In principio c’è stato stupore. Un attimo dopo era già tutto cazzeggio, cazzeggio e indignazione, con una platea divisa fra i 280 caratteri da spendere sulla giornata mondiale dei mancini e i 4mila con la spunta blu [azzurra] da dedicare agli arabi, i signori compratutto, come si permettono, adesso pure il ct dell’Italia.
Come è cominciata tutta questa storia?
Alberto Dalla Palma è uno dei giornalisti che ha seguito più da vicino la traiettoria professionale di Mancini stamattina sul Messaggero e sul Mattino racconta: “La telefonata è partita da Mykonos, venerdì sera, dopo l’ultimo consulto con le persone a lui più vicine e con la moglie Silvia Fortini, che lo rappresenta anche come legale. «Presidente, lascio la Nazionale, non mi sento più nell’ambiente giusto» ha confessato Roberto Mancini a Gabriele Gravina, il presidente della Figc che il 3 agosto gli aveva messo in mano tutto l’universo del club Italia. Un controllo assoluto, su giovani e meno giovani, su tecnici e assistenti, ma con la responsabilità, ovviamente, di successi e di eventuali insuccessi. Il ct era abbastanza deciso, al telefono, ma non ancora al cento per cento: da qualche settimana rifletteva sul suo futuro e, soprattutto, sulla nuova avventura che lo aspettava senza i suoi colleghi più fidati al fianco, come accadeva da anni, a Roma, a Milano, a Manchester, a San Pietroburgo, a Istanbul e anche in azzurro. Gravina ha spezzato quel filo e contemporaneamente anche le certezze del tecnico”.
| Daniele Dallera sul Corriere della sera aggiunge: “I primi sospetti che stesse accadendo qualcosa di grosso, di irrimediabile, nascevano dalle riflessioni preoccupate di Silvia Fortini, moglie di Roberto, ma anche avvocato che si occupa della carriera del marito. Sensibile, capisce che il suo uomo vive un «malessere». Roberto ha dei dubbi, si confida, non sono vacanze serene quelle di casa Mancini. Ogni tanto arriva la telefonata di Andrea, il figlio di Roberto, che sta facendo il praticantato da ds, i primi passi, nella Samp, ha bisogno di consigli di papà. I suoi «sì» alle nuove nomine, si viene a sapere dopo, erano quasi dei «nì», mai espressi, insomma c’era poca convinzione”.
| Guglielmo Buccheri su la Stampa parla di un punto di non ritorno, “dentro a una serie di cattivi pensieri, raccontati come un contropiede improvviso al presidente della Figc Gabriele Gravina e anticipato da un colloquio avuto con la moglie avvocato del ct. Nel colloquio con Gravina, il ct campione d’Europa, si è mostrato preoccupato per un calendario nel girone di qualificazione agli Europei del prossimo giugno dove l’incubo Macedonia è là ad un passo: il nove settembre, l’Italia sarà di scena a Skopje di fronte ad una nazionale che, per noi, rappresenta uno dei punti, se non il punto, più basso della storia. Improvvisamente confuso, così si è mostrato Mancini. E, trentasei ore dopo, le dimissioni erano in campo”.

Che cosa farà adesso
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La Gazzetta dello sport va dritta sull’ipotesi che Mancini stia per firmare con la federcalcio dell’Arabia Saudita per guidare la nazionale. “Chiusura imminente” dice il quotidiano sportivo con Filippo Maria Ricci, volato a Riad nei giorni scorsi per una serie di servizi di presentazione sul campionati dei nuovi ricchi in partenza. La7 ne ha comprato i diritti, stasera c’è la prima partita in diretta.
| Tuttavia, Alberto Dalla Palma, sempre sul Messaggero e sul Mattino, presenta uno spettro più ampio.
“L’ipotesi più suggestiva? Fare il presidente della Samp, ruolo che la nuova società gli ha offerto ormai da qualche settimana, ma Roberto Mancini non vuole lasciare il campo, almeno per ora. L’ipotesi già attraente dal punto di vista economico ma meno ambiziosa sotto il profilo professionale? Scappare in Arabia, dove almeno due club lo stanno corteggiando e dove aumentano le voci di una possibile offerta della Federazione per allenare la Nazionale fino ai Mondiali del 2026, in attesa di quelli che verranno assegnati a Riad e Gedda nel 2030. L’ipotesi più folle? Che sostituisca Luis Enrique al Psg alle prossime insofferenze dello spagnolo”.
