Il congedo parentale preso da van Aert al Tour

  Era stato fino a ieri pomeriggio il peggior Tour di sempre per Patrick Lefévère, uno che adesso sta sui pedali con le gambe degli altri, guida, dirige, auspica. Stava cominciando a temere che sarebbe arrivato a Parigi senza vittorie, per la prima volta dal 2012. Remco Evenepoel ha scartato l’ipotesi di venire in Francia dopo i guai vissuti al Giro. Julian Alaphilippe naviga, galleggia, si infila in qualche fuga, ma non lascia il segno, oppure come dice Anthony Clément su L’Équipe è troppo lontano dal suo livello migliore e simboleggia i limiti della squadra. Fabio Jakobsen, il velocista da giocarsi in volata, è caduto sul circuito di Nogaro alla quarta tappa e s’è arreso alla dodicesima. Che si fa? Lefévère è un uomo fortunato. A Bourg-en-Bresse è sbucato Kasper Asgreen e ha salvato la Soudal Quick-Step dallo zero assoluto. 

È stato un golpe, scrive Alexander Roos su L’Équipe, un ciclismo dell’altro mondo, uno di quei giorni in cui pensiamo che una fuga non abbia futuro e invece i pesci piccoli tolgono l’acqua ai pesci grandi, una rivolta contro il dispotismo e i copioni scritti in anticipo. Pensavamo che la tappa di giovedì fosse destinata al sonno e alla raccolta delle idee esplose dai quattro angoli della nostra testa, le cui pareti sembravano un Jackson Pollock dopo lo schiaffo della cronometro di Combloux e la furia del Col de la Loze. Ma c’è sempre qualche ribelle nel gruppo che lotta contro l’ordine precostituito

Eravamo usciti dalle Alpi con il prosciugamento di Tadej Pogacar [«Sono morto»] e i suoi occhi dilatati, bocca spalancata, viso madido di sudore [Marco Bonarrigo, Corriere della sera], la sua resa sul Col de la Loze ascoltata in diretta tv, riscattando le decine di conversazioni inutili con il «muretto» spacciate per gran novità mediatica.

È precipitato a quasi otto minuti in classifica dalla maglia gialla di Jonas Vingegaard, nel tentativo di attaccare. Non sapremo mai se una strategia più conservativa avrebbe aiutato Pogacar, se sulla sua crisi abbiano influito il mese di stop per la frattura al polso o una primavera di grandi successi e grandi fatiche oppure se semplicemente il danese fosse insuperabile.

Così insuperabile da percepire lui stesso con chiarezza e senza fastidio i sospetti che si sono condensati intorno a lui, al punto da chiedere una «sana diffidenza», e ottenerla, con quattro esami antidoping in 48 ore. La strada della diffidenza verso chi vince il Tour è sempre la scorciatoia più breve. Tre anni fa, e due anno fa di nuovo, gli stessi pensieri accompagnavano le padalate dell’uomo oggi battuto, con quanti mormorii di pronunciava il nome della Slovenia, e invece adesso. 

Siamo passati dal distacco [minimo] che non si vedeva da decenni, al distacco [massimo] che non si vedeva da decenni. L’Équipe s’è dedicato allo scandaglio delle prestazioni di Vingegaard, Marco Bonarrigo sul Corriere ha rilanciato: Gli scettici spiegano che un antidoping che ormai non becca più nessuno (nel ciclismo il numero di positivi è il più basso di sempre, al contrario dell’atletica) è indice di metodi di dopaggio (chimici o tecnologici) molto sofisticati e alla portata solo di un team milionario. Rispetto agli «indici di diffidenza» convenzionali, Jonas Vingegaard appare però fuori dai radar. Il team non ha al suo interno elementi sospetti o dal passato fosco (molti rimarcano invece i trascorsi di corridore e manager alla dopatissima Sauval di Mauro Gianetti, il boss della Uae di Pogacar, che però non ha mai subito sanzioni), Vingegaard non ha nessun tipo di contestazione o frequentazione che possa dare adito a dubbi. E se è vero che, al contrario di Pogacar, Vingo non pubblica i suoi dati fisiologici sui social network specializzati, non risultano allenatori «ombra» e la preparazione è nelle mani di Mathieu Heijboer, il capo della performance del team, ex ciclista con una decina di pubblicazioni scientifiche al suo attivo. Durante il Tour Vingegaad ha subito una trentina di controlli su sangue e urine, solo nelle 48 ore precedenti all’ultimo tappone alpino i medici sono arrivati da lui quattro volte, l’ultima 45 minuti prima della partenza della tappa del Col de La Loze, con prelievo nel bus del team olandese. La sua bici è stata smontata, verificata con tablet magnetici e passata ai raggi X regolarmente. Risultato: tutto a posto

Pier Augusto Stagi sul Giornale considera: Ci si interroga sui perché della “debacle” di Tadej Pogacar, che è riconducibile al 23 aprile, giorno della sua caduta alla Liegi e della conseguente frattura allo scafoide della mano sinistra. Operazione e poi una preparazione fatta solo di rulli e scale da salire e scendere di continuo e ad elevata intensità per tenersi in movimento. Prima del Tour solo due gare: a cronometro e in linea, ai campionati nazionali. Mentre Vingegaard si preparava in altura a Sierra Nevada e poi andava a correre e vincere il Delfinato. Ci si interroga sul perché di questa pesante battuta d’arresto da parte dello sloveno, dimenticando che avere Taddeo sul podio domenica prossima, potrebbe essere la vera impresa. Questa sconfitta, dice Carlos Arribas dalla Spagna su El Pais, lo rende ancora più grande.

