranquillo per reinventare il tempo e lo spazio. Prevede una lieta umiltà davanti al mondo

Aristotele insegnava camminando, i sofisti si spostavano a piedi per diffondere l’arte della retorica. Socrate camminava e parlava, gli stoici discutevano di filosofia sotto i portici di Atene. Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo dice Benini. Camminare definisce una soglia tra un prima e un dopo, oltrepassata la quale si entra in una vita dove non si è nessuno, dove si cammina nel regno dell’incognito

Il cammino è un atto di fede. La marcia è un gesto di protesta. La strada è di tutti per definizione. È il luogo della democrazia, come spiega Rebecca Solnit in Storia del camminare. Camminare non prevede classi, sebbene si possa camminare da flâneur o da escursionista, da nomade o da asceta. In Andare a piedi. Filosofia del camminare – continua a segnalare Benini – Frédéric Gros fa presente che ci sono pensieri che possono venire soltanto al di sopra delle pianure e delle rive smorte. 

 

  pagine Non arrivano da nessuna parte

Yogi Johnson non lo sapeva. Ovviamente, camminare non era la soluzione del loro problema. Anche se camminare, tutto sommato, andava bene. L’Esercito di Coxey. Un’orda di uomini in cerca di lavoro che avanza verso Washington. Uomini in marcia, pensò Yogi. Uomini che marciano e marciano, e dove arrivano? Da nessuna parte. Yogi lo sapeva fin troppo bene. Da nessuna parte. Da nessuna fottutissima partedi ernest hemingway, Torrenti di primavera

 

Chissà che pensieri ha fatto allora Antonella Palmisano quando è caduta, nel tratto finale della 20 km stamattina: così ragionavano in telecronaca diretta sulla Rai. Si è rialzata, è rimasta attaccata alla testa, prima di sfilarsi dalla corsa all’oro e battersi per il bronzo, preso, afferrato, alla fine di un periodo tormentato da problemi fisici dopo il titolo olimpico di Tokyo, compresa un’operazione all’anca. 

Corsa all’oro, non solo peer dire, non solo in modo metaforico. Il vostro amico Roberto Liberale ha messo in chat qualche fotogramma catturato durante l’avanzata della spagnola Maria Pérez verso la vittoria, sotto l’ora e 27 minuti, per il bis del suo paese dopo Alvaro Martin ieri primo nella gara maschile. Jemima Montag, australiana, è arrivata seconda con il record dell’Oceania. La grande sconfitta è Kimberly Garcia, la 29enne peruviana capace di due ori olimpici sulla distanza breve e quella lunga. Qualcosa era nell’aria. Pérez aveva vinto otto delle sue nove gare quest’anno; unica sconfitta a La Coruña, quinta in una gara di alta qualità.

 

 

Maria Pérez è la primatista mondiale sui 35 km, la prima spagnola a detenere un record del mondo. Ieri aveva dato un’intervista a El Mundo dicendo che aveva scoperto della ratifica del suo crono dallo screenshot di un amico da Twitter. 

«Mi ero appena svegliata da un pisolino e niente, sono andata avanti con la mia giornata». 

L’ha stabilito a maggio, subito dopo la sua peggiore stagione. L’anno scorso è stato molto frustrante. Ha passato un mese e mezzo negli Stati Uniti a prepararsi per il Mondiale di Eugene e per l’Europeo: è stata squalificata tutt’e due le volte. Il suo stile di marcia è controverso, diciamo così. Voleva smettere perché «la marcia, che mi aveva dato tutto, mi ha tolto tutto in una volta. Non volevo saperne più nulla. Alcune settimane non marciavo per niente, oppure uscivo e andavo piano, uno o due giorni, non di più. Alcuni amici come Josep Marín [medaglia mondiale negli anni ’80, ora allenatore] e Beatriz Pascual [olimpionica nel 2008 e 2012] mi avevano consigliato di cambiare tecnica per evitare richiami. Sono andata a trovarli, li ho ascoltati, ho studiato. Ho cominciato un percorso per cambiare il mio modo di marciare. Il braccio, la posizione dei piedi. Ho dovuto ricominciare da capo. Quando hai marciato in un modo per tutta la vita, farlo in modo diverso è molto difficile, ma ci sono riuscita».

Nel periodo in cui non marciava più, si è sposata. O meglio. Ha festeggiato il matrimonio. Sei mesi prima delle Olimpiadi di Tokyo, sua moglie Noe Morillas aveva dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico per un cancro e si erano sposate in fretta, in pandemia, da sole. Ora lei sta bene e Maria dice di aver imparato a dare più valore alla vita. 

