Jonas, hai rovinato tutto. Ci stavamo divertendo

  Una cronometro non mente quasi mai. Dice le cose come stanno. È una specie di scanner dentro l’anima e i muscoli di chi va in bicicletta. È quell’esercizio nel quale un polso messo così o colà cambia il verdetto di un tic-tac. Solo che. Per anni e anni, per decenni, ci hanno insegnato che le cronometro disegnate nella terza settimana di un grande giro non scavano solchi, non fanno questa grande differenza in classifica. La stanchezza è una livella. Invece ieri pomeriggio Jonas Vingegaard ha riscritto pure questa verità, pedalando ai confini col mistero, diciamolo meglio per non sembrare malizioso, ai confini con l’ignoto. Ha dato 1 minuto e 38 secondi di distacco a Tadej Pogacar in 22 km. Ha dato 2 minuti e 51 a Wout Van Aert, uno che quando perde le cronometro ai Mondiali e alle Olimpiadi arriva secondo a un soffio. Ha corso a 41,2 km di media, quando l’organizzazione del Tour aveva immaginato che si potesse andare a 39. Ha preso le due settimane di spettacolo che aveva costruito spalla a spalla con lo sloveno, compreso il week-end sulle Alpi, e le ha appallottolate. 

Giovanni Battistuzzi sul Foglio dice: Ha rotto il giocattolo che aveva costruito con l’avversario per due settimane, quella trottola che prima girava verso lui, poi verso l’altro, prima di iniziare a roteare esattamente a metà distanza tra loro. C’è più quella trottola, Jonas Vingegaard le ha dato un calcio e ha interrotto il vortice. Ha imposto un nuovo gioco, l’ha scelto lui. Non è detto che sia peggio. Anzi. Il nuovo scenario imposto da Jonas Vingegaard è un’amplificazione del piacere di una corsa che non segue mai un trama lineare, che è un susseguirsi di avvenimenti surreali, nel senso letterale del termine: evento che oltrepassa la dimensione della realtà sensibile, che evoca il mondo del sogno. Ora i dispetti sono banditi, servirà solo fantasia, forse parecchia follia

| Alexandre Roos firma immaginifica de L’Équipe usa il verbo esplodere [Vingegaard ha fatto esplodere Pogacar] e racconta che la suspense del Tour adesso è stantia. 

Jonas Vingegaard ha tirato fuori l’estintore nel caldo delle coste della Cascade de Coeur e di Domancy per spegnere il rogo che ardeva dall’inizio di questo Tour de France, un duello infuocato, la suspense totale, le differenze di livello impercettibili

Non più sui 22,4 km tra Passy e Combloux. Vingegaard aveva 16 secondi di vantaggio già doipo 7 km, 31 ai piedi dello strappo rese famoso Bernard Hinault nel 1980, più di un minuto in cima, oltre uno e mezzo al traguardo. Come dire che ha mangiato a Pogacar 4 secondi e mezzo ogni chilometro. Quando s’è fermato dopo il traguardo, Vingegaard ha detto che pensava il suo sensore fosse rotto. Aveva letto i valori che stava sviluppando e gli parevano esagerati. Eh. 

Così Roos stamattina dice che il danese ha fatto piovere un acquazzone estivo sulle nostre speranze di una battaglia feroce fino alla fine, la sua prestazione ha invece acceso un altro inferno, quello del sospetto, l’eterno amante del ciclismo, la cui storia d’amore trabocca sempre davanti a un risultato eccezionale. Domande legittime, radicate nelle ceneri del passato”

| Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha costruito più esplicitamente il suo pezzo proprio sulla mostruosità della prestazione di Vingegaard, sulla sua unicità e sulla natura dei dubbi che all’improvviso la circondano. Attacca con un paragone: Un velocista scende in pista e di colpo abbassa il primato del mondo dei 100 metri da 9”58 a 9”20. Un fondista porta il record di maratona a un’ora e 57’, un Tamberi salta in alto due metri e 50. E alla fine dell’impresa stellare, ai giornalisti allibiti, dice: «Non sono in grado di darvi una spiegazione razionale, semplicemente oggi volavo».

