Parlami d’amore, Lucia’. Il Napoli con lo scudetto a casa di Vittorio De Sica, l’allenatore della festa è lontano

IL GIROTONDO 

Se il campionato inizia troppo tardi, siamo sempre gli ultimi in Europa, non lo vedete che a settembre paghiamo il conto, sia con i club nelle coppe sia con la nazionale? Ma se inizia a metà agosto, diamine, com’è possibile, siamo ancora al mare. Se non compriamo all’estero, la serie A ha perso di attrattività o qualcosa del genere. Ma se arrivano troppi stranieri, tolgono il posto agli italiani, lo dice pure il ministro Abodi. 

Se i club non investono, gli manca il coraggio. Se spendono tanto, sono scellerati, con tutti i debiti che hanno. Se i ventenni emigrano, allora non è un paese per giovani, come si potrà mai sopportare una serie A senza Viti e Casadei, meglio non giocarla proprio. Ma se restassero senza trovare spazio, Viti e Casadei non avranno capito che il mercato è globale, vogliono il posto sotto casa, sono bamboccioni. 

Se non c’è il Boxing Day, non abbiamo ancora compreso che bisogna seguire il modello inglese, niente, non impariamo. Ma se non c’è la sosta a Natale, allora questo calcio cinico non si ferma proprio mai, è diventato solo business. Se un calciatore non rinnova per liberarsi a parametro zero, si tratta evidentemente di un ingrato, fa un danno alla società, va messo fuori rosa. Ma se un calciatore vuol restare e invece per lui è arrivata un’offerta, si tratta evidentemente di un ingrato, fa un danno alla società, va messo fuori rosa. 

Se ha baciato lo scudo e se ne va, non ci sono più le bandiere. Se ha baciato lo scudo e resta per sempre, non ha mai avuto il coraggio di lasciare la sua comfort zone, ha fatto prevalere i sentimenti. Se uno invoca i sentimenti, non ve ne fate una ragione che il calcio è business. Se uno parla di business, non avete capito che il calcio è sentimento. Se De Laurentiis esige il rispetto degli accordi firmati con Spalletti per liberarlo un anno prima dal contratto, sta tenendo fermo un lavoratore, forse è anti-costituzionale. Ma se Roberto Mancini vuol liberarsi prima dal suo contratto di Ct, per continuare a lavorare sarà giusto aver bisogno del permesso della federcalcio.

Tuttavia, se la federcalcio chiede a De Laurentiis una deroga alla famosa clausola, i patti si rispettano. Ma se De Laurentiis deve vendere una fra Bari e Napoli, in quel caso la deroga la chiede. Si potrebbe andare avanti all’infinito sulla giostra degli slogan masticati, dove le analisi assumono un colore o un altro secondo il colore o l’altro di chi è interessato. Il campionato non è neppure cominciato e siamo già nel girotondo, il carosello domenicale che accompagnava Slalom ai bei tempi della newsletter. 

Tutta colpa di Luciano Spalletti che immaginava un anno di relax nella tenuta di Montaione – scrive Antonio Barillà su la Stampa stamattina – borgo fiorentino tra colline silenziose: i boschi e i vigneti, la casa piena di ricordi, il trattore e i cavalli, le galline e gli struzzi, i due spaventapasseri battezzati Marcel e Carl, la cantina con i vini che raccontano il suo mondo, il Bordocampo e il Rossodiretto

Lasciò il Napoli con la bocca ancora umida di champagne perché «devo allenare Matilde», la sua bambina che vedeva poco. Voleva portarla a scuola, fare i compiti con lei. Adesso è facile ironizzare che Matilde in nazionale non ci va. È facile dire che gli è tornata la voglia. La voglia non se n’era mai andata. Una vita più lenta è compatibile con il mestiere del Ct. Era solo sfiorito il piacere di lavorare con De Laurentiis: Spalletti poteva mai dirlo chiaro e tondo, nel cuore di una festa epocale?