Con la prova della 35 km esclusa dal programma di Parigi, la metamorfosi prevede la conversione ai 20 km. Lei dice che vorrebbe ritirarsi ai Giochi di Los Angeles 2028. «Sono preoccupata per i giovani che verranno dopo di me. In Spagna ci sono molti talenti. Spero che la federazione faccia abbastanza per loro». 

 

   REWIND Quando Palmisano vinse a Tokyo

Aveva una margherita di feltro fatta dalla mamma tra i capelli. Ha aggiunto il tricolore di un estraneo al collo. Nel giorno del suo compleanno, quando mancava un km alla fine dei venti, Antonella Palmisano ci ha detto che stava andando a vincere. Sotto la sua accelerazione le avversarie o si sono staccate o si sono fatte squalificare per marcia irregolare. In ogni caso non hanno retto. Papà Carmine ha fatto mille mestieri e alla fine ha trovato una sua stabilità come rappresentante di tessuti. Mamma Maria è una sarta e giocava a pallavolo. Anche Antonella aveva iniziato come alzatrice. Poi i suoi compagni di scuola – racconta Ettore Livini su Repubblica – la invogliarono a partecipare a una gara di corsa, vinta

Cinque anni fa a Rio aveva un altro fiore tra i capelli, arrivò quarta e alla fine chiese al suo fidanzato Lorenzo, pure lui marciatore, di sposarsi. C’è una foto del suo matrimonio, nel 2018, lei in abito bianco che finge qualche passo di marcia su una pista di atletica. Lui in ginocchio con l’anello, lei commossa con i fiori in mano scrive Repubblica.

«Vede la margherita che mi tiene assieme i capelli e che ho portato per tutta la gara? Me l’ha fatta lei. Un fiore con i colori dell’Italia e del Giappone, cucito a mano in oro. Aveva previsto tutto. Me l’ha dato due mesi fa, mentre l’abito da sposa, per dire, me l’ha fatto penare fino alla mattina della cerimonia!».  [Slalom 7 agosto 2021]

 

    ITALIANISMI

L’argento di Fabbri nel peso

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  Le telecamere del collegamento internazionale erano altrove, quando Leonardo Fabbri ha tirato la sua palla da 7 chili oltre i 22 metri, per la prima volta in carriera. Nella sera giusta, al momento esatto, 22 metri e 34, seconda misura italiana di sempre, dietro l’imbattibile americano Ryan Crouser, arrivato a cinque centimetri [23,51] dal record del mondo. Un altro lancio più lungo di Fabbri è diventato un nullo perché è finito con i piedi e il corpo fuori dalla pedana, sbilanciato nello slancio della rotazione. 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrive: Aspettavamo la medaglia di prima mattina da un marciatore peso piuma, è arrivata invece in serata grazie a un omone di due metri e 130 chili (lui però dice di averne persi 16 negli ultimi mesi). Timidamente simpaticissimo e modestissimo, Fabbri è un altro di quei jolly che l’atletica italiana sa pescare in provincia (è di Bagno a Ripoli) e fa allenare (in questo caso a Bologna) da ex di talento (in questo caso Paolone Dal Soglio) che mettono la loro esperienza al servizio dei giovani. Fino a ieri, anche sul web si faticava a trovarlo, tra un Alessandro Fabbri pneumologo di fama, un politico del Pd e un guru dell’informatica, da oggi il vicecampione del mondo di getto del peso (alla sua prima grande finale) ha uno spazio tutto per lui

Giulia Zonca su la Stampa parla di un lancio che riporta un azzurro sul podio del peso dopo 36 anni e che viene da lontanissimo eppure sembra sbucare dal nulla perché Leo Fabbri ripete di averlo nelle braccia da mesi ma se l’è tenuto per sé fino al terzo turno della gara mondiale che vale un argento il secondo lancio di sempre per un italiano, dopo Andrei, fiorentino come lui, il mito, l’esempio, una figura forse così motivante e ingombrante da diventare quasi un limite per il ragazzo considerato suo erede fin dall’adolescenza. Fabbri lo ha imitato, guardato, ammirato, poi ha preso la sua strada personale, ma si è perso e ora dedica la medaglia proprio al ragazzo che 2 anni fa si è trovato a un bivio, al se stesso più giovane Adesso può andare a caccia del primato italiano fissato a 22,91, nel 1987, da Andrei e immaginare altri sogni, dopo aver perso 16 chili e retto a un’attesa infinita sfogata con un lancio d’argento

 

[in fase di aggiornamento]

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