TOUR DE FRANCE | MASSICCIO CENTRALE
Cara mia terra Malinconia
di JACQUES SEDENTEUR
È stata una giornata di facce rotte e di labbra secche. Martin ha lottato come un personaggio di Dickens contro la vita. Egan Bernal era un cagnolino madido di sudore e angoscia. Bardet peggio ancora, uno straccio. Non voglio dire cosa mi è parso Quintana. Mi ha riportato alla mente una vecchia frase di Hinault, quando i colombiani si presentarono al Tour con una fama di straordinari scalatori al seguito. Bene, vuol dire che li staccheremo in pianura. Geraldine dice che mi vede stanco. Parigi è vicina.
Ogni volta che passo dal Massiccio Centrale penso a come la Francia si sia presa cura dei suoi borghi, dei suoi paesi interi spopolati, in fondo dei suoi fantasmi. Io viaggio verso il traguardo con i miei e non so gestirli. Tutti paesi che non sono stati abbandonati. Hanno un presidio di comunità, intendo un municipio, un cimitero, una scuola, un ufficio postale, un fornaio, un piccolo supermarket, una gendarmeria, un paio di bar-trattoria-locanda, un monumento ai caduti, un chiosco dell’ufficio turismo. Hanno torrenti navigabili, delle chiese, dei musei, hanno spesso dei percorsi per cicloamatori. È così che si dice a un popolo che fanno parte di qualcosa. Questa attenzione ai piccoli, alla provincia, ai paesi nascosti ma non dimenticati, forse non c’è neppure nella mia sorella Italia, dove due corse tra ieri e oggi arrivano sotto la casa di due miei vecchi amici, uno a Grosseto e l’altra a Senigallia. Li ho sentiti ieri al telefono, felici di avere ciclismo sotto il balcone, meno di avere le strisce blu sotto sequestro.
Forse Jean Cocteau aveva torto quando diceva che i francesi sono italiani di cattivo umore e gli italiani invece francesi allegri. Forse era vero prima e adesso non più. Io che non sono italiano, malmostoso come mi ha reso questo 2020, non mi scopro neppure più francese. Appartengo alla grande nazione della Malinconia.