È tuttavia vero che il Napoli ne ha avuto un danno e che De Laurentiis sa come scrivere i contratti, Ciro Troise e Simone Golia sul Corriere della sera hanno ricordato le parole di Faouzi Ghoulam a Dazn: «I contratti di De Laurentiis sono validi anche nello Spazio». Da Fazio a Che tempo che fa, dopo lo scudetto il presidente chiarì: «La mia famiglia ha sempre avuto una gran cultura per la musica. La società oggi avrà più di 1.500 colonne sonore, nei contratti che facevamo c’era scritto “nell’universo”. Se un astronauta sta andando su Marte, la Nasa gli manda le immagini di una partita o di un film. Un domani potrebbero esserci molte più persone». 

Intorno a questa storiaccia, la città in festa per lo scudetto dopo trentatré anni ha riscoperto l’invidia degli dèi, la ὕβρις, il sentimento malevolo dell’Olimpo verso uomini e donne troppo felici. Si era già affacciato nello 0-4 contro il Milan e dopo in Champions, nelle tre notti in cui si è consumato probabilmente lo strappo irreparabile tra De Laurentiis e Spalletti. Ecco perché poi Napoli passa per città scaramantica. Non lo è, non lo sarebbe. È solo timore, solo consapevolezza da figli della Magna Grecia, che spingersi oltre i limiti stabiliti costa la morte o la fine della gloria. Così, il popolo di un giorno all’improvviso, s’è diviso – figuriamoci: c’è chi s’appiattirebbe su De Laurentiis vita natural durante, chi non vedeva l’ora di tornare a dargli torto, chi soffia sul desiderio di una crociata anti-sistema, qualunque cosa voglia dire; chi tira fuori di nuovo gli audio di Orsato mai trovati. Esiste una quota di minoranza, diciamo da partito liberale, fortemente a disagio nel vedere la faccia feroce del presidente dello scudetto contro l’allenatore dello scudetto, ma in fondo accadde pure tra Ottavio Bianchi e la sua squadra. Jovanotti direbbe So che è successo già, un grecista direbbe ὕβρις. Prende fiato il partito dei complottisti, convinto che alla fine, vedrete, questa posizione costerà qualcosa. Le due espulsioni del Bari alla prima giornata in serie B aiutano. 

| I fatti dicono che a meno di due mesi dall’addio, oggi 19 agosto, Luciano Spalletti è di nuovo su una panchina. Marco Ciriello su Domani ha scritto di lui come di un monaco guerriero, ossessivo in campo, tramaiolo, paziente col talento, capace di sperimentazioni producendo sempre un gran calcio – aggressivo ed esteticamente rilevante. Una gran memoria per i torti e le mancanze subite per le quali sembra avere un archivio andreottiano. Tanto che non è difficile immaginare che se De Laurentiis dovesse perpetrare il torto, continuare l’azione, sarebbe capace di fare al suo tatuaggio quello che fece lo scrittore David Foster Wallace con uno che riguardava il suo amore: sul nome «Mary» – scritto dentro un cuore tatuato sul braccio – fece tirare una riga e aggiungere un asterisco sotto al cuore, e più sotto si era fatto tatuare un altro asterisco e il nome «Karen», trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa. Ecco, se De Laurentiis non lo vuole fare per amore della Nazionale, lo faccia almeno per il braccio del futuro CT.

| Alessandro Bocci sul Corriere della sera scrive che la nuova Italia dovrebbe ripartire dal 4-3-3, che è stato il marchio di fabbrica di Mancini. Il vecchio c.t. puntava sul doppio play, Spalletti ne cerca uno per comandare il gioco. Verratti è ai margini del Psg e in procinto di andare in Arabia, Jorginho è indietro nelle gerarchie dell’Arsenal, Tonali non ha quelle caratteristiche e sarebbe un adattato, lo stesso Locatelli da regista non ha incantato alla Juventus. Ricci è la soluzione ideale, ma il rischio è di «bruciarlo» in una partita pericolosa come quella con la Macedonia. Il compromesso, per le sfide di settembre, potrebbe essere Cristante.  Da capire che futuro azzurro avrà Immobile. E il ruolo di Raspadori, che può fare anche l’esterno dove saranno tenuti in grande considerazione Chiesa e Berardi, ma anche Politano e Zaccagni. Ecco la nuova Italia: rispetto a Mancini meno palleggio e più verticalità.

