Che cosa c’entra Massimo Troisi con i Mondiali femminili di calcio

C’è una scena in cui Massimo Troisi spiega il calcio femminile. Lui non lo sa, ma questo succede in Ricomincio da tre, mentre parla con Marta e le confessa la sua inadeguatezza di fronte a tutta una serie di questioni, quando insomma le dice: perché poi voi donne siete più… e lei se lo mangia, con gli occhi, con le parole, se lo mangia. Troisi non lo sa, ma questo succede in Ricomincio da tre: parla e spiega come spesso di calcio femminile si parli in relazione a quello maschile. Voi donne siete più. Non è colpa di nessuno. A volte lo fanno gli uomini, a volte lo fanno le donne. A volte ci si confronta, altre volte si rivendica qualcosa. 

Ogni tanto poi si cerca pure di capire. Hervé Renard, per esempio. Siede sulla panchina della Nazionale francese da qualche mese, da quando la squadra s’è sollevata contro la ct di prima, Corinne Diacre, e dalla federazione hanno chiamato lui, ex guida di Zambia e Costa d’Avorio fino al successo in Coppa d’Africa, nessuna esperienza nel movimento femminile. Qualche giorno fa l’Équipe indagava dentro le differenze che eventualmente esistono, tra allenare le donne o gli uomini. Syanie Dalmat e Nathan Gourdol hanno raccontato che il ct e il suo staff hanno dovuto adattarsi a un ambiente diverso, che però non contrasta radicalmente con quanto conosciuto in precedenza.

Come altri colleghi prima di lui, Renard ha fatto notare che le giocatrici chiedono più spiegazioni, chiedono di conoscere le ragioni di un esercizio o un altro, i motivi di una scelta o di una decisione. Questa prima fase dell’esperienza ha anche smontato l’idea che ci siano meno dati, meno statistiche, meno video a disposizione per prepararsi sulle avversarie. 

I punti di differenza, spiega L’Équipe, si concentrano casomai sulla prevenzione degli infortuni, tra le donne su cervicale, zona pelvica, bacino, in generale tutte le estremità, le dita dei piedi, gli avambracci. La rottura del legamento crociato resta una piaga nel movimento femminile, la preparazione è pensata di conseguenza.

 

  C’è un altro paragone che stamattina viene spontaneo in Francia e occupa la prima pagina del quotidiano sportivo. Come ai Mondiali maschili del 2022, la Nazionale trova il Marocco in una partita con le solite millanta implicazioni. In Qatar era la semifinale, adesso vale un posto ai quarti. Con un francese su entrambe le panchine. La festa dei vicini titola L’Équipe, mentre Nathan Gourdol scrive che ad Adelaide si annuncia un cielo sereno, ma potrebbe cadere qualche goccia di felicità. Bisognerà avere occhi dappertutto per cogliere le lacrime di gioia che saranno versate da buona parte delle attrici in campo, un mar mediterraneo di emozioni al momento degli inni, sul prato come sulle panchine

Hervé Renard e il suo assistente David Ducci hanno lavorato in Marocco tra 2016 e 2019, l’ex attaccante Reynald Pedros siede invece dall’altra parte dal dicembre 2020. 

La storia del giorno viene da Sakina Karchaoui, figlia di genitori marocchini, cresciuta nella doppia cultura nel sud della Francia. I suoi pensieri vagheranno sicuramente sul Mediterraneo, tra il bar del quartiere Terrasses de Miramas (Bouches-du-Rhône), dove ha indossato le sue prime sneakers, e il cuore delle radici familiari a Taza, nel nord-est del Marocco. Penserà all’emozione molto forte dei suoi genitori, davanti alla tv a 17.000 km di distanza, di suo padre che negli anni ’70 lasciò il Marocco per lavorare come operaio in Francia, di sua madre che partì per raggiungerlo

È sempre L’Équipe che ha raccontato nei giorni scorsi la sua storia. Penultima di cinque figli, [Fouad primogenito e quattro femmine], Sakine ha raccontato di avere come tanti di noi un gruppo Whatsapp di famiglia. Quando s’è capito che agli ottavi ci sarebbe stata Francia-Marocco, le notifiche hanno taciuto per un po’. Beh, allora per chi tifiamo? Non lo sanno più, questa è la verità. Non si aspettavano questa partita, pochi s’aspettavano che il Marocco potesse andare avanti, come la Nigeria, come il Sudafrica, come la Colombia, come la Giamaica, tutte le sorprese di questo matto Mondiale. 

«Da piccoli facevamo luglio-agosto in Marocco – dice – passavamo lì le vacanze. È la lingua che parliamo, abbiamo il Marocco nel cuore, lì c’è tutta la nostra famiglia». A parte sua sorella Youssra, arrivata in Australia poco prima di Francia-Brasile, nessun altro Karchaoui ha potuto mettersi in viaggio verso Adelaide. Costa troppo. 

Le radici, la mescolanza, gli orizzonti. Il Marocco ha storie mondiali fatte così. Inès Arouaissa è nata a Dijon, Nesryne El Chad a Saint-Étienne, Salma Amani è cresciuta a Guingamp. Yasmin Mrabet è di madre inglese, Anissa Lahmari di madre algerina, Sakina Ouzraoui Diki è nata a Barcellona e cresciuta a Bruxelles: poteva scegliere di giocare per Spagna e Belgio invece è qua. Rosella Ayane ha una madre scozzese. In tredici giocano nei campionati europei, sei in Francia. Non potrebbe farlo Nouhaila Benzina, anzi, non potrebbe farlo con l’hijab – come invece è successo ai Mondiali, prima donna della storia. 

 

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Slalom 24 luglio 2020

 

in tv oggi ore 10 Rai Sport: Colombia-Giamaica | 13 Rai Sport: Francia-Marocco

 

Che cosa si dice in America dell’eliminazione

 

 ◇   Dan Gartland, Sports Illustrated: Una sconfitta storica

 ◇   Sean Gregory, Time: “La fine di un’era. Naeher, da terra, è strisciata sul prato per cercare di impedire alla palla di oltrepassare la linea di porta, mentre tornava giù. In realtà, non c’era assolutamente nulla che potesse fare. La fisica ha preso il sopravvento: la palla era già oltre la linea, forse di un nanometro. Una formica non avrebbe attraversato lo spazio tra la palla e la linea di porta. La prova era nelle immagini. Le statistiche dicono che le americane meritavano di vincere. Hanno avuto il controllo della palla [50%-34%] e hanno tirato in porta 21 volte. Zećira Mušović è stata impeccabile. Che epilogo sfortunato per Megan Rapinoe

 ◇   Louisa Thomas, New Yorker: Dire che l’uscita anticipata è stata sbalorditiva è un eufemismo. Anche la Fifa aveva organizzato la Coppa del mondo intorno all’aspettativa di una lunga corsa degli Stati Uniti. Yahoo! Sports racconta che nel progrannare il torneo, gli orari delle partite sono stati scelti in modo che entrassero nelle migliori finestre possibili per il pubblico americano. Eppure, una sconfitta prematura era diventata quasi inevitabile, con tutte le cose che si dicevano. Erano sconnesse in campo. Erano mal allenate. Mancavano di una chiara identità. Erano troppo vecchie; erano troppo giovani. Vlatko Andonovski non ha apportato gli opportuni aggiustamenti tattici. Non avevano la mentalità giusta. Non avevano la strategia giusta. E così via.

 ◇   Michael Rosenberg, Sports Illustrated: L’eliminazione così anticipata è stata uno schock nel contesto della storia, non per la prestazione della suqadra vista ai gironi. È stato un risultato crudele nella migliore partita ai Mondiali. La portiera Zećira Mušović ha giocato la partita della sua vita, con ben 11 parate prima dei rigori. Le nazionali inevitabilmente attraversano cicli di alti e bassi. Sapevamo che sarebbe stato un anno di transizione ma abbiamo già una nuova generazione di star americane. Giocatori come Naomi Girma, Sophia Smith, Trinity Rodman e Alyssa Thompson guideranno questa squadra e saranno motivata per una rivincita

Meg Lihean, The Athletic: Questa squadra esce dal torneo avendo concesso solo due tiri in porta in quattro partite: una prestazione difensiva eccellente. Non tutto è stato così bello come dice questa statistica, ma è qualcosa di cui tenere conto. Il mandato di Andonovski finisce qui. È solo questione di quando arriverà l’annuncio. Siamo all’inizio di un cambio generazionale. Qualche veterana può ancora essere portata alle Olimpiadi, ma penso che abbia senso passare completamente alla modalità ricostruzione. Non è una storia che si risolverà stasera, questa settimana o questo mese. È un progetto a lungo termine. L’eliminazione dai Mondiali è stata decisa per pochi millimetri: ora arrivano le conseguenze

 

L’edicola del pallone

 

  Repubblica intervista Claudio Ranieri, che racconta di essere tornato a Cagliari per Gigi Riva e per finire la carriera nel posto al quale si sente più legato sentimentalmente. 

 ➣  Non è stanco, o stufo?

«Finché lavoro sono pimpante. Allenare mi tiene al passo con i tempi».

 ➣  È sicuro di non rappresentare invece un calcio che non c’è più?

«Io cambio come cambia il calcio. Mi adeguo, mi aggiorno con le ultime tendenze. La mia forza è proprio il cambiamento. Mi sento un allenatore moderno, europeo, e in più ho un’esperienza che la dice lunga».

 ➣  Non teme il confronto con una generazione distante?

«Lo vedremo in campo, se è distante. Il mio calcio è vincere. È difendere bene e attaccare meglio. È conoscere bene la propria squadra, saperne i limiti e non mandarla allo sbaraglio.

Il calcio è semplice, sono gli allenatori a renderlo difficile».

 ➣  Lo diceva Crujiff: la cosa più difficile è giocare un calcio semplice.

«È esattamente così. E comunque il calcio non ha una sola natura. Noi andiamo dietro alla tattica, all’estero molto meno: e allora, dov’è la verità? Ognuno ha il suo libro, poi i risultati dicono se sei sorpassato o no. Per quanto mi riguarda, mi sento un sempreverde».

 ➣  Ma non può durare in eterno, no?

«Infatti ho deciso che il Cagliari sarà l’ultima squadra che allenerò. Farei un’eccezione soltanto per una nazionale intrigante, e preciso che non mi sto candidando alla panchina azzurra».

– intervista di emanuele gamba, Repubblica

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