Qui Dalla Palma ritorna sulla solitudine del Ct dopo la “rivoluzione imposta dal presidente Gravina”, senza più Lombardo (all’under 20), Nuciari (vice di Battara, capo dei preparatori dei portieri) e Di Salvo (preparatore atletico), senza Evani, senza Sandreani, con una serie di figure nuove alle porte [Buffon, Barzagli, Bollini]. “È stato in quel momento – ribadisce il Messaggero – che Mancini si è sentito più solo e meno stimato: aveva accettato la responsabilità tecnica dell’intero club Italia ma non riusciva a capire perché avrebbe dovuto liberarsi di quasi tutto il suo staff, destinato ad altri incarichi. Riflessioni profonde, che hanno causato la rottura”.
| Giulia Zonca su la Stampa legge in questo addio certe dinamiche della politica italiana. Il giornale parla di dimissioni del ct a Ferragosto che evocano il passato, quando si coniò la definizione di governo balneare. Zonca scrive: “Mancini se ne va come un premier che insegue altre poltrone ed altre ambizioni, come un politico che si è stufato di mettere insieme alleanze, come un capo di partito che, circondato da critiche e problemi, vede cadere la propria maggioranza e punta l’Arabia Saudita (suona stranamente familiare). Insomma, lui insegue il suo nuovo rinascimento e a noi resta il vuoto di potere che sotto il sole più alto rende il panorama persino più sfocato e indecifrabile”.
| Paolo Condò, altra firma che negli anni ha accompagnato a lungo con le sue cronache la carriera di Mancini, oggi commenta su Repubblica: “Sono deludenti le modalità dell’addio, questo sì, perché se avesse chiuso con l’azzurro a giugno dopo la Nations League — desiderio che un po’ tutti gli leggevamo in viso, in coda ai mesi più tristi della sua vita — avrebbe messo un fiocco sull’intera esperienza. La vittoria europea – dice Condò – fu meno casuale di come a volte si mormora, per il gusto molto social di demolire qualsiasi bellezza, mentre il flop mondiale fu lui sì frutto di congiunzioni astrali nefaste. Perché l’ha fatto? L’interpretazione delle nomine del 4 agosto a lui favorevole era evidentemente sbagliata, o almeno esagerata: dai tempi della Samp il suo stile di vita, non solo di lavoro, è imperniato su un gruppo di fedelissimi con i quali discutere una scelta tattica ma anche svagarsi a cena, ed è possibile che qualche allontanamento di troppo abbia finito di rompere un cristallo già incrinato dalla perdita di Vialli”.
| Sul Resto del Carlino Leo Turrini richiama il famoso Azzurro Tenebra del 74 e dice: “Come nel romanzo memorabile di Giovanni Arpino, la storia infinita tra Roberto Mancini e la Nazionale assume definitivamente il senso di una Incompiuta. Quali che siano le motivazioni del congedo, questo è un addio che si specchia in una relazione convulsa, contraddittoria, in bilico perenne tra gioia e amarezza, tra illusione e disincanto, tra lampi d’amore e crisi di rigetto. Da giocatore, il Mancio marchigiano non è stato inferiore a Baggio o a Totti, addirittura ha vinto due scudetti in realtà da Mission Impossible, giocando con la Sampdoria e la Lazio. Ma l’Azzurro per lui era tenebra”
Abbiamo un villain
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Ora Mancini deve accollarsi il ruolo di cattivo della storia. Deve averlo messo in conto.