| Fabio Licari e Iacopo Iandiorio sulla Gazzetta dicono che il primo lavoro per Spalletti non è una missione impossibile, ma sarà bene non guardare con sufficienza alla classifica un po’ traballante del gruppo di qualificazione a Euro 2024. Con l’Inghilterra in fuga e apparentemente quasi irraggiungibile, agli azzurri resta soltanto il secondo posto per evitare lo spettro dei playoff. Tutto passa per un doppio successo contro Macedonia del Nord (il 9 settembre a Skopje) e Ucraina (il 12 a San Siro). Altrimenti la situazione si complicherà non poco

 

    CAMPO PRINCIPALE

Con lo scudetto sulla maglia a casa di Vittorio De Sica

 

Il caso si diverte, il caso aiuta a capire. Ci sono segni che non vogliono dir niente, ma impressionano e aiutano a leggere la realtà. Il primo Napoli con lo scudetto sulla maglia si fa vivo oggi pomeriggio a Frosinone, 20 km da Sora, il posto dove è nato Vittorio De Sica

Vittorio De Sica è uno dei tanti Spalletti di Napoli. Un uomo nato altrove che a un certo punto si sente figlio d’anima di questa misteriosa città. 

Nel libro che Giancarlo Governi ha dedicato al regista si legge che nella vita di Vittorio De Sica c’erano due elementi fondamentali: una Città e un Uomo. La Città è Napoli, l’Uomo è il Padre Umberto.

De Sica non tenne mai nascoste le sue origini ciociare ma fu considerato sempre napoletano. Questo perché – dice Governi – anche se vi aveva vissuto pochi anni, quelli della fanciullezza, con Napoli fu sempre in osmosi. A Napoli fece alcuni dei suoi film più belli e più amati. Di Napoli amò sempre tutto: la gente che ogni giorno si inventa la vita, il paesaggio, i vicoli, i colori, i suoni. Napoletana era Sophia Loren, l’attrice che plasmò e diresse in film straordinari. Come pure napoletane erano le canzoni che cantava con quel suo filo di voce intonatissima e calda, da fine dicitore. Napoletano era il dialetto con il quale faceva parlare i suoi personaggi popolari, che disegnava con grande maestria, con grande naturalezza che spesso fu scambiata per noncuranza.

De Sica raccontava fossero napoletani i genitori, Umberto e Teresa Manfredi, diceva fosse napoletanissima tutta la famiglia, l’intero albero genealogico. Non era vero. Il ramo materno della famiglia era romano. Suo padre era nato a Cagliari, dove aveva poi lavorato come direttore del carcere. A Sora erano arrivati per motivi di lavoro. Sul suo atto di nascita poteva esserci scritto: Reggio Calabria. Ma nonostante tutto – dice Governi – Vittorio De Sica si sente e quindi è – napoletano

«La finestra della casa che ci ospitava – queste sono parole di De Sica – dava in una piazzetta. Là sotto un uomo spazzolava, con una spazzola da panni delle pesche. Dalle sue mani le pesche venivano posate sul banco, più gialle, più colorate di prima. Un altro preparava un trionfo di fichi d’India, rossi, gialli, azzurri. Il bisogno di veder bello, colorato. Tutto è simmetrico, ordinato in questo popolo che appare disordinato. Vedo ancor oggi gli uomini di fatica che trasportano sacchi di farina. Sono stanchi, sudati. Hanno trasportato cento sacchi d’un quintale l’uno. E questi uomini sentono il bisogno di mettere su ogni sacco, la di cui cima somiglia a un cesto bianco, un pomodoro rosso. E cantano. Il loro canto anticamente somigliava al lamento del flamenco spagnolo ma da quando un musicista napoletano ha scoperto la scala napoletana il popolo ha cantato napoletano, ‘Ncopp’ ‘o capo ‘e Pusilleco addiruso, odoroso di mare, di fichi d’India, e di cantilene sopra la fabbrica dell’Ilva dove migliaia di napoletani lavorano anche di notte».  