Questo è successo dinanzi a una maglia gialla che alla fine ha aggiunto: «Capisco e giustifico chi è scettico sulle mie prestazioni: sto andando davvero fortissimo. Avere dubbi è importante: impedisce che il ciclismo ricada negli errori del passato, autodistruggendosi. Abbiatene pure su di me». Bonarrigo allora chiarisce: Dobbiamo quindi essere scettici di fronte a una prestazione che va oltre i limiti circoscritti dai fisiologi. Ma non abbiamo modo o elementi o indiscrezioni per poter dire che Jonas Vingegaard stia barando e non sia un fuoriclasse assoluto che sta cambiando la storia del ciclismo. Speriamo di non sbagliarci.

 

| Nella sua bellissima newsletter per Bidon Magazine, Leonardo Piccione scrive che una prova a cronometro nella Vallée de l’Arve è un po’ come un raduno di estimatori di edifici conici ad Alberobello, o un concorso per aspiranti Guglielmo Tell in val di Non. Sono tre secoli che Passy, Sallanches e dintorni sono terra di orologiai: dapprima piccole produzioni artigianali, complemento del lavoro agricolo, poi ricche commissioni per le fabbriche svizzere. A Cluses ancora oggi hanno sede una scuola di orologeria e un museo del décolletage, la tecnica di lavorazione che consiste nel dare una forma specifica a un pezzo di metallo mediante asportazione progressiva di materiale. Sembrava del tutto appropriato che fosse la valle della precisione a ospitare il possibile episodio-chiave di un confronto che per quindici giorni s’era arrampicato a mo’ di edera sulla grande parete dell’equilibrio, i due rami portanti a rincorrersi e superarsi scambievolmente – ma mai definitivamente – nella lussureggiante elica di questo Tour de France. Pensavamo, in altre parole, che occorresse un orologio atomico, di quelli che perdono un secondo ogni quindici miliardi di anni, per tener traccia delle risibili differenze tra i Due Mostri. E invece altro che cronografi di precisione e metrologia quantistica: per misurare il distacco maturato oggi tra Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar sarebbero stati sufficienti strumenti ben più rozzi. Clessidre, svegliette da comodino, timer da cucina, qualsiasi cosa in grado di contare non le frazioni di secondo, non i singoli secondi, ma le decine di secondi.

| Philippe Gilbert, ancora su L’Équipe, interviene per dire che su questo tracciato molto tecnico e difficile, ha avuto l’impressione che Vingegaard lo conoscesse a memoria, quasi come un pilota di rally. Fin dalle prime curve è stato all’attacco, le ha sorvolate, sequenze con traiettorie perfette. Mentre Pogi era più titubante, come dall’inizio del Tour, penso che abbia ancora un po’ di apprensione dopo la caduta nella Liegi-Bastogne-Liegi che gli aveva provocato la frattura del polso. Il polso è molto sollecitato nella posizione da cronometro

Nella sua analisi c’è una riflessione sulla ascesa di Domancy e l’opportunità di cambiare la bici. Penso che sia stato meglio non farlo, perché nelle ultime tre miglia si doveva rimanere in una posizione aerodinamica e una bici da cronometro è sempre più veloce di una bici da strada. Inoltre il rischio è quello di spezzare il ritmo cambiando posizione e modo di pedalare

Pogacar l’ha cambiata, Vingegaard no. Ora sarà un caso, ma in questi ultimi 3 km è stata registrata la differenza in secondi per chilometro superiore. 