Maurizio Crosetti su Repubblica ne ha già fatto un ritratto in cui “si sta insieme cinque anni e poi ci si molla con una pec da Mykonos? In un quasi Ferragosto qualunque, serrande abbassate e strade deserte, un Sorpasso spericolato (anche Trintignant, in quell’indimenticabile film, si chiama Roberto). E dopo la pec, il post su Instagram, sembra una canzone di Gabbani. Lui sorride così poco, e a denti stretti. Sposta i capelli con gesto meccanico, un tic per prendere tempo. Non è simpatico, è sovente acido anche se piace alla gente che piace come la vecchia pubblicità di quell’auto che era, a dirla tutta, una scatoletta. Un uomo inquieto, imprevedibile, in area di rigore e di più fuori. A un certo punto sembrava sereno, invece “nuovo messaggio di posta elettronica, invia/ricevi, clic”. Aveva solo messo il tablet in carica”.
| Paolo Brusorio su la Stampa commenta: “Non è da ct della Nazionale italiana aver paura di non farcela. Dire non sentire più la fiducia è prendere la tangenziale per arrivare comunque in una meta già decisa. I Paesi Arabi, il Psg, un’isola deserta? Tutto legittimo, ma se la figura del ct ha ancora un senso, e ce l’ha persino in questo scalcagnato pallone italiano, ecco allora Mancini l’ha presa a calci. C’è un codice anche per uscire di scena. Lui, stiloso e di solito così attento ai modi, questa volta l’ha tradito”.
| Vittorio Macioce sul Giornale ragiona: “Le ragioni le conosce solo lui, magari così profonde da toccare i confini della morte. C’è però questa voce, qualcosa più di una chiacchiera, che si rincorre e rimbalza e trova sponde di qua e di là: Riad lo vuole come commissario tecnico. La trattativa c’è e va avanti da un po’. Il Mancio non ha ancora detto sì. Non è scritto che lo faccia. L’unica cosa certa è che adesso è libero. Non ha più nulla di azzurro a cui pensare. Il futuro può essere tranquillamente bianco e verde, così ricco da non riuscire a contarlo. Non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi, nulla da nascondere. I soldi non hanno odore. È proprio l’odore del pallone che invece sta cambiando e questo va ben oltre gli orizzonti di Roberto”.
| Il più tranchant e gravoso dei commenti arriva da Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport. Inflessibile scrive: “Mancini non ha scuse, non si scappa dalla Nazionale. Si può lasciare una panchina all’improvviso, anche quella azzurra, ma non così, con una semplice mail, fregandosene di chiunque: tifosi, appassionati, compresi le italiane e gli italiani che al pallone non sono interessati, ma all’Italia lo sono eccome. Perché la Nazionale è di tutti. Soffia forte nel calcio il vento del cinismo, del denaro assunto come unico valore, assoluto e distruttivo: il rispetto degli accordi, dei contratti, della parola data, non esiste. Peggio, è considerato l’armamentario dei fessi”.
| Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, sulla questione pensa che la libertà di scelta è sacra e inviolabile, ma “non andrebbe trascurato il rispetto per qualcosa che rappresenta il Paese e che significa qualcosa per milioni di persone. Ammesso che significhi ancora qualcosa. La Nazionale è ancora importante per calciatori, tecnici e appassionati? È una domanda scomoda, ma è l’elefante nella stanza”.
| Di parere opposto è Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio: “Mancini ha scelto il momento giusto, non ha sbagliato i tempi: si è dimesso a poche settimane dalle due partite di qualificazione agli Europei – che, per le ragioni che conosciamo, temeva – quindi ancor prima dell’inizio della stagione, e subito dopo aver ottenuto la fiducia da Gravina, che gli aveva affidato la supervisione delle nazionali, condividendo alcuni cambiamenti sostanziali (uomini, staff) e accettando un paio di scelte non particolarmente gradite. Mancini era rimasto solo con le sue ansie e le sue certezze: ha controllato l’istinto fino a quando ha potuto. Infine ha deciso, ritenendo che qualcosa si fosse comunque rotto”.
La panchina dell’Italia
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Il rispetto dei contratti è un concetto più sfumato nei pezzi che parlano di Luciano Spalletti. C’è una penale da 3 milioni e passa concordata con Aurelio De Laurentiis, se volesse tornare in panchina prima di giugno. Ma stringendoci a coorte, se l’Italia chiamò, Stefano Barigelli scrive che quella clausola deve essere stracciata. “Qui c’è di mezzo la Nazionale, che è anche dei napoletani: non crediamo possa davvero essere un impedimento in una situazione del genere. Sarebbe davvero troppo, perfino per noi”.
