IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
4a tappa: Sisteron – Orcières-Merlette
Io e il Mario Chiesa di Bici Pulite
Non siamo tipi da ravioli all’aragosta e filet mignon in crosta alle erbe, ci diciamo al ristorante Diversion, in Place Jean-Marcellin a Gap, dove c’è una rotaia sospesa sopra la zona pasti e le pareti sono rivestite di targhe automobilistiche americane. Siamo alle sedie fuori la terrazza, davanti a un piatto di moules frites e crêpe ripiene. Geraldine mi insegna come si dice nella lingua dei segni: mangiare, come si dice: tu, bello, andare. In alternativa, spiega, si possono imparare tutte le lettere e comporre le parole mettendole in fila una per una. Mi eserciterò. Sorride. Lei ha imparato a 4 anni, mi svela, io posso imparare a ottanta.
Nils Politt, tedesco numero 177 della Israel Start-Up Nation, era anche lui un bimbo di 4 anni quando a Veynes, dove è passato per primo ieri mattina al traguardo volante, andai a bussare a Les Restanques, uno dei tre o quattro palazzi moderni appena dentro la città, dei brutti cubi stile anni Sessanta che spiccavano come la forfora su un maglione scuro. Devi cercare quello con la facciata rosa, era stata l’imbeccata di Francois Thomazeau, il collega della Reuters che aveva fatto lo scoop. Un tizio in T-shirt bianca col marchietto Adidas e i pantaloncini corti aveva smesso di armeggiare attorno alla sua mountain bike in titanio color argento: un uomo stempiato, gli occhiali come si usavano una volta, con la montatura in plastica chiara. Oui, c’est ici, aveva risposto. Cercavo monsieur Willy Voet, il massaggiatore della Festina fermato con la macchina piena di doping mentre andava al Tour de France. Passava per il Mario Chiesa di Bici Pulite, era l’uomo che aveva spezzato l’omertà, il muro del silenzio. Stava facendo venir giù tutto il presepe, mentre noi avevamo occhi per Pantani. Mille novecento novantotto.
C’est moi, aveva risposto il tizio senza smettere di aggiustare il manubrio della mountain bike. Restammo un attimo a guardarci, pieni di imbarazzo e gelo. Disse che non poteva parlare, aveva respinto pure la televisione, era sotto controllo giudiziario, era uscito di prigione da poco, non dava interviste. Gli dissi che ero un giornalista ma non facevo mai interviste, io parlavo con le persone, e casomai scrivevo, se restava qualcosa di interessante da mettere sul foglio senza togliere a nessuno la dignità di essere uomo e il diritto di aver sbagliato. Parlammo tre ore. Quando ieri siamo ripassati lì davanti, 22 anni dopo, ho sentito forte la tentazione di andarlo a cercare. Di lui ricordo gli occhi bassi quando disse che guadagnava 15 mila franchi al mese e con 15 mila franchi al mese non si è davvero liberi di dire di no a chi ti chiede di guidare una macchina piena di siringhe e schifezze dall’altra parte della frontiera, dal Belgio a Lille. Ora non ci sono più frontiere, non c’è più Pantani, non ci sono più troppi amici, e pure le moules frites e le crêpe ripiene qui a Gap sono diventate quelle che sono. Il brutto della vecchiaia è che anche il miglior sapore è finto come una dentiera.
Veynes è divisa in due dal Petit Buech. Quando il treno entrò per la prima volta nel dipartimento, per intuizione e opera dell’ingegner Adrien Ruelle, come sempre accadeva quando una ferrovia giungeva a modificarti per sempre la vita sotto il naso, Veynes smise di essere un villaggio e diventò un puntino sulla mappa collegato a Marsiglia, a Grenoble, a Briançon, a Valence. Una straordinaria avventura economica, industriale, umana. Dai treni, quando finalmente arrivano, vedi sempre scendere una Claudia Cardinale. È quando ripartono che le cose si fanno più difficili.