Saranno i suoni e i colori dei suoi film. Come un tatuaggio. La Napoli di De Sica – scrive Governi – è una città dolente, dentro la quale si indovinano la miseria, la fatica, il dramma che però si presentano con il volto della gioia, della fantasia, in una fantasmagoria di colori e di suoni. Nel 1968 si presentò da autore al festival di Napoli con il pezzo Dimme che tuorne a mme!, dimmi che torni, e se torni parlami d’amore. Anche se tutto è business

 

Luigi Garlando sulla Gazzetta ha ricordato che l’uno-due consecutivo non riuscì neppure a Diego. La difesa ha perso l’anima (Kim). Garcia porta novità, ha bisogno di tempo. Ma Kvara e Osimhen, le prime stelle, ci sono ancora e il gioiellino Veiga promette di sedurre il Maradona. Può ripetersi. Monica Scozzafava sul Corriere della sera: “Il Napoli è l’abito migliore per un rientro ad alti livelli, ma nelle pieghe del capolavoro fatto dal suo predecessore Spalletti si annida il rischio altissimo che ripetersi non è mai semplice, e Garcia non ci sta a fare la parte di quello che non ha saputo replicare il successo”. 

Paolo Condò su Repubblica stamattina scrive: Il Napoli arriva da uno scudetto vinto con 16 lunghezze di vantaggio, un margine che nell’era dei tre punti ha sempre portato a un titolo- bis. In realtà non è mai semplice valutare con esattezza distacchi così pesanti, perché a fine gennaio il campionato era virtualmente assegnato, e molte inseguitrici si rialzarono sui pedali per concentrarsi piuttosto sulle coppe Un allenatore nuovo alla guida di una squadra che ha già vinto vive sempre la dicotomia fra la convenienza a lasciare le cose immutate e il desiderio di imprimere il proprio marchio. Garcia è un uomo saggio, oscillerà con equilibrio fra le due tentazioni.

Secondo Alessandro Cappelli su Rivista Undici la storia e il vissuto di Garcia lasciano immaginare un Napoli con un’impalcatura tattica più leggera dello scorso anno, con un gioco offensivo più libero, meno codificato e, di conseguenza, più dipendente dal genio creativo dei suoi giocatori più brillanti – proprio com’era stato in passato per le squadre esaltate dal talento elettrico di Hazard, Salah, Gervinho. Il trade off è difficile da valutare a priori: con le sue idee e il coinvolgimento di tutta la rosa, Spalletti era chiaramente motore che ha condotto il Napoli alla vittoria del terzo scudetto; con Garcia qualcosa si perderà, ma la squadra potrebbe trarre beneficio da una semplificazione che ne eviti l’appiattimento su schemi e movimenti già visti, quindi più facili da limitare.

Antonio Giordano dal Corriere dello Sport-Stadio aggiorna: Kvaratskhelia escluso dai convocati  per un affaticamento muscolare. Salta il derby georgiano  con il compagno e amico Kvernadze. Raspadori mezzala come in ritiro.

Frosinone ha riportato in serie A Eusebio Di Franfesco. Jacopo Azzolini su Ultimo Uomo indica in Giuseppe Caso il giocatore chiave della squadra [Brevilineo e minuto di statura, partendo largo a sinistra ha costantemente seminato il panico. Faceva la differenza sia nello stretto, dove era ben supportato da terzino e mezzala, sia in campo aperto grazie a una velocità degna di nota. In un Frosinone povero di talento e che ha scelto di puntare su scommesse semi sconosciute, il rendimento di Caso sarà determinante. Attenzione pure a Anthony Oyono, “uno dei giocatori che rappresentano meglio lo scouting fatto dalla società nelle leghe inferiori: nel suo caso, addirittura da altri campionati. Nazionale gabonese, è arrivato dalla Serie C francese. Terzino di spinta (ha detto di ispirarsi a James e Hakimi), l’anno scorso si è contraddistinto per la sua duttilità, giocando sia a destra che a sinistra

 

  EMPOLI-VERONA

Matteo Pierelli, la Gazzetta dello sport: Empoli-Verona è già una partita di un certo peso. La squadra di Paolo Zanetti ha cresciuto in casa la stella di Tommaso Baldanzi, talento che fa gola a tanti ma che costa circa 30 milioni.  Baldanzi agirà alle spalle di Ciccio Caputo che ha già timbrato contro il Cittadella e che a Empoli sta vivendo una seconda giovinezza.  Dall’altra parte Marco Baroni, con la squadra ancora in costruzione, partirà con la difesa a tre e il doppio trequartista. Che sia dall’inizio o a partita in corso (si gioca la maglia da titolare con Mboula), Saponara darà il suo contributo e per lui non sarà una partita banale

 

GENOA-FIORENTINA

Angelo Andrea Pisani su Ultimo Uomo  ha scritto che Mateo Retegui è stato l’acquisto più importante del Genoa, ed è da lui che passeranno gran parte delle chance per restare in Serie A. Retegui ha tutto per far bene, sia dal punto di vista tecnico che tattico, dato che il Genoa si appoggerà tanto a lui, cercando di metterlo nelle condizioni migliori per lasciare un impatto. Se Retegui riuscirà a fare una stagione da 12-15 gol la squadra di Gilardino avrà grandi possibilità di salvarsi, altrimenti sarà dura. Non è ancora tempo di sfida argentina con Beltran, secondo Emanuele Gamba su Repubblica la scommessa più interessante della stagione. Dovrebbe partire dalla panchina, secondo le formazioni del Corriere dello Sport-Stadio, con Nzola titolare, altra aggiunta molto interessante in viola. 

 

  INTER-MONZA

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive stamattina che “la resilienza, invocata da Simone Inzaghi nel momento più duro della sua primavera (a Salerno) quando l’Inter tirava 25 volte in porta e — se andava bene — pareggiava, è sempre la parola d’ordine del tecnico. Ma a questa si aggiunge l’autostima per la finale di Champions raggiunta e giocata alla pari con la squadra più forte. Un mix che può essere la benzina giusta per una rosa rafforzata sulle fasce con Cuadrado e Carlos Augusto e a centrocampo con Frattesi, ma che aspetta ancora un difensore sul centrodestra (Pavard del Bayern, per stessa ammissione di Inzaghi) e quasi sicuramente un altro attaccante.

Nella sua guida all’élite della serie A, Paolo Condò su Repubblica ricordava nei giorni scorsi i problemi economici del club. Sono passati due mesi dalla finale di Champions di Istanbul, e dei 23 giocatori dell’Inter a referto quella sera ben 10 non vestono più il nerazzurro. Le dimensioni di questo turnover non sono normali Sta iniziando la terza stagione post-scudetto e il management italiano, da Marotta in giù, si è ormai specializzato negli equilibrismi di mercato necessari per tenere a galla la squadra. la proprietà deve uscire da questa situazione, perché non è detto che ogni anno si riesca a camminare, o addirittura a correre, sul filo. Il vero nodo della stagione, che ha come obiettivo naturale lo scudetto e un moderato rinculo Champions (almeno i quarti), riguarda comunque Suning e il prestito del fondo Oaktree in scadenza a maggio: gli interessi lo porteranno attorno ai 350 milioni, e la strategia di rinegoziarlo implica tassi ancora più alti e un debito ulteriormente gonfiato. Prima o dopo la risoluzione con Oaktree — che non sembra disposto a entrare nella gestione come fece Elliott col Milan — l’esigenza di un proprietario forte è ineludibile.

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