| Fare il Ct dell’Italia è un mestiere complicato, spiega Emanuela Audisio su Repubblica. “Se siedi su quella poltrona non sei intoccabile. Anzi stai lì a prenderti le freccette e i colpi bassi. Ma la passione dell’Italia verso quella poltrona forse si è affievolita o perlomeno ora si accende a intermittenza. Mario Sconcerti sull’Italia del calcio ha scritto: «È una parte di casa nostra dove si passa, si pranza, e non si paga. È un abbraccio, non sono viscere». Per dire che più della radice comune, conta quella locale, le piccole patrie”.
| Marco Gaetani su Ultimo Uomo pensa che “la mossa di Mancini dovrebbe, innanzitutto, certificare il fallimento di una gestione federale che a lui si era legata mani e piedi, come se non ci fosse via d’uscita: con Mancini fino alla morte, fino ad affidargli la supervisione di Under 21 e Under 20 in una linea di continuità con il lavoro di Maurizio Viscidi, rimasto a capo delle altre selezioni giovanili“.
| Spalletti è chiamato ora dalla patria grande a uscire dall’auto-esilio. Andrea Sereni sul Corriere della sera dice che è possibile “tornare a indossare tuta e scarpini senza rinunciare al proposito di fine stagione, trovare del tempo per la famiglia. Il famoso anno sabbatico, quella necessità di fermarsi a respirare, poter accompagnare a scuola la figlia più piccola, Matilda, ritrovare la sua campagna nella tenuta Rimessa in Toscana. Dire sì all’Italia non significa contraddirsi. Il lavoro con la Nazionale prevede tempi più morbidi, spazi più larghi, non impone una presenza quotidiana. Potrebbe, Lucio, unire la sua voglia di calcio a quella di normalità”.
Che due mesi fa pure lui abbia sentito il bisogno di smarcarsi da un impegno, da un contratto scritto – pure allora c’era una pec di mezzo – stamattina è un dettaglio dimenticato.
Le sue parole
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« Non sono scappato da nessuna parte. Non ho ucciso nessuno. Non credo di meritare tutto il fango che mi stanno buttando addosso. Non ho ammazzato nessuno, merito rispetto. E l’Arabia Saudita non c’entra nulla. Proprio nulla».
➣ Gli italiani non hanno capito perché lascia la Nazionale, qual è il motivo?
«Perché dopo cinque anni e mezzo può succedere, ne mancavano altri due e mezzo di contratto, era da mesi che ci stavo pensando, forse era arrivato il momento di lasciare, perché quando certe cose, certe situazioni, cambiano all’interno, vuol dire che comunque si sta andando verso la fine. Lo ripeto, non credo di aver ammazzato e di aver mancato di rispetto. Non ho ucciso nessuno. Mi dispiace aver letto e sentito certe cose. Ho sperato di poter andare avanti perché allenare l’Italia mi piaceva moltissimo, però, quando poi le situazioni cambiano e capisci che è arrivato il momento di lasciare, devi anticipare i tempi delle tue decisioni e, ripeto, con grande dispiacere, l’ho fatto. Lo so, il momento, ma c’è anche una squadra che ha fatto la Nations a giugno, non la lascio per la strada e non parte il campionato domani mattina, anche se c’è poco tempo. Quando prepari una Nazionale hai una sola settimana di allenamento. Questo è il nostro lavoro purtroppo, ma non mi sembra giusto tutto quello che ho sentito. Era il momento di lasciare».
➣ In Federazione e non solo sostengono che Mancini abbia deciso per una questione di soldi, allettato da una ricchissima offerta. Si parla di Arabia Saudita.
«Guardate, di offerte ne ho sempre avute, ne ho avute dopo l’Europeo, durante l’Europeo, prima e dopo l’eliminazione dal Mondiale. Ne ho sempre avute e ne ho, perché faccio questo lavoro. Sono un allenatore e nel momento in cui mi capiterà la proposta che mi piace la accetterò. Il motivo per cui ho lasciato la Nazionale non è sicuramente questo, altrimenti lo avrei fatto prima. Per me l’Italia è venuta sempre prima di tutto. Poi, dopo tanti anni, ho ricevuto diverse proposte che valuterò nelle prossime settimane (anche il Messico, ndr), ma al momento non c’è niente di concreto. Faccio l’allenatore, non è che possa stare fermo. Certo, se capita qualcosa che m’interessa… Però l’Arabia Saudita non c’entra nulla».
➣ Dunque nel momento dell’indecisione avrebbe voluto avvertire più fiducia. Questo sta dicendo?
«Se mi avessero dimostrato che mi volevano comunque… Ho pensato una cosa che non mi è stata poi dimostrata. Io avevo bisogno di tranquillità per lavorare perché secondo me si è iniziato a toccare un po’ di cose, sono venute meno certe situazioni. Questo è il mio dispiacere». – intervista di xavier jacobelli e fabrizio patania, Corriere dello Sport-Stadio, 15 agosto
Che cosa ne pensa il presidente della Lega, Casini
➣ Le dimissioni improvvise di Mancini non sono un buon segno. Addirittura uno choc: che impressione ha ricavato?
«Sorpresa, come tutti. Non me le aspettavo. Ma rispetto le ragioni personali. E comunque va ringraziato per il lavoro svolto in questi cinque anni e per l’Europeo vinto».
➣ E per il futuro azzurro che si aspetta?
«Un allenatore serio, preparato, vincente: la panchina della Nazionale è tra le più belle, difficili e importanti al mondo».
➣ Luciano Spalletti?
«È una questione di pertinenza esclusiva della Federcalcio. Se invece mi chiedete un giudizio su Spalletti, è l’allenatore campione d’Italia e a Napoli ha fatto un grande lavoro».
➣ Non crede che questo terremoto possa in qualche modo penalizzare, o perlomeno indebolire, il governo federale all’inizio di una stagione così delicata?
«No. Manca un anno e mezzo alla fine del quadriennio olimpico e alle elezioni. Non sono preoccupato».
➣ Come sono i suoi rapporti con Gravina?
«Sono sempre stati buoni e lo sono tuttora, al netto di inevitabili attriti istituzionali che fanno parte del gioco». – intervista di alessandro bocci e daniele dallera, Corriere della sera, 15 agosto
E adesso?
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Per avere Luciano Spalletti in panchina, la federazione dovrebbe pagare i 3 milioni e passa di clausola fissati dall’allenatore con De Laurentiis nel momento in cui è uscito di scena, 3 milioni per essere libero di tornare ad allenare prima del 2024. Il Corriere dello Sport-Stadio titola: “Se la clausola vale un sacrificio”.
Alessandro F. Giudice ricorda che nel mondo anglosassone le clausole di non concorrenza sono molto frequenti, “non solo per dirigenti apicali ma, altrettanto spesso, per semplici dipendenti. Soprattutto in industrie ad elevato grado di tecnologia, dove la conoscenza di certe dinamiche gestionali danneggerebbe l’azienda se il dipendente andasse subito a utilizzarle al servizio di un’azienda rivale”. Ma in questo caso, senza un club di mezzo, stiamo parlando davvero di concorrenza?
“La Nazionale, evidentemente, non lo è – chiarisce Giudice – ma le previsioni contrattuali sottoscritte a suo tempo non farebbero differenze tra squadre di club e nazionali. Da questa situazione non si esce senza il pagamento dei circa 3 milioni che Spalletti dovrebbe versare al suo vecchio club per liberarsi”. Una federazione non può, scrive Giudice. “Si tratterebbe, a tutti gli effetti, di una buonentrata che difficilmente una federazione, ovvero un soggetto pubblico, potrebbe sostenere senza creare un precedente assai delicato. In alternativa, potrebbe accollarsela l’allenatore, se il desiderio di iscrivere il suo nome nella storia della Nazionale azzurra fosse davvero così intenso. Difficile, in tempi di mercantilismo sfrenato. Tutti si attendono, quindi, un beau geste di De Laurentiis. Se non dovesse arrivare, il presidente partenopeo non darebbe certo una spinta alla sua popolarità”.
Secondo Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, questo passaggio annuncia a Spalletti quale clima troverà. “Il neocandidato cittì sta toccando con mano la stessa solitudine che ha fiaccato le energie e la fiducia del suo predecessore. Niente gli sarà regalato e nessun club rinuncerà ai suoi egoistici interessi in nome della solidarietà nazionale. Che è ancora un concetto sconosciuto per questa singolare classe dirigente, allevata sotto il campanile a coltivare il cinismo come fosse una virtù. De Laurentiis non prova nessun orgoglio che l’allenatore del suo scudetto sia chiamato a rappresentare l’Italia, pretende che il suo contratto capestro sia onorato, anche di fronte a una circostanza eccezionale come la guida della Nazionale. La sua ambizione di furbo mercante è volta a massimizzare i propri risultati, non a condividere grandi progetti con gli altri. Lo stesso fanno molti suoi colleghi, quando fanno carte false – talvolta in senso non metaforico – per scongiurare la convocazione in azzurro dei propri gioielli, se c’è in vista un’importante partita di campionato o di coppe”.
Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sporti si domanda: “Toccherà a un giudice risolvere la questione? Auguriamoci di no e che basti semplicemente il buon senso. In una famosa intervista, Sophia Loren spiegava: «Non sono italiana, sono napoletana. È un’altra cosa…». Una battuta, un vezzo d’amore per la città. Nei fatti però l’attrice è stata per anni una delle più celebrate icone di italianità nel mondo. Alla luce del buon senso, il Napoli dovrebbe provare solo orgoglio davanti all’ipotesi di vedere sulla panchina più importante d’Italia il proprio ex allenatore. Il “napoletano” Spalletti icona di italianità. Che senso avrebbe mettere il bastone tra le ruote dell’allenatore che ha riportato lo scudetto in città dopo 33, lunghi, anni? Uno sgarbo che non rispecchierebbe la natura generosa e inclusiva di Napoli che da sempre spalma su tutto lo Stivale spirito, cultura e lavoratori”.
Ora. De Laurentiis non è il re dei simpatici e ha già uno stuolo di avvocati che lo difendono. Della clausola se ne occuperanno loro. Invece. Non è abbastanza chiaro cosa c’entri in questa storia la città di Napoli, con la sua “natura generosa e inclusiva” così complimentosamente esibita dalla Gazzetta. Qui si parla di un contratto tra un privato cittadino – peraltro romano – con un altro cittadino – peraltro toscano. Si parla di affari, di interessi, di patti liberamente sottoscritti da due parti. Si parla di un accordo messo nero su bianco, lo stesso che a Mancini viene rimproverato di avere disatteso. La città di Napoli è spettatrice di questa storia come Rovigo. Andrebbe tenuta fuori. A meno di non immaginare uno sforzo del Comune per pagare la clausola al posto della federcalcio, una donazione, ecco, una sontuosa e magnifica colletta cittadina per dimostrare al resto d’Italia che vuole Spalletti Ct la natura generosa, il buon cûore che cotanto paternalismo riconosce. Usare così quella frase di Sophia Loren è peraltro fuori luogo. È un pericoloso seme di zizzania. Alimenta l’idea, il sospetto, in qualche minoranza la tentazione, che esistano un sentimento-un interesse dell’Italia diverso da quelli che circolano a Napoli. Ma se l’Italia è così centrale, come mai i quotidiani sportivi mettono la Nazionale a pagina 17-20 e 24?
Corriere dello Sport-Stadio: “E De Laurentiis diventa il mago delle postille”
Stavolta è Antonio Giordano che racconta come “l’uomo che con i cinepanettoni «ha fatto ridere per decenni mezz’Italia», ora tiene in pugno pure l’altra metà”. La passione di Adl per le clausole [“e però pure di soldi, dei quali preferisce in genere non parlare «perché è cafone farlo»”], quella che costrinse la Juventus a spendere 94 milioni per Higuain, l’ultima con Osimhen, costata “una inversione ad U sui propri principi etici-economici, ma al di là delle analisi di una pancia e di una simpatia che non riuscirà mai a guadagnarsi se non allo specchio al mattino mentre sistema la barba, Adl ha dimostrato di essersi impadronito rapidamente della materia, il calcio, e di saperlo dominare dall’alto di uno scudetto. Lo sceicco è lui, e agli arabi che non hanno mai bussato alla porta con i piedi non ha neppure dovuto rispondere: Osimhen se l’è tenuto, ha prolungato il contratto, e adesso ha virato verso Veiga e Koopmeiners”.