| Cosimo Cito spiega su Repubblica che questo danese schivo di 26 anni, bianchissimo nonostante i giorni al sole passati qui e prima in ritiro a Sierra Nevada, è molto vicino a vincere il suo secondo Tour consecutivo, in un’era che sembrava destinata a un dominio ininterrotto di Pogacar. Se un anno fa era stato decisivo l’attacco di squadra nella tappa del Granon, ora la Jumbo ha lavorato sulla costanza, sulla gestione di un capitano unico. Forse Pogacar, per l’infortunio allo scafoide della mano sinistra, non è mai stato quello vero, ma ci è sempre andato molto vicino. E chissà senza quelle moto sullo Joux Plane. Senza Vingegaard (ed è già la seconda volta che tocca scriverlo), Pogacar sarebbe primo della generale con 7 minuti sul compagno di squadra Adam Yates. In due hanno dominato, ma uno vincerà

| La rivista Rouleur è andata a sfogliare Ernest Hemingway, le pagine di The Sun Also Rises, per trovare quando Mike Campbell, uno dei protagonisti, racconta di aver fallito in due modi, la prima gradualmente, la seconda all’improvviso. Dicono a Rouleur che quando Tadej Pogačar ripercorrerà la storia del Tour de France 2023, potrebbe ripensare a quelle parole. 

 

    italianismi LA CRONO DI CICCONE Nella giornata di Vingegaard si è ritagliato un angolo di gloria Giulio Ciccone, l’unico a fare la cote de Domancy più forte di Vingegaard come sottolinea Alessandra Giardini su Bicisport. Full body a pois – scrive – casco compreso, Cicco ha una missione: prendere i 5 punti in palio sulla salita per la classifica degli scalatori. E allora fa una crono nella crono: se la prende comoda nella prima parte, cambia la bici tre km prima dell’inizio della cote, a 9 dal traguardo: è leggerissimo, non ha neanche il portaborracce, bici da strada senza lenticolare, lungo rapporto, dà tutto sulla salita esplosiva che richiede uno sforzo violento. Risultato: 6’44”, 3 secondi meglio di Vingegaard.

 

LA TAPPA DI OGGI 

Il nuovo santuario del ciclismo

 

 

La rivista Rouleur la chiama una giornata brutale e decisiva. Tre anni dopo la prima volta, tre anni dopo la scoperta, il Tour torna sul Col de la Loze. 

Il Loze schiaccerà e poi divorerà velocisti anemici, fino a sputarne le piccole ossa”. Così lo presentava Renaud Bourel su l’Équipe nel settembre del 2020, quando era la salita più alta del Tour, 2.304 metri, “il passo più duro di Francia”. Una strada nata dal desiderio di due grandi località alpine, Méribel e Courchevel, di asfaltare parte del percorso verso le piste da sci per renderle accessibili ai ciclisti. Negli ultimi metri, scriveva l’Équipe, scoprirete davanti a voi il Monte Bianco”. Julien Pinot, fratello di Thibaut, definisce la scalata impressionante, dopo averla provata due volte in allenamento. Un passo diverso da quelli a cui siamo abituati sulle Alpi con percorsi ampi e regolari, come il Galibier, l’Alpe d’Huez, la Croix de Fer o la Madeleine.  

Simon Guglielmi aveva scoperto la Loze nel 2019 al Tour de l’Avenir e anticipava a tutti come nel tratto finale a più di 2.200 metri la strada sia diritta e molto ripida. Poiché il traguardo sembra vicino, tutti danno il massimo e restano senza fiato. Dice che l’arrivo è là davanti a te, eppure la strada per arrivarci è infinita. Thierry Gouvenou, direttore tecnico del Tour, all’epoca prevedeva: «Auesto è un passo che diventerà leggendario tra pochi anni. In passato si parlava del Galibier, dell’Izoard, del Tourmalet, ma per la nuova generazione sarà leggendario il Col de la Loze. Diventerà un santuario».

Cosimo Cito, ancora su Repubblica, prevede che oggi sarà un giorno lungo, di quelli che capitano una volta o due in un anno di ciclismo e di sport in generale. Queste le ore che il campanile del Tour batterà tra una valle alpina e l’altra: Col de Saisies, Cormet de Roselend, Côte de Longefoy, Col de la Loze (28 km eterni fino a quota 2304 metri). Poi discesa fino all’altiporto di Courchevel. In qualche momento, presto o tardi — ma per rovesciare il Tour, sarebbe meglio presto — , Pogacar proverà il tutto per tutto. Perché c’è una sola altra tappa di montagna, sabato sui Vosgi, meno dura. E perché è Pogacar.

 

in tv oggi ore 12 Eurosport e ore 14 su Rai 2

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