E allora, giù dalle Alpi, la nuova attesa volata di Philipsen è stata sventata con questa fuga di Kasper Asgreen, Victor Campenaerts, Jonas Abrahamsen, con Julian Alaphilippe e Tim Declercq a coprire le spalle e ostacolare l’inseguimento. Cinque giorni fa – sottolinea Roos – si parlava ancora di un duello leggendario che si sarebbe giocato fino all’ultimo, ma il Tour è una lavatrice che ogni giorno si rimette in moto e cancella parte delle lezioni del giorno prima. Mancano due giorni a Parigi, la classifica generale è sigillata, ma i punk non muoiono mai.

 

LA TAPPA DI OGGI 

Volata o scherzetto

 

 

Sarà una gara serrata tra i velocisti e la fuga, dice Stephen Puddicombe sulla rivista Rouleur, presentando la tappa di oggi che arriva a Poligny. Il terreno è ondulato, ci sono piccole salite all’inizio della giornata, inclusa la Côte du Bois de Lionge. È possibile che un gruppo di ottimi corridori possa andarsene, così com’è possibile che marchi la differenza la Cote d’Ivory a soli 25 km dal traguardo, con la sua pendenza media del 5,9% su 2,3 ​​km, sembra destinata a essere un trampolino di lancio per gli attaccanti [ancora Rouleur]. Nomi: la Bahrain-Victorious potrebbe lanciare il campione britannico Fred Wright, Matej Mohorič ha il profilo giusto per tentare, la Alpecin-Deceuninck potrebbe infilare Mathieu van der Poel in una fuga. Poi magari si arriva tutti assieme e vince Jasper Philipsen. 

La certezza è che non vincerà Wout van Aert. È tornato a casa e ne ha scritto Giovanni Battistuzzi sul Foglio. Il Tour de France 2023 sarà il primo nel quale Wout van Aert non ha vinto una tappa. Non era mai successo. Nel 2019 ne aveva vinta una, nel 2020 due, nel 2021 tre, nel 2022 pure con tanto di maglia verde indossata a Parigi. Non vedrà Parigi quest’anno Wout van Aert. Ha preso un’altra strada, quella di casa. Ci sono cose più importanti nella vita di provare a vincere una tappa. Tipo la nascita di un figlio, il secondo. Il campione belga ha preferito stare vicino alla moglie. C’è nulla di poco professionale nella scelta di Wout van Aert come è stato detto a inizio Tour, durante il Tour, oggi. Wout van Aert ha tirato, inseguito, fuggito, fatto il ritmo in pianura e in salita, rotto il ritmo altrui, sprintato. Ha lavorato per sé e per Jonas Vingegaard. Ha lasciato il gruppo perché andava fatto, perché a fare un figlio si è in due e in due è il caso di essere quando nasce. Perché se in Italia abbiamo uno tra i più corti congedi di paternità in Europa è anche perché si crede che ci sia poca professionalità nella scelta di Wout van Aert di lasciare il Tour de France per stare vicino a sua moglie

Tony Lo Schiavo su Bicisport la pensa diversamente: È comunque sempre sgradevole sentire un corridore professionista che parte annunciando il suo ritiro… a prescindere.

Nella sua newsletter per Bison Magazine, Leonardo Piccione dice: La sensazione è che sia innaturale che una tappa del Tour venga disputata senza Van Aert. Il suo impatto sulla corsa, il suo carisma, la sua refrattarietà all’anonimato, la sua forza erculea, tutto questo fa sì che la semplice presenza di Van Aert nel peloton (meglio: davanti al peloton) sia rassicurante, non solo per Vingegaard. Wout van Aert è una certezza, è un’assicurazione sulla vita, è garanzia di spettacolo, e senza di lui il ventaglio del possibile improvvisamente si restringe. Un Tour senza Van Aert è la Justice League senza Clark Kent. I corridori però non sono creazioni della nostra fantasia: sono supereroi, ma calpestano la nostra stessa terra. Per tre settimane, tutti i pomeriggi, ci diventano amici, fratelli, figli, versioni alternative di noi stessi, incarnazioni dei pregi e dei difetti dell’umanità: ma restano un prestito a tempo dal mondo reale. Così questa mattina Wout van Aert è partito in direzione non di Bourg-en-Bresse ma di Herentals, dove la compagna Sarah sta per partorire. «Il mio posto adesso è a casa», ha detto Van Aert ricordandoci che il Tour è una parentesi, una vacanza dall’esistenza da cui a un certo punto si torna. Sul giornale belga Het Nieuwsblad Chris Snick racconta che gli psicologi dello sport ritengono che Wout van Aert abbia fatto la scelta giusta: Il tempo in cui tutto ruotava attorno alla prestazione è finito.

 

in tv oggi ore 13 Eurosport | 14.45 Rai 